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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
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Una serenata per San Lazzaro Marcello D’Acquarica
La figura di Lazzaro è fantasiosa ed il suo evento viene ricordato durante la Passione di nostro Signore, per evidenziare il concetto della carità. Il Lazzaro di cui parliamo è quel personaggio riportato nel Vangelo di San Luca (16, 9-13). Come è avvenuto per vari personaggi minori, che compaiono nei racconti evangelici e che in seguito nella tradizione cristiana, hanno ricevuto un culto, un ricordo perenne, un titolo di santo, anche per Lazzaro, pur essendo un personaggio protagonista di un racconto di fantasia, da non confondere con Lazzaro di Betania che fu resuscitato da Gesù, nel corso del tempo, si è instaurata una devozione, come se fosse stato un personaggio realmente esistito. La parabola ha, come tutti sappiamo, un significato molto profondo e contiene un insegnamento universale. Essa è raccontata per mostrare ai farisei ed a tutti gli avari di ogni epoca, dove portano le ricchezze usate per soddisfare il proprio egoismo. Ancora oggi noi stessi possiamo incontrare spesso Lazzaro: nel mendicante, nell’ammalato, nel bisognoso d’aiuto, nei poveri che con dignitoso atteggiamento soffrono in silenzio la fame e l’indigenza. Cosicché dalle nostre abbondanti mense dovremmo riuscire a togliere almeno il superfluo per impedire al nostro Lazzaro di soffrire e di morire lentamente. Così facendo, forse, tutta la nostra comunità ne avrebbe beneficio e non dovremmo temere di ritrovarci, quando saremo morti, separati dal nostro fratello, da un grande abisso. L’abisso dell’indifferenza, dell’invidia, del disaccordo e dell’avarizia. Lo stesso abisso che a volta separa perfino il cuore delle famiglie e dei vicini più intimi. Non confondiamo l’essere poveri di spirito come l’antitesi della forza e della grandezza. Si può essere grandi senza necessariamente imitare il ricco epulone e, parimenti, possiamo esserlo semplicemente affiancandoci ai bisogni del nostro prossimo che attraversa un periodo di carestia. Ecco come la tradizione ci rammenta il Lazzaro bisognoso e povero proprio nel periodo della Passione di Gesù Cristo, per dare maggiore esaltazione alla sofferenza umana, e per offrire a tutti i ricchi la possibilità di redimersi condividendo la propria fortuna con chi non ne ha avuta. Ancora oggi, anche a Noha, la gente aspetta con gioia questo periodo. Alcuni suonatori di fisarmonica e chitarra, cantando le parole del testo riportato sotto, passando da casa in casa, invitano le persone a festeggiare ed a donare loro beni alimentari, soprattutto uova e formaggi, esattamente come avveniva anni addietro. E’ questa una passione antica, che oggi, purtroppo molti di noi ignorano. In questa tradizione viene così ripetuta e scongiurata la cattiva azione del ricco epulone che vestendo di porpora e bisso si ingozzava di abbondanti banchetti e negava ogni dono al mendicante Lazzaro.
Buonasera a quiste case se siti tutti vui l’abitanti vene Cristu cu tutti li Santi. Cu bbu descia ijutu e salvazione osce si fa per devozione, ca mò Lazzaru è surcitatu.
E’ cumparsa la Maddalena cu n’Ave Maria e na Grazia Plena. Giuda foe lu thraditore de lu Diu e de nosthru Signore. Lui a l’addhri li piedi bagnava e cu li soi capelli li sciugava.
Queste furon le catene ci ncatenara nosthru Signore. Quisti furon li thre chiodi ci ncrucifissera nosthru Signore.
A ddhrai comparse la Maddalena e a ddhrai Cristu pè fare la cena.
Oggi oggi se fa minzione ca moi Lazzaru è surcitatu. Cu lle soi lacrime se li bagnava e cu lli soi capelli se li sciugava. Cu trenta denari sciucara Cristu li Sacerdoti e li Farisei. Cu trenta denari sciucara Cristu cu Pater nosci e cu Ave Marie. Sciamu fandu comu lu vientu se nnu nniti de rame ni li dati d’argentu.
Spezza doi rami de vulia e li scia menandu mienzu sti fiei. Mienzu stì fiei e mienzu ste macche a ddhrai ci ippe vobi, pecore e bacche. Sciamu a casa de Pilatu e thruvamu Cristu surcitatu. Sciamu a casa de Simone a ddhrai sciu Cristu per fare la cena. Azzate prestu e nu tardare ca tie lu sai c’è nnai ddare. Azzate prestu azzate mprima ca tie lu sai mò ccè bulimu.
Sciamu prima all’Annunziata cu ni caccia a luce puru l’enthrata. Preamu Diu cu Santu Marcu cu nni caccia lluce puru lu tabaccu. Sta bbenimu a confidenza e nni scusati sta male creanza. Sta bbenimu de luntanu se nnu ni dai nienti ve ringraziamu. Buonasera de Sante Pasque datini l’ove de le puddhrasce.
Ave puru la mia spurtella e mi l’aggiu fare na frittatela. Don Ciccillu nu fare le mosse vane pija l’ove cchiu crosse. Azza la capu de lu cuscinu cu ni dai nu biccherinu. Lazzarenu essi cquai ca si chiamatu de lu Signore. Azzate prestu e nu tardare ca tie lu sai cce mmai dunare.
Buonasera ca ninda sciamu ni dai cè bboi e te rengraziamu. Sciamu fandu comu li mpisi se nnu nniti ove ni dati turnisi. Santu Lazzaru benedettu mo sia ludatu Gesù Cristu. Buonasera e bonanotte ti l’aggiu cantata la tua passione.
(il testo è tratto da una canzone interpretata da Pippi Chittano di Galatina) Marcello D’Acquarica
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"Eccovi un altro racconto di Marcello D'Acquarica: un racconto che ci fa gustare sapori e sentire profumi di orto e di campagna. Gli odori ed i colori del passato che per fortuna a Noha sopravvivono ancora (e speriamo ancora per molto), non contaminati dalla frenesia, dall'inquinamento, dal rumore, dall'omologazione ad uno stile di vita tutt'altro che genuino".
Oggi è domenica, e come di consuetudine, faccio “un salto” all'orto. Quasi sempre ci vado al Sabato, per ottemperare alla sacralità della domenica, giorno di festa e dedicato alla famiglia. Capita però che le vicissitudini della settimana qualche volta me lo impediscano e quindi, ho spostato l'appuntamento ad oggi che è domenica. L'orto è un fazzoletto di terra di circa 2000 mq. disteso sul versante a sud-est della collina morenica, immerso nel parco naturale di Rivoli. Rivolto a mezzogiorno e distante dai rumori e dal frastuono delle auto. Da quando vivo qui, insieme a due amici, di cui uno è il padrone, lo abbiamo adibito a giardino per gli ortaggi. Ortaggi a secco, senza acqua, bagnati solo quando il Signore fa piovere. Il posto in cui è sito si chiama “pozzetto”. Strana analogia! Come la zona periferica a nord ovest di Noha: “lu puzzieddrhu”, dove adesso vi hanno costruito la “167”. Era questo uno dei posti dove da bambino con i miei compagni si andava a giocare ed a trascorrere le Pasquette. Dove papà coltivava un “orto” di terra pari a circa venti are, senza acqua ma con tanti bei cozzi. Angoli di mondo meravigliosi. Ambedue per ragioni diverse. Questo di Rivoli è in alto, circa 500 mt. sul livello del mare. Da qui si spazia con lo sguardo l'unico pezzo di infinito che si possa vedere da queste parti. Il resto del panorama è impegnato dalle creste di alti monti bellissimi: le Alpi. Circondano il Piemonte a mo' di staffa di cavallo. Le montagne più alte d'Italia e d'Europa. Dalle Alpi Cozie con la maestà del Monviso alle Craie con il M.Rosa, fino a chiudere il semicerchio con le Alpi della Val D'Aosta. Una vera barriera, inerme alle invasioni delle orde barbariche e annibalesche, ed a maggior ragione, ai nuovi invasori del terzo millennio. Sulle loro cime, sempre imbiancate, svettano i ghiacciai, presenza consolatrice di una perenne riserva d'acqua. Nei giorni senza foschia sono uno spettacolo meraviglioso. Eppure dopo un po' che le guardi ti tolgono l'immaginazione, impediscono ogni altra visuale per cui la fantasia resta prigioniera delle loro possenti e immobili forme. E' assurdo, ma nonostante il loro fascino, possono sembrare una prigione.
Dall'orto, come dicevo prima, invece, si può “bucare” con lo sguardo l'infinito, solamente a Sud.Est. E a me piace pensare che oltre quella coltre grigia di cielo, dove si confondono fino a fondersi, nuvole e colline, si intravedano i due pini (adesso rimasto uno) della via de lu Mureddrha, i “boschi” di ulivi, le masserie de lu Runceddrha e de lu ColaBaldi, il casale de lu Rumanu con la sua gigantesca palma che qualche anno fa brucio per tre giorni di fila, le terrazze delle nostre bianche case, la torre ed il castello, la piazza, i compagni di un tempo, casa....! In questo silenzioso e magico angolo di mondo mi sono nutrito dei ricordi, ho voluto “saggiare” la durezza del lavoro della terra, quella terra che infine ci nutre e ci da la vita. Quella terra che sa ricompensare la fatica dell'uomo. Che da' e poi si “riprende” per poi ridare ancora. Quella... terra! Non questa! Questa è arida, sassosa, secca, pigra. Qui il sole, benchè alto e cocente (in alta stagione) non matura i frutti che per una stagione (non per niente gli indigeni del posto si votarono all'allevamento di bestiame). La pioggia, quando c'è, scorre via veloce e trascina con se, nonostante i miei tentativi di arginamento, anche quel poco di buono rimasto. Pietre, solo pietre e rovi. E silenzio! Il silenzio che a volte nutre la disperazione dello spirito ed altre volte lo ingolfa di gioia. Comunque resta un angolo di paradiso. Qui, vengo a svuotare (non le tasche, a questo ci pensa l'Euro) le mie tensioni della settimana lavorativa. Qui ho compreso l'emozione di ritrovarmi “mbutulato” quando, stravolto dalla stanchezza fisica (la vita sedentaria di scrivania e PC mi rende precario alla fatica), mi ritrovavo immerso nella terra a raccoglierne i “miseri” frutti. Qui ho confrontato con rimpianto il sapore delle stagioni. Con rimpianto sì, perché qui, in ogni anno che passa, assapori “la resurrezione” a vita nuova meglio che in qualunque altro posto. Qui ho atteso vigile il primo lieve segnale del risveglio della natura dal rigido e freddo inverno di questo “insipido” nord. Seppure per brevi e ridotti momenti, qui ho vissuto la gioia di un fiore che nasce e da' colore, ho gustato il nettare delle primizie, ho ammirato la magica festa della primavera. Qui, nelle gelide mattine d'inverno, come quando da piccolo ed insieme al mio amico Roberto vagabondavo per la nostre campagne, ho incontrato il mio amico d'infanzia pettirosso. Anch'esso in lotta per la vita.
Nonostante tutto, in attesa di tornare a casa, era il mio rifugio dove saziare la mia solitudine. Era! Adesso non è più! Oggi (dopo quasi trent'anni), una domenica mattina come le altre, invece del silenzio e la pace, vi ho trovato il deserto. Come una fredda e improvvisa magia, ho trovato il nulla. Tutto raso al suolo. Per terra ancora vivamente incisi i solchi lasciati dai cingoli di una ruspa, testimone della “lecita” prepotenza dell'uomo “padrone” . La vecchia pianta di albicocche sopravvissuta ai miei lunghi tentativi di potatura ha dovuto cedere a tale forza devastatrice, così come ha dovuto fare il canneto da cui ogni anno ricavavo i tutori per le mie piantine di pomodori, il “magazzino” dell'erba tagliata che usavo come fossa biologica, i rovi del mio amico pettirosso, che al prossimo inverno non mi troverà pronto ad ascoltare il suo canto, il bosco di prugne selvatiche e di sambuco, le terrazze di contenimento, il pergolato che mai fece uva e che mi regalò mio fratello Michele ( lo teneva in un vaso sul balcone del suo alloggio), il cespuglio di rosmarino e di salvia, la pianta di fico che con tanto affetto mi ero trasportato da Noha, il pesco che mi aveva regalato il mio amico Roberto, e quell'altro di mio fratello Mario, che ogni anno mi regalava il sapore amaro dei suoi frutti, l'albero di nespole dell'altro mio fratello, tutto raso a terra! Tutto ridotto in poltiglia! Anche ai teneri germogli dei piselli appena nati è toccata la stessa fine, i miei leprotti dovranno cercarsi altro da mangiare al loro risveglio dal breve letargo di questa stagione stranamente mite. In un angolo, a dispetto di tale violenza, come delle lagrime di gioia, la' dove iniziava il muretto di sostegno, sono spuntati i fiori gialli, la trhia e ciciari, che da anni oramai scandivano le mie primavere a ricordo del giardino di casa mia. Niente più rose, ne daglie, ne gladioli per il nostro nido d'amore, niente... la furia irruente ha soffocato anche il profumo dei miei narcisi che per primi, vincitori del gelo, ricomparivano instancabilmente ogni anno in mezzo all'erba ancora secca. Così, improvvisamente, il demone devastatore mi ha riportato ad una triste realtà, mi ha tolto gli affetti, ha disarmato i miei sogni. Così è la vita! Fatta di gioie e di improvvisi cataclismi. Un bel giorno ti svegli e ti accorgi che non sarà più come prima, che le cose cambiano e spesso ce ne accorgiamo quando cambiano in peggio. E allora il panico rischia di rovinare ogni attimo e la disperazione ci rabbuia l'animo. Qualunque ne sia la causa il nostro tempo può finire in un attimo e quello che avremmo potuto fare, dire o dare può non essere più fattibile. Adesso che anche questa storia è finita, mi rendo conto che in fondo sono stato fortunato. Ho avuto l'occasione per capire quanta fatica mio padre ha fatto per sostenere con dignità la sua famiglia. Ho capito anche: che nella semplicità delle cose c'è il segreto per la gioia e la purezza dello spirito; che apparteniamo alla terra, da cui è impossibile sfuggire, non a questo finto progresso; che forse mi resta ancora molto da fare e da donare. Che in fondo la disperazione non costruisce, non edifica nulla. La pazienza e la perseveranza invece portano verso una meta, ed anche se mai sarà possibile raggiungerla, resta sempre il nostro faro, la luce che ci guida, ma sempre nel rispetto della natura e del prossimo. Altrimenti diventiamo a nostra volta, strumenti di distruzione, come i cingoli della ruspa che oggi ha devastato i miei affetti.
Marcello D'Acquarica
"Ecco il racconto della Genesi di Noha, che secondo la "Cosmogonia" di Marcello D'Acquarica sarebbe nata dalle 'gocce di sudore di Dio', 'gocce di vita', allorchè, crea, proprio nel cuore del Salento, un giardino rigoglioso, degno dell'Eden: Noha, il paese bello anche quando fa brutto tempo."
Genesi Dal primo racconto della Creazione.
In principio Dio creò il cielo e la terra…Così ha inizio il primo racconto della creazione del mondo riportato in “Genesi”, il primo dei cinque libri del “Pentateuco” dell’Antico Testamento. Dopo racconta come Dio fece ogni cosa e come portò a termine la Creazione: “Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere. Allora Dio, nel settimo giorno…”.Continua dicendo che nel settimo giorno Dio si riposò, ma non venne riportato che per piantare il giardino in Eden, a Oriente, si accomodò, volgendo necessariamente le spalle al barbarico nord, in quel area che oggi si identifica nel nostro mar jonio, e più esattamente, in quello che sarebbe stato successivamente il Golfo di Taranto. Cosicché alla sua destra (essendo il Signore destro così come noi umani, fatti a Sua immagine), dove vi è ora la Calabria, durante la Creazione della Sua opera, lasciò cadere la maggior parte del Materiale che risultava in esubero. Alla Sua sinistra lasciò cadere un po’ di Materiale che riteneva potesse recuperare per eventuali lavori di aggiustamento. Così, magicamente, nacque il Salento. Sul racconto Biblico non è stato riportato neanche quanto di seguito Vi racconterò ma che può ritenersi altrettanto attendibile (si fa per dire): -durante la piantagione dell’Eden, forse mentre con la mano sinistra si toglieva il sudore dalla fronte, lasciò cadere sulla zona centrale di quello che sarebbe diventato il Salento, delle piccole “ gocce di Vita”… sono queste le fondamenta di Noha. Infine, casualmente, vi volse anche lo sguardo e, con Sua stessa Immensa sorpresa, si accorse di aver Creato un altrettanto eccellente e meraviglioso Paradiso Terrestre. Ed esordì così: “ Ma cuarda bidi c’è ngraziatu! Quasi quasi mi lu tegnu de riserva”. E così fu! Lo tenne di riserva. Noi tutti sappiamo come prosegue il racconto Biblico… Adamo ed Eva disobbedirono alla Legge e per questo vennero cacciati dall’Eden, che, rimasto incustodito, finì per diventare quello che oggi è la terra d’Oriente martoriata da tanta discordia. Intanto nel Salento, e più esattamente in quel area che oggi possiamo identificare in Noha e dintorni, quelle piccole gocce di vita, proliferarono e si riprodussero aiutati dal Signore che, a Loro stessa protezione, concesse il Suo Arcangelo migliore: San Michele. Per tutti i secoli a seguire, gli uomini, le donne ed i bimbi di questo posto benedetto, sottomessi e devoti al loro Santo Protettore, vissero in pace ed armonia, coltivando la terra, costruendovi case e Masserie, due Chiese ed un Castello con tre torri, e nutrendosi di quello che la generosità della natura stessa offriva. Nel frattempo in Cielo era successo un gran “ casino”: alcuni Angeli, servitori di Dio, si erano ribellati al Signore e Questi, per punizione li scacciò per sempre dal Cielo. Poveri Diavoli! Dove potevano andare? Alcuni di loro, si sa, trovarono rifugio sulla terra. Ovviamente questi Angeli disubbidienti, per non farsi riconoscere dalla gente comune, si trasformarono in altre forme viventi del Creato: alcuni in persone cattive, altri in animali delle più variate specie. E, come si suole dire: “ quando il diavolo ci mette la coda”, uno di loro andò a finire proprio in un posto nei pressi di Noha, esattamente a due chilometri più a nord, dove praticamente, sorgerà la Galatina attuale. Quel angelo che purtroppo ci riguarda, si camuffò in civetta, all’apparenza un rispettabilissimo uccello notturno ma di fatto, per la sua vorace ingordigia, il peggiore di quei disperati cacciati dal Cielo. Le persone dei paesi intorno non si accorsero della sua presenza fino a quando, un bruttissimo giorno dell’anno 1811 (vd. La storia di Noha a pag.293), l’angelo disubbidiente travestito da civetta, cosi come fa il camaleonte per catturare le sue prede, si trasformò fulmineamente in Gazza Ladra (la Ciola), e come si addice all’istinto di tale uccello, fu attratta morbosamente dai gioielli dei Nohani ignari, che si ritrovarono ben presto poveri in canna e senza più né case né terre. Da allora e per sempre la rapace Civetta abusò di ogni Loro bene per il proprio insaziabile egoismo. Ai suoi seguaci, a causa della loro ingordigia, crebbero le "garze larghe"sotto cui nascondono i beni sottratti con l’inganno ai Nohani. Quello che la Civetta indiavolata non seppe mai sopprimere fu però la dignità di popolo indipendente che arde ancora forte nei cuori di tanti Nohani. Dedica: Affinché nella gente di Noha si risvegli l’orgoglio di “ popolo” capace di gestire il proprio benessere. Così ha inizio il primo racconto della creazione del mondo riportato in “Genesi”, il primo dei cinque libri del “Pentateuco” dell’Antico Testamento.Dopo racconta come Dio fece ogni cosa e come portò a termine la Creazione: Continua dicendo che nel settimo giorno Dio si riposò, ma non venne riportato che per piantare il giardino in Eden, a Oriente, si accomodò, volgendo necessariamente le spalle al barbarico nord, in quel area che oggi si identifica nel nostro mar jonio, e più esattamente, in quello che sarebbe stato successivamente il Golfo di Taranto. Cosicché alla sua destra (essendo il Signore destro così come noi umani, fatti a Sua immagine), dove vi è ora la Calabria, durante la Creazione della Sua opera, lasciò cadere la maggior parte del Materiale che risultava in esubero. Alla Sua sinistra lasciò cadere un po’ di Materiale che riteneva potesse recuperare per eventuali lavori di aggiustamento. Così, magicamente, nacque il Salento.Sul racconto Biblico non è stato riportato neanche quanto di seguito Vi racconterò ma che può ritenersi altrettanto attendibile (si fa per dire):-durante la piantagione dell’Eden, forse mentre con la mano sinistra si toglieva il sudore dalla fronte, lasciò cadere sulla zona centrale di quello che sarebbe diventato il Salento, delle piccole “”… sono queste le fondamenta di Noha.Infine, casualmente, vi volse anche lo sguardo e, con Sua stessa Immensa sorpresa, si accorse di aver Creato un altrettanto eccellente e meraviglioso Paradiso Terrestre. Ed esordì così: E così fu! Lo tenne di riserva.Noi tutti sappiamo come prosegue il racconto Biblico… Adamo ed Eva disobbedirono alla Legge e per questo vennero cacciati dall’Eden, che, rimasto incustodito, finì per diventare quello che oggi è la terra d’Oriente martoriata da tanta discordia.Intanto nel Salento, e più esattamente in quel area che oggi possiamo identificare in Noha e dintorni, quelle piccole, proliferarono e si riprodussero aiutati dal Signore che, a Loro stessa protezione, concesse il Suo Arcangelo migliore: . Per tutti i secoli a seguire, gli uomini, le donne ed i bimbi di questo posto benedetto, sottomessi e devoti al loro Santo Protettore, vissero in pace ed armonia, coltivando la terra, costruendovi case e Masserie, due Chiese ed un Castello con tre torri, e nutrendosi di quello che la generosità della natura stessa offriva.Nel frattempo in Cielo era successo un gran “”: alcuni Angeli, servitori di Dio, si erano ribellati al Signore e Questi, per punizione li scacciò per sempre dal Cielo. Poveri Diavoli! Dove potevano andare? Alcuni di loro, si sa, trovarono rifugio sulla terra.Ovviamente questi Angeli disubbidienti, per non farsi riconoscere dalla gente comune, si trasformarono in altre forme viventi del Creato: alcuni in persone cattive, altri in animali delle più variate specie.E, come si suole dire: “”, uno di loro andò a finire proprio in un posto nei pressi di Noha, esattamente a due chilometri più a nord, dove praticamente, sorgerà la Galatina attuale.Quel angelo che purtroppo ci riguarda, si camuffò in civetta, all’apparenza un rispettabilissimo uccello notturno ma di fatto, per la sua vorace ingordigia, il peggiore di quei disperati cacciati dal Cielo.Le persone dei paesi intorno non si accorsero della sua presenza fino a quando, un bruttissimo giorno dell’anno 1811 (vd. La storia di Noha a pag.293), l’angelo disubbidiente travestito da civetta, cosi come fa il camaleonte per catturare le sue prede, si trasformò fulmineamente in Gazza Ladra (la Ciola), e come si addice all’istinto di tale uccello, fu attratta morbosamente dai gioielli dei Nohani ignari, che si ritrovarono ben presto poveri in canna e senza più né case né terre. Da allora e per sempre la rapace Civetta abusò di ogni Loro bene per il proprio insaziabile egoismo. Ai suoi seguaci, a causa della loro ingordigia, crebbero le "garze larghe"sotto cui nascondono i beni sottratti con l’inganno ai Nohani. Quello che la Civetta indiavolata non seppe mai sopprimere fu però la dignità di popolo indipendente che arde ancora forte nei cuori di tanti Nohani.Dedica:Affinché nella gente di Noha si risvegli l’orgoglio di “” capace di gestire il proprio benessere.
Marcello D’Acquarica
"Eccovi la terza ed ultima parte della saga del tabacchino di Noha. Con questo pezzo chiudiamo l'anno 2006, che ha visto il nostro sito arricchirsi giorno dopo giorno di storie, racconti, favole, immagini, ed, in parallelo, anche di visite di amici internauti. Vorremmo dire a tutti che siamo appena all'inizio. Il 2007 si aprirà con novità straordinarie. Cliccare per credere! Auguri ai Nohani vicini e lontani, ed a tutti quelli che, in un modo o nell'altro, sono legati a Noha da un sentimento o da un ricordo"
IL TABACCHINO DI NOHA
(terza ed ultima parte)
di
Antonio Mellone
Scorrono i decenni ed il tabacchino di Noha passerà in eredità a Corrado, figlio di Cici che nel frattempo (la moglie Tetta lo seguirà dopo qualche anno) passa a miglior vita. Bisogna sapere che Corrado era un qualificato tecnico di un’importante multinazionale attiva nel settore della tecnologia per l’energia. Poliglotta, Corrado era richiestissimo in tutto il mondo per le sue competenze e la sua disponibilità. In uno dei suoi giri di lavoro intorno al mondo incontra la donna della sua vita: si innamora e sposa la gentile signora Cristina, oriunda di San Paolo del Brasile. Cristina, per amore, lascia la sua terra e si trasferisce a Noha, dove condurrà con successo il tabacchino che era appartenuto per oltre trenta anni ai suoceri. Con la gestione della signora Cristina il tabacchino di Noha cresce ancora e prospera: da semplice azienda di commercio al dettaglio, il tabacchino di Noha diviene una vera e propria moderna impresa di servizi: il tabacchino diventa ben presto l’attività commerciale di Noha con più clienti in assoluto, con un target di clientela variegato che va dal bambino che vuole la chewing-gum alla casalinga che necessita del sale da cucina, dal sofisticato giocatore del lotto (o Superenalotto o Gratta e Vinci, e via di seguito) all’incallito fumatore, dal lettore di quotidiani al cultore di riviste e periodici specialistici, da chi vuole pagare il bollo dell’auto a chi vuole ricaricare la scheda telefonica. Anche chi vuole acquistare prodotti oltre l’orario di chiusura può farlo tramite il comodo e funzionale distributore automatico self-service. Poi, il caro Corrado, dopo lunga malattia, nel pomeriggio di una fredda giornata del febbraio 2005, partì per il suo ultimo viaggio. E la responsabilità dell’azienda passerà a Giuliana, che già da tempo coadiuvava i genitori nell’impresa di famiglia… Oggi il tabacchino di Noha è gestito da Giuliana e dal suo ragazzo, anzi suo marito dallo scorso mese di luglio, Arndt Paschke, di origini tedesche, come si può intuire dal nome, conosciuto nell’Europa del Nord nel corso di studi universitari. Anche Arndt, per amore (e quando si fanno le cose per amore non si sbaglia mai!), come un tempo fece Cristina, si trasferisce a Noha, non disdegnando neppure il clima, la cucina, il mare e la magica atmosfera del nostro Salento. I due ragazzi degnamente, con molta dedizione, conducono la complessa impresa del tabacchino odierno, e sembra proprio che ci sappiano fare con i conti ma soprattutto con le persone, che è la cosa più importante per il successo di qualunque intrapresa. Corrado, che li veglia dal cielo, sarà certamente orgoglioso dei suoi ragazzi.
Il tabacchino si è da poco trasferito all’ombra dell’ottocentesca torre dell’orologio di Noha, nei locali che ospitarono per molti anni il bar di Ninetto, buonanima, locali oggi completamente ristrutturati con gusto ed eleganza. Su una parete ci sembra di aver scorto addirittura il cartello imposto “vietato fumare”: la legge a volte non disdegna gli ossimori… Ecco: in queste righe abbiamo cercato di ricostruire, crediamo alla men peggio, la storia del tabacchino di Noha, ma soprattutto abbiamo visto come questo esercizio sia sempre stato punto di incontro e di scambio di culture del mondo, un meltin-pot di popoli e lingue che arricchisce, un luogo dove da tempo si parla il brasiliano, il tedesco, l’italiano, e chissà ancora quante altre lingue. Ma soprattutto, the last but not least (è proprio il caso di dirlo!) “lu dialettu de Nove”, il cui lessico prevale ancora su tutti gli altri lemmi e sintassi.
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