Di Antonio Mellone (del 19/05/2019 @ 15:02:34, in NohaBlog, linkato 90 volte)

Qualche giorno fa, con il silenzio assenso di quasi tutti i senatori, il governo del cambiamento (climatico?) ha fatto convertire in legge il decretino Centinaio, nato come l’araba Fenice sulle ceneri del verbo di Martina, già Ministro delle braccia strappate all’Agricoltura, nonché segretario reggente del PD (acronimo polimorfo che va da Partito Diserbante a Penetrazione Doppia).

Sicché ora si potrà tranquillamente assestare il colpo di grazia alla nostra terra a norma di legge. Non che prima d’ora la norma impedisse a cani e porci di gasificare, cementificare o avvelenare il Salento. Assolutamente.

Solo che adesso, con questo ennesimo Sblocca-Italia, i nostri portavoce (sic) hanno finalmente dato il via libera al redivivo Desert Storm obiettivo Salento, così tanto atteso, che dico, bramato da un Neoliberismo stavolta travestito da scienza, associazioni di categoria e devoti alla Immacolata Eradicazione.

 
Di Antonio Mellone (del 14/05/2019 @ 13:19:13, in NohaBlog, linkato 102 volte)

 

 

La parola scienza non vuole aggettivi, virgolette o caratteri cubitali. La scienza si firma in minuscolo, abbassa la cresta, modera i toni. Non ha manie di grandezza, non si esalta facilmente. I suoi indumenti preferiti sono camice, tuta da lavoro e grembiule, quasi mai il vestito elegante.

 

Discente più che docente, la scienza è una bambina. Si pone mille domande, e spesso non trova le risposte. È curiosa, accetta il dialogo, considera l’errore e il dubbio come strumenti di lavoro. Il dibattito, la sua marcia ingranata.

 

La scienza è anarchica, non s’inchina all’autorità, non si nutre di ideologie, non è iscritta al partito, men che meno al partito preso.

 

Non avendo verità in tasca, non s’impunta: è pronta invece a ritornare sui suoi passi, cambiare idea, inserire la retromarcia. Aborre il tifo da stadio, non sputa sentenze, espone i risultati delle sue indagini, pronta a rivederli, discuterli, correggerli. La scienza non è teologia dogmatica, culto o devozione; né eresia la sua critica.

 

 
Di Antonio Mellone (del 04/05/2019 @ 21:42:44, in NohaBlog, linkato 65 volte)

Non vi venga il ghiribizzo di iniziare di sera la lettura de “La Notte degli Indicibili”, il romanzo d’esordio di Giunio Panarelli (Montag, 2018), magari quando siete già a letto: rischiereste seriamente di arrivare alle tre senza accorgervene - prima di dovervi interrompere causa incipiente novella giornata lavorativa da lì a meno di quattro ore.

Di primo acchito, chissà perché, ti vengono in mente i Ragazzi della via Paal, ma dopo appena qualche riga t’accorgi che qui il tragico si trasforma immediatamente in comico, reso oltretutto con inedita scrittura creativa, mai scontata, e direi pure raffinata. Dalla maneggevolezza della penna arguisci sin da subito quanti libri (di cui molto probabilmente è tappezzata casa sua) abbia sfogliato l’autore, quanto gli ronzi in testa il loro brusio, e forse anche quanto sia pure un pizzico figlio d’arte.

Che poi oggi questo ventiduenne di Galatina frequenti la Bocconi e addirittura International Politics & Government (yes, in inglese), con un bel po’ di esami in metodi quantitativi [necessari finalmente a chi nelle istituzioni nazionali e internazionali, e perché no locali, è chiamato a formulare decisioni, ndr.] è un altro paio di maniche e si chiama completamento. Si cresce passo dopo passo, magari anche con la partecipazione alla redazione di Intevalla Insaniae - il giornalino del liceo classico galatinese, a suo tempo così osteggiato dal diciamo potere costituito - (fatto), con uno stage al Fatto Quotidiano (fatto), con la pubblicazione sui social network del Bollettino del Quattro Marcio, notiziario satirico (fatto) [ah, la satira, così invisa agli analfabeti funzionali, ndr.], con la collaborazione a questo o a quel magazine più o meno web (fatto anche questo). Tutto sembra propedeutico (come si diceva di certi esami universitari) a un secondo auspicabile romanzo: un Economic Thriller per la precisione (ché quanto al Political horror non c’è bisogno di inventare nulla, visto quanto ormai la realtà obliteri la fiction).

 
Di Albino Campa (del 04/05/2019 @ 10:32:57, in NohaBlog, linkato 1456 volte)

Da molti anni si notavano un via vai di api da un buco presente nel muro di una abitazione disabitata in via Principe Umberto a Noha, ma nell’ultimo periodo la situazione è drasticamente peggiorata tanto che i residenti della zona hanno chiesto l’intervento di un apicultore per recuperare lo sciame d’api che ogni giorno invadeva la strada.

Da una breccia aperta sul muro interno è stato possibile vedere le dimensioni dell’alveare dal quale si è potuto recuperare anche una grande quantità di miele.

Albino Campa

 
Di Antonio Mellone (del 27/04/2019 @ 16:04:53, in NohaBlog, linkato 220 volte)

Da “Povero Silvio” a “Povero Figlio”. Da Antonio Cornacchione ad Antonio Mellone (le corna sue).

Sì, perché il coinvolgimento emotivo, il pianto a dirotto e la commozione (cerebrale), pur nel rispetto del copyright, sono sostanzialmente identiche a quelle che provava l’attore di Zelig nelle sue gag.

Ora vi spiego di cosa vado blaterando.

Qualcuno m’ha fatto notare un post Fb di qualche giorno fa, vergato probabilmente “di notte dopo le frenetiche giornate passate a Roma”, quando trova “il tempo per pensare” [non sarebbe meglio pensare di giorno, magari in aula?, ndr.], nel quale un pezzo grosso della politica nostrana, vale a dire un neodeputato del Movimento di Lotta e di Governo, si confessa al suo popolo evidenziando tutto il suo tormento, l’afflizione, che dico, lo strazio di vivere lontano da casa magari con quattro soldi, costretto com’è a lottare per i nostri interessi, “ridurre le distanze tra palazzo e cittadini”, e finalmente aiutare tutto il mondo, oppressi e oppressori.    

Povera stella. Anzi cinque.

E voi, ingrati che altro non siete, vi permettete pure di far calare i consensi nei sondaggi di Pagnoncelli?

Ma cosa vi salta in mente: lui è sceso in campo, e l’ha fatto per noi, pooveeroo fiiiglio [più di una lacrima imperla ora i miei occhi, ndr.]. Ma dico io: ma chi te l’ha fatto fare-e-e-e. Pane e vino non ti mancava. Eppure ‘sto governo di cose giuste ne ha fatte tante: solo che non riesce proprio a farlo sapere-e-e-e [pianto disperato, ndr.].

 
Di Fabrizio Vincenti (del 24/04/2019 @ 19:40:50, in NohaBlog, linkato 545 volte)

Da quando sono al nord ho imparato a guardare alla mia terra d’origine con un amore e una misericordia che prima non conoscevo. Così, mentre quella volta la mia infanzia trascorreva senza tanti fronzoli, noncurante di ciò che avevo intorno, ora, da lontano, da molto lontano, osservo ogni foto che mi giunge attraverso questo scellerato monitor. Ne studio i dettagli, le riguardo per vedere se tra quelli immortalati c’è ancora qualcuno che conosco. Guardo i colori, le ombre. Anche se si tratta solo di un’immagine sullo schermo, cerco di capire se è cambiato qualcosa rispetto a come ricordo io le cose; i volti, gli sguardi, le strade, le case. Osservo la piazza del paese e mi chiedo se è la stessa piazza di quando avevo undici, dodici, tredici anni.

Faccio molta attenzione a tutto, ma ho sempre la stessa sensazione, come se qualcosa fosse cambiato inesorabilmente, e non capisco cosa. Forse è cambiato tutto o forse tutto è esattamente così come l’ho lasciato quella volta, e ad essere cambiato sono io, solo io, certamente in peggio.  Allora corro subito a ripensare alle mie pasquette, alle mie cuccagne, alle mie settimane sante, e nei ricordi rivedo tantissima gente, una folla sterminata, come se Noha a quei tempi contasse centomila anime. Ora, invece, conteggio le persone per capire se, sulle dita, riuscirò a superare il numero dieci, e non ci arrivo. Allora mi sembra che i centomila ora siano solo nove a Nove, neanche dieci. Cosa c’è che non torna in quelle processioni fotografate? Cosa manca in quelle chiese del giovedì santo? Chi ha allestito? Chi ha addobbato? E le statue erano le stesse che ammiravo io, ammutolito per le loro apparenti immobilità?

Ricordo che quando ero ragazzo quelle forme di cartapesta si muovevano, anche se liturgicamente sconsigliato. Tutto il paese era in movimento. I colori erano diversi. Tutto era diverso. Allora finisco sempre col pentirmi: basta vivere di nostalgia e ricordi; è normale che il presente non sia come il passato, deve essere così; è tutto normale. Il presente è presente. Ma cosa volete che vi faccia: a me qualcosa non torna in questa faccenda.

 
Di Antonio Mellone (del 22/04/2019 @ 08:51:23, in NohaBlog, linkato 150 volte)

Il primo è un prato inglese in senso stretto, il secondo salentino. Uno sta bene certamente nel suo naturale habitat britannico, l’altro nella nostra terra. Del prato inglese sarebbe sufficiente una sola immagine, del salentino non basterebbe una galleria intera.

Il prato inglese è uniforme, monotono non crescente (anche nei sensi matematico e musicale della locuzione), regolare, tendenzialmente omogeneo, piatto; il prato salentino invece è irregolare, variegato, singolare, mai identico a se stesso.

Il prato inglese assorbe energia, il salentino te la restituisce.

Il primo mi dà l’idea di un elettrofono per suoni sintetici; il secondo di un organo con una miriade di canne, una diversa dall’altra per lunghezza, diametro, materiale timbrico e dunque vibrazioni.

 
Di Marcello D'Acquarica (del 21/04/2019 @ 21:38:54, in NohaBlog, linkato 501 volte)

Be'... Non ci credevo più nemmeno io. A forza di vedere in giro alberi capitozzati e altri tutti secchi, con al massimo qualche rara parvenza di fogliame, pensavo che solo un miracolo potrebbe salvare i nostri ulivi. Dopo aver visto gli alberi di Michele, invece, mi si è riaperta la speranza.

Il mio cuore ha sentito come il chiudersi improvviso di un taglio che perdeva, perdeva appunto, la speranza.
E pensare che Michele non è un contadino, di mestiere fa tutt'altro. Eppure il suo giardino sembra la vetrina di un gioielliere, i suoi ulivi sono tutti in fiore, tutti. Nonostante il suo campo sia circondato da terreni trascurati e ulivi malandati. Cosa fa per mantenerli così? Semplicemente li tratta con la poltiglia bordolese, una potatura arieggiata che ha fatto lui stesso e infine, dice Michele, con le piante ci parla, le tratta come fossero delle persone care.

Osservavo il confronto tra i due uliveti, sono perfettamente uno di fronte all’altro ai lati della strada, in via Aradeo, esattamente nei pressi del viale che porta all’antica Masseria della Contessa, osservavo dicevo, l’incredibile condizione dell’uliveto dirimpetto a quello di Michele, è stato ghigliottinato barbaramente, e lasciato soffocare dal sottobosco di erbe spontanee, mentre le piante di fronte, quelle del nostro amico, sono l’esatto opposto, con un carico di fiori inimmaginabile.

 
Di Albino Campa (del 18/04/2019 @ 23:24:49, in NohaBlog, linkato 250 volte)

Chiesa Madre di San Michele Arcangelo in piazza S.Michele.

Tre Altari della Reposizione e una Pietà Tre Altari della Reposizione e una PietàTre Altari della Reposizione e una Pietà

Chiesa della Madonna delle Grazie, prospiciente gli omonimi giardini.

Tre Altari della Reposizione e una Pietà Tre Altari della Reposizione e una PietàTre Altari della Reposizione e una Pietà Tre Altari della Reposizione e una Pietà

Chiesetta della Madonna del Buon Consiglio, in via Aradeo.

 

"Salviamo gli Ulivi Secolari"...

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