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Quali libri vale la pena di leggere
Di Antonio Mellone (del 08/07/2016 @ 13:47:23, in Recensione libro, linkato 1038 volte)

I libri che vale la pena di leggere son quelli che fanno incavolare.

Tutti gli altri, sì, vabbé, potrebbero essere pure interessanti, magari scritti anche bene, ma se non provocano un pizzico di stizza, di tormento interiore, di cruccio o di revisione di un paradigma al quale s’è pur sempre creduto servono a poco.

E questo non dipende dal genere. Anche i romanzi d’amore, per dire, se in qualche loro parte non suscitano forme di sdegno, risentimento o di rabbia potrebbero rischiare di diventare una gran perdita di tempo.

Ma se ci pensate bene non esistono libri che non fanno incavolare.

Anche “I Promessi Sposi”, per esempio, in qualche brano, anzi in più di qualcuno, creano inquietudine, rancore, irritazione (pensiamo alle pagine su don Abbondio, o a quelle su don Rodrigo, o alle figure sinistre del conte Attilio o del dottor Azzeccagarbugli, o il racconto dell’assalto al forno delle grucce e l’arrivo di Antonio Ferrer). Ma il discorso varrebbe anche per “Anna Karenina”, per “I Malavoglia” o per “Il nome della Rosa”…

Di certo uno dei libri che più di tutti m’ha fatto incavolare nel corso di questo solleone (altro che refrigerio nella lettura sotto l’ombrellone) è “Carnefici” di Pino Aprile (Piemme, Milano, 2016). E non si tratta purtroppo di un romanzo d’appendice, ma di un volume di storia patria (patria, si fa per dire) che l’appendicite invece te la fa venire, eccome.  

E’ che uno (come per esempio il sottoscritto) pensava di conoscere la storia dell’Unità d’Italia, quella imparata a memoria dalle elementari in su (anche se a dire il vero qualcosa non mi quadrava neanche allora, ma non riuscivo a capire esattamente cosa), invece poi s’accorge che il film, quello vero, è un altro: e non si tratta della fiction trasmessaci finora a scuole unificate ma di un documentario che finalmente alcune reti, anzi la Rete, e alcuni scrittori come l’Aprile, iniziano a mandare in onda finalmente non più in quantità omeopatiche.

E così, pagina dopo pagina, t’accorgi che il fatterello che t’hanno raccontato a suo tempo se non era una bufala quanto meno mancava di alcuni fatti fondamentali (che nessun professorone universitario s’è preso la briga di ricercare tra gli archivi  - quelli non premeditatamente distrutti, s’intende), come quello per cui i savoiardi occupanti il Sud furono sì fratelli d’Italia, ma quasi tutti di nome Caino.

Ogni pagina di “Carnefici” ti fa salire la pressione arteriosa. Sì, perché l’Unità si fece non con la passeggiata di Garibaldi e di mille lanzichenecchi al soldo di qualcuno, ma con le stragi, le deportazioni, le torture, le decapitazioni, le incarcerazioni, le intimidazioni, gli inganni, gli stupri, le distruzioni di interi villaggi, le esecuzioni sommarie, i saccheggi, i rastrellamenti, i lager, le fucilazioni a tappeto…, tanto che all’appello mancano decine, che dico, centinaia di migliaia di abitanti del regno delle due Sicilie.

Ma non è solo questo. E’ che hanno scordato di dirci tante altre cose, come per esempio che prima dell’Unità d’Italia il 60% di tutti gli studenti italiani erano iscritti a Napoli (quasi il 100%, quelli di Fisica, Chimica e Scienze Naturali), e che le università di Catania e Palermo avevano lo stesso numero di iscritti di Bologna, ma che dopo l’Unità d’Italia i contributi alle università del Sud furono decimati (più o meno come i contadini costretti diventati “briganti”, per opporsi all’invasore).

E’ che hanno ripetuto mille volte la balla della burocrazia del Sud facendola diventare “proverbiale realtà”, quando invece il Regno delle Due Sicilie, con il doppio della popolazione, aveva in realtà la metà dei pubblici dipendenti del Piemonte. Per non parlare della corruzione, dei governi instabili, del trasformismo parlamentare e del debito pubblico, veri e propri princìpi cardine delle architetture politiche sabaude, non di quelle napoletane.

Poi sappiamo quasi tutti com’è andata a finire.

E se non lo sapete, date un’occhiata agli altri libri di Pino Aprile (io li ho divorati di volta in volta in pochi giorni, anzi in poche ore): primo fra tutti “Terroni” (Piemme, Milano, 2010 – c’è anche la versione economica), ma anche “Giù al Sud” (Piemme, 2011), “Mai più Terroni” (Piemme, 2012), “Il Sud Puzza” (Piemme, 2013), e infine “Terroni ‘dernescional” (Piemme, 2014).

V’incazzerete a bestia, volume dopo volume, pagina dopo pagina. Ma almeno capirete finalmente quanto gli storiografi ufficiali siano (stati) tanto falsi quanto bravi.

Quindi molto bravi.

Antonio Mellone