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I Sepolcri e il triduo pasquale a Noha
Di Antonio Mellone (del 25/03/2016 @ 00:00:45, in NohaBlog, linkato 1453 volte)

La Settimana Santa inizia con la Domenica delle Palme, giornata di intensa spiritualità, che a Noha parte dal mattino, con l’adunanza del popolo sull’ampio piazzale del Calvario per la benedizione dei ramoscelli d’ulivo e delle palme, e termina a notte fonda (a partire da quest’anno) con la straordinaria rappresentazione della Passione Vivente.

Il Giovedì Santo la Chiesa ricorda l’istituzione del Sacramento dell’Eucarestia. I fedeli seguono la messa in coena Domini, nel corso della quale, con la “lavanda dei piedi” viene ricordata l’ultima cena di Gesù con gli Apostoli.

Alla fine della messa, il sacerdote ripone le ostie consacrate nel “Ciborio” dell’altare appositamente addobbato con stoffe sapientemente drappeggiate, fiori, luci, candele e piatti di grano fatto germogliare al buio. Nel frattempo tutti gli altri altari vengono spogliati dei sacri paramenti, i candelieri reclinati, le campane “legate”, l’organo ammutolito.

Le Ostie rimarranno esposte solennemente fino all’indomani pomeriggio per permettere l’adorazione da parte dei fedeli. E’ tradizione ab immemorabili visitare i “Sepolcri” (così impropriamente definiti dal volgo) allestiti nelle diverse chiese di Noha. Il primo è in Chiesa Madre, quest’anno apparecchiato per la prima volta sull’altare maggiore (negli scorsi anni era presso l’altare del Cuore di Gesù), nella Chiesa Madonna delle Grazie e nella Cappella della Madonna del Buon Consiglio.

Ogni allestimento ha un leitmotiv di fondo: l’agnello sacrificale e quindi pasquale in Chiesa Madre; il sepolcro vuoto con il sudario piegato e la pietra occludente rotolata via dal Cristo trionfante, nella Cappella della Madonna del Buon Consiglio; il Panis Angelicus in una grande immagine effigiata sull’altare maggiore, nella Chiesa della Madonna delle Grazie.

Nella Chiesa della Madonna di Costantinopoli, invece, oltre al “Ciborio”, con la bellissima installazione di una grande porta antica spalancata sul Cristo (simbolo del Giubileo della Misericordia, evidentemente), come da tradizione, è stata predisposta anche “la Pietà” (o Deposizione o Calvario) con l’esposizione della statua del Cristo Morto (che dall’anno scorso è stato riposto nella sua antica bara di vetro opportunamente restaurata e illuminata) e quella dell’Addolorata. La statua della Madonna ha un vestito nero finemente ricamato, un pugnale appuntato sul petto, due fazzoletti bianchi nelle sue mani protese in avanti, mentre lo sguardo rivolto verso l’alto è pervaso da indicibile dolore per la morte del Figlio.

Il Venerdì Santo la Chiesa si astiene dalla celebrazione della Messa. La sera fa solo memoria della morte di Gesù con la lettura del “Passio” secondo Giovanni e con l’adorazione della Croce. Non si consacra l’Eucarestia, ma il sacerdote e i fedeli consumano le particole del Giovedì Santo, riposte nell’altare della Reposizione (vale a dire il “Sepolcro”). Il popolo continua a chiamare codesta funzione Messa Sciarràta, cioè sbagliata, fuori dai canoni noti: come se il celebrante, per la morte del Signore, avesse perso la bussola.

Sul far della sera, verso le ore 22 inizia a snodarsi la lenta, lunga, solenne processione del Venerdì Santo, aperta dalla Croce in legno dei Misteri che reca su di sé i simboli della Passione di Cristo, la statua del Cristo Morto seguita da quella della Madonna Addolorata, tutte le associazioni religiose e cittadine, mentre la banda, diretta dalla Lory Calò, intona struggenti marce funebri.

Un tempo c’era la “trozzula” o “trènula” ad aprire il corteo. Era, questa, un pezzo di legno su cui erano infissi alcuni battenti metallici. Quando il chierichetto, impugnandola, ruotava freneticamente il polso ne scaturiva un caratteristico crepitio rumoroso, sordo, che dava alla processione un tocco ulteriore di straziante drammaticità.

Chi scrive ne è stato uno dei più assidui “suonatori”. Ma stiamo ormai parlando del secolo scorso.

Antonio Mellone