Isa Palumbo: la pasionaria di Noha
Comunista fin nel midollo, Isa non sopportava le prevaricazioni dei ben pasciuti borghesi a discapito dei poveri lavoratori, proprietari soltanto della forza delle loro braccia.
Cresciuta nella Federazione Giovanile Comunista Italiana, la Palumbo viene eletta nel 1950 nel Comitato Federale, dove porta avanti le sue battaglie di giustizia e di progresso.
Isa Palumbo entra di diritto nelle pagine della Storia locale (scritta anche con la maiuscola essendo non più valida ormai la distinzione tra macro e microstoria) poiché è grazie a uomini e donne della tempra e del coraggio della nostra concittadina che oggi i rapporti di forza tra le classi sociali, che un tempo per il povero proletario significavano soltanto rassegnazione, possono dirsi almeno basati sui canoni della civiltà e del diritto.
Isa è stata un’attivista politica negli anni cruciali delle lotte per i diritti delle tabacchine (come diremo) e successivamente negli anni delle contestazioni sessantottine, dove a Lecce, a Roma e altrove, era sempre in prima fila (lei casalinga) a fianco degli operai e degli studenti universitari, negli scioperi, nelle manifestazioni e nelle lotte che cambiarono il mondo.
In uno di codesti tumulti, tra i più duri, avvenuti nella capitale, la Isa di Noha racimolò financo una manganellata sulla fronte, la cui cicatrice (più di venti punti di sutura!) rimase quale segno indelebile della sua indole, che pare volesse dire agli interlocutori: “mi spezzo, ma non mi piego”.
Al tempo della Isa, il lavoratore quando varcava i cancelli di una fabbrica smetteva di essere un cittadino (era di fatto attuata la “flessibilità”, ante litteram!).
Il sindacato stesso non poteva entrare in fabbrica. Addirittura, se il padrone scopriva che qualche operaio era iscritto al sindacato, specie alla CGIL, quel dipendente passava i guai (quasi non ne avesse già abbastanza). La Isa, esponente di quel sindacato di sinistra, lotta e cerca di “contagiare”, con le sue idee rivoluzionare, lavoratori e lavoratrici di quella voglia di libertà e democrazia che finalmente dal sessantotto in poi irrompe nelle fabbriche, nella scuola, nell’università e nella società tutta.
Le battaglie combattute dalla Isa sono per l’aumento dei salari, per il miglioramento delle condizioni di lavoro e quindi anche per la salute del lavoratore. E soprattutto si batte per le donne lavoratrici.
Sono le donne che subiscono più pesantemente le conseguenze di un ambiente di lavoro malsano, senza un minimo di tutela, nemmeno quando sono in stato avanzato di gravidanza.
Ma lasciamo la parola alla stessa Isa, tratta da brani di un intervista da lei rilasciata nel corso del 2002, qualche mese prima della sua dipartita, e pubblicata nel 2003 in un video-documentario di Luigi Del Prete dal titolo: “Le Tabacchine. Salento 1944-1954”, edizioni Easy Manana.
Così la Isa, sindacalista e capomovimento, con un italiano impeccabile e con una proprietà di linguaggio che denotano lungo commercio con le lettere (ancorché non sancito da alcun diploma) e con la schiettezza che la contraddistingue, pensa e dice: “Figlio mio, la condizione della donna nel Salento era quella della schiavetta in seno alla famiglia, alle dipendenze del marito…
Erano poche le donne che lavoravano. E quelle che lavoravano facevano le tabacchine, perché altro lavoro, dalle nostre parti, non c’era…
La condizione delle tabacchine era incredibile. Non c’erano le condizioni igieniche come le intendiamo oggi.
Ad esempio si beveva tutte in una “menza”. Ad una certa ora prestabilita, qualcuno passava con questo recipiente e mettendo tutte il labbro sull’orlo di questo, bevevano l’acqua. Però ad una certa ora! Dopo non si poteva più bere!
Anche per andare al bagno c’era un orario prestabilito. E comunque le operaie dovevano sempre chiedere il permesso alla Maestra.
Per cui la donna, già schiava per principio, diventava ancora più schiava per la necessità del lavoro. Questo stato di cose, io non lo sopportavo! Assolutamente non lo sopportavo!”
Dice ancora la Isa in un altro brano dell’intervista: “ A quell’epoca non esisteva nemmeno l’ufficio del lavoro. Il tutto era a discrezione delle Maestre, che erano le persone di fiducia del Concessionario. La Maestra faceva il buono ed il cattivo tempo: era arbitra della situazione.
Sicchè a oppressione si aggiungeva oppressione che si manifestava proprio con il “regalo” alla maestra, e con quello all’impiegato del pubblico ufficio. Oppressione e ingiustizia!”
Continuando in questa sorta di raccolta antologica del pensiero della battagliera compagna di Noha leggiamo inoltre: “Io vedevo l’ingiustizia, avevo il coraggio di parlare e volevo che tutte acquisissero questo coraggio. Perché – dicevo - se ci mettiamo insieme, se ci difendiamo, allora i padroni non possono fare nulla.
Se non ti difendi il tuo pane, nessuno ti tutela. Allora con gli scioperi abbiamo partecipato e conquistato i diritti. Con la lotta si ottiene tutto […]
Oggi, i rimbambiti di oggi, s’aspettano di essere imboccati.
Noi cercavamo di parlare alle tabacchine, in riunioni di caseggiato, nelle fabbriche, nelle borgate, nei locali più svariati per renderle edotte della loro condizione e dei loro tabù.
Ma non era facile. C’era tanto da lavorare. Ce ne voleva per far comprendere questi principi: chi per paura, chi non voleva e chi diceva: “ chi me lo fa fare?”
C’era tanto da fare! Non poco. Tanto da fare!”.
A Lecce il grande sciopero del 24 settembre 1944, finito con l’uccisione di tre dimostranti da parte delle forze dell’ordine, aprì la grande stagione delle rivendicazioni sociali. Le tabacchine reclamavano l’adeguamento dei salari al costo della vita, il rinnovo dei contratti collettivi nazionali (e la loro applicazione da parte dei Concessionari, datori di lavoro), il rinnovo del sussidio straordinario di disoccupazione da parte del Governo centrale, messo in discussione dalla classe politica del tempo. Le tabacchine erano infatti lavoratrici stagionali ed il sussidio era una misura mirata ad alleviare la loro difficile condizione. Ed infine le tabacchine rivendicavano la regolamentazione delle procedure d’assunzione fino ad allora lasciate al capriccio delle Maestre.
Il movimento venne guidato da donne coraggiose ed altruiste, come la Isa di Noha, che subivano arresti e persecuzioni. Ma che ritornavano sempre con rinnovato coraggio e determinazione.
Seguiamo il racconto di quanto avvenne direttamente dalle sue parole: “Quando incominciò la lotta per ottenere il sussidio straordinario di disoccupazione, (perché allora fu lotta vera), iniziammo a mobilitarle tutte. Mentre discutevamo con il Prefetto, questi se ne uscì dicendo: <<Ma si… in fin dei conti… rappresentate si e no… cinquanta tabacchine in tutta la provincia!>>. Io, ribelle, gli dissi:<< Senta Eccellenza, domani mattina le farò vedere quante tabacchine rappresento!>>.
La notte… a piedi,… in bicicletta,… con la macchina e con ogni mezzo… avvisammo tutta la provincia:<< Domani mattina tabacchine e contadini tutti a Lecce!!!>>…
All’indomani mattina, andai dal Grimaldi, perché ero di commissione e gli dissi:<<Venga! Le faccio vedere le tabacchine che rappresento!…>> [Affacciatosi alla finestra il prefetto non credeva ai propri occhi: circa 50.000 donne, operaie, lavoratrici del tabacco, gremivano le strade e le piazze del centro di Lecce…ndr]
Per la prima volta le grandi mobilitazioni contribuiscono a far rinascere la vita democratica. I movimenti nel Salento determinano così una svolta di mentalità del popolo meridionale: queste ribellioni volontarie cercano di eliminare la cappa culturale feudale di cui molti sono vittime, rappresentano la capacità di rivendicare autonomamente i propri diritti e sono la base per la costruzione dell’Italia “moderna”. Grazie a questi tumulti leccesi la questione meridionale diventa questione nazionale.
Isa, la pasionaria di Noha, è al centro di questi moti; diviene quasi un mito per le operaie: la persona alla quale rivolgersi per ogni istanza, per la tutela e la rivendicazione dei diritti dei lavoratori, che sono l’altra faccia dei diritti umani.
Così diceva Isa: “…Finchè ci sarà il ricco che può comprare ed il povero che si fa comprare non ci sarà giustizia. E quei pochi che vogliono uscire da questa oppressione ci rimettono la pellaccia…
Oggi la donna del Salento (e degli altri paesi), l’emancipazione l’intende nelle calze di nylon, nel cappotto di pelliccia, nella macchina… Ma la vera emancipazione non è questa! In questi termini l’emancipazione non c’è!
Ma la vera emancipazione è chiedersi: ma chi sono io, che cosa posso dare alla vita, che cosa posso ricevere dalla vita….”
A Lido Conchiglie con notevoli sforzi ed in tempi in cui investire colà significava fare una pazzia, s’impelagò nell’avventura della costruzione (per poi gestirlo) di un complesso turistico: un bellissimo albergo-pensione con tanto di ristorante e bar (dove chi scrive ebbe modo di lavorare nel corso di qualche estate degli anni ’80). Un investimento che, con il senno di poi, si dimostrò essere un ottimo investimento. Anche in questo la Isa di Noha manifestò la sua lungimiranza. A Lido Conchiglie la indole battagliera della Isa si rileva anche nella tutela di un tratto di costa che personaggi rapaci e senza scrupoli (invero anche istituzioni come l’Aeronautica) avrebbero voluto “privatizzare”, impedendo a tutti di accedere liberamente alla spiaggia (fino ad oggi rimasta selvaggia a meno del tratto dell’Aeronautica, appunto) e di giungere liberamente al mare senza bisogno di pagare un biglietto (per affittare uno stile di vita: quello degli ombrelloni e delle sdraio tutte uguali, quelle dei juke boxe ad alto volume, quelle dei lidi privati che purtroppo oggi pervadono le coste salentine, adriatiche e joniche)…
E a Lido Conchiglie, il 3 febbraio del 2003, il cuore della Isa cessava di battere. Quel mattino di mite inverno salentino, il mare era placido e calmo, quasi a non voler disturbare il riposo di chi per una vita senza risparmio di energie aveva lottato nell’interesse dei più deboli.
Le sue spoglie, ricomposte, tornarono a Noha per un ultimo saluto da parte dei suoi concittadini. Luisa Palumbo fu sepolta nel cimitero di Noha, nella sua cappella di famiglia. Ma con Lei (che ci pare ancora di sentire) non furono sepolti i suoi pensieri, la sua fede per la libertà, la democrazia e la giustizia, che sono (o dovrebbero essere) sempre vivi e alla base di ogni umana convivenza.