Di Redazione (del 30/11/2020 @ 18:46:23, in NohaBlog, linkato 114 volte)

Ce l’abbiamo fatta. Si anche quest’anno, siamo riusciti a ufficializzare per l’ennesima volta il nostro grido di allarme, quello per il Creato, sempre più degradato. Lo abbiamo fatto piantando due nuovi alberi al Giardino della Madonna delle Grazie. Due piante che si vanno ad aggiungere ad altre tre già messe a dimora nei giorni scorsi da qualche nostro concittadino sensibile alla causa.

Poca cosa, viene da dire, ed è vero se facciamo il confronto con la desertificazione in corso, cinque piante non fanno nemmeno la fatidica goccia nell’oceano. Considerando ciò il rischio di scivolare nell’amarezza prevale facilmente sul buon umore.

Viene a mancare perfino la voglia di dirlo, tanto che queste nostre buone intenzioni, quelle di continuare a ripetere a destra e manca che gli alberi ci danno l’ossigeno, che non sono loro a disturbare il nostro cammino, che sia un marciapiede, una strada asfaltata, una casa o qualsivoglia altro nostro alibi insostenibile, che loro, gli alberi, sono molto più importanti del 5G, dei comparti di abitazioni a schiera a scapito di tante abitazioni vuote, delle decine e decine di ettari di impianti fotovoltaici, che con la scusa del fabbisogno di energia verde, stanno (loro) desertificando le nostre campagne come fosse ( e lo è) un’altra pandemia. E non ci stanchiamo mai di dire che le risorse di questa Terra non sono infinite e che a doversene preoccupare dobbiamo esserlo tutti, dal primo all’ultimo: amministratori pubblici, politici, padri e madri, e nessun’altro escluso.

 
Di Marcello D'Acquarica (del 22/11/2020 @ 19:02:05, in NohaBlog, linkato 402 volte)

Mi verrebbe quasi voglia di fidarmi degli addetti ai lavori che si occupano dei beni comuni, tipo l’aria, l’acqua e la terra, e quindi di lasciar perdere tutto quello che mi passa per la mente e che vedo in giro. In fondo, penso, come si usa dire: “andrà tutto bene”. Così chiudo i pensieri per una frazione di secondo. Ma poi certe immagini mi ritornano davanti con prepotenza, e con esse le parole dette, insieme a tutti quei dati e a quelle tabelle che ho letto nel Report dei tumori nella nostra provincia aggiornato al 2020.

E allora non posso fare finta di niente. Le immagini sono anche quelle degli impianti di pannelli fotovoltaici tra le Contrade Roncella e Scorpio che, ora che hanno perso i ripari (ulivi martiri) dietro cui parevano nascondersi, manifestano tutta la loro sfacciataggine. Non ci sono parole, gli alberi d’ulivo, quelli scampati agli incendi, rimangono lì come testimoni muti della (voluta?) mancanza di cure. Invece la distesa infinita di pannelli luccicanti come l’oro sembra non fare una piega.

Inutile farvi leggere per l’ennesima volta la sfilza di controindicazioni che generano le devastazioni della campagna: desertificazione del suolo, impoverimenti della biodiversità, scarsa generazione di ossigeno nell’aria, danni idrogeologici, cambiamenti microclimatici, ecc.

Tant’è che si sono studiate norme altamente specifiche che dovrebbero tutelare tutto il sistema ambientale, paesaggistico ed economico. Si tratterebbe soltanto di farle rispettare se non avessero purtroppo la stessa efficacia delle grida di manzoniana memoria .

Nonostante l’impegno – eravamo quattro gatti spelacchiati - non riuscimmo a evitare i danni del 2010 (quelle devastazioni sono sotto gli occhi di tutti, tranne dei ciechi), ma pensavamo che questo maledetto discorso si fosse chiuso definitivamente là, con i danni a noi e i milioni di euro alle società a responsabilità limitata, che oltretutto sono pure di fuori regione, se non spagnole (prima) e tedesche (poi).

 
Di Antonio Mellone (del 14/11/2020 @ 16:03:33, in NohaBlog, linkato 730 volte)

Un crescente numero di galatinesi è in lutto. Altri – presi, per esempio, dalle partite su Sky, dalle uscite al centro commerciale (specie la domenica, quando potevano), e dalle gozzoviglie con gli amici da postare su face-book - non lo saranno punto, in quanto “ogni danno, ogni stento, ogni estremo timor subito scordano”, ché “la miseria loro, credo, non sanno” (grazie, Giacomino Leopardi mio). I primi, invece, compulsando il sito della provincia di Lecce, hanno scoperto di recente che le superstiti campagne intorno alla loro Città d’Arte stanno per essere ricoperte ancora una volta da decine e decine di ettari di pannelli fotovoltaici.

Evidentemente non sarà bastata la prima ondata pandemica di una dozzina di anni fa che vide soccombere sotto lastre di vetro, ferro e silicio centinaia di fertilissimi campi salentini in nome dell’“energia pulita” - del resto un’epidemia che si rispetti ne annovera almeno una seconda, di ondata: come quella in corso.

A proposito di storia, chi non ricorda le imbarazzanti figuracce di certi nostri amministratori pubblici dell’epoca nel discettare (o scettare), con la solita morfosintassi sconquassata, di codesti mega-impianti. Oltretutto, al tempo, cogliere qualche differenza di posizione “politica” tra la componente diciamo moderata e quella diciamo progressista degli schieramenti era come trovare un ago nel pagliaio. Anzi nel pagliaccio. Non che i rappresentanti in carica – a meno di generiche ancorché “commosse” adesioni alle giornate mondiali per questo o quel creato - brillino per prese di posizione, dichiarazioni d’intenti, o delibere definitive contro il consumo di suolo: ma ripensare a taluni ex symbol della politica nostrana a ogni livello è come ritrovarsi d’amblée sul set di un film con Antonio Albanese nei panni di Cetto.      

 
Di Antonio Mellone (del 30/10/2020 @ 18:36:42, in NohaBlog, linkato 159 volte)

Per somiglianza di suoni Sìrgole rievoca un po’ Frìttole - il borgo di “Non ci resta che piangere”, film del 1984 con Troisi e Benigni - ma è una tenuta, meglio, la denominazione di una contrada del feudo di Cutrofiano frequentata da molti nohani e altrettanti galatinesi, tra i quali mio papà Giovanni che ne ha coltivato un pezzo per una vita, coinvolgendo per un tratto e suo malgrado (nel senso di mio malgrado) il sottoscritto: erano i tempi infausti del tabacco, un’era geologica fa. Oggi ce lo porto io, mio padre, insieme ai suoi 97 anni a far due passi, a prendere aria, a “sbariare” un po’.

Ebbene, ogni volta che vado a Sìrgole torno a casa sempre con qualcosa di buono. A seconda della stagione, i gelsi, i peperoncini e le melanzane, l’uva, i kaki e i kiwi (con questa k che sa di esotico), e le cicorie che oggi coltivano i miei cugini di campagna; ma anche le “creste” (sempre nel senso di cicorie) che la terra ci dona sua sponte. A volte tra le produzioni fresche e genuine abbiamo pure i libri (ché cultura e agricoltura sono sempre andate a braccetto). Questi ultimi non me li passano i suddetti cugini, ma, copiosi, dunque con la carriola, i vicini di campagna: o meglio, il vicino che risponde al nome di Gianluca Virgilio, professore di lettere al liceo scientifico di Galatina, conosciuto ormai da tutti perché da anni scrive su “il Galatino”, e pure un bel po’ di libri - alcuni addirittura tradotti in francese (non vedo l’ora di rileggerli in quest’altra lingua romanza).

Questa volta il fragrante tomo “virgiliano”, letto come d’abitudine nell’arco di due pomeriggi, è “Zibaldone Salentino”, Edit Santoro, Galatina, 2020, 150 pagine, quasi omonimo della rubrica (cambia solo l’aggettivo in “galatinese”) tenuta, appunto, su questo giornale. Si tratta di un tipico prodotto a km 0, giacché è stato certamente pensato nel corso di letture sotto il pergolato, annaffiature di piantine e sfalcio di erbe, e dunque scritto, benché rapsodicamente, sempre a Sìrgole, “campagna ricca di sogni”, onde finalmente podere è potere.

Il titolo del libro, ça va sans dire, è un omaggio a Giacomino nostro, che al suo “scartafaccio” attribuì gli aggettivi di “smisurato” e “immenso” (io ci aggiungerei “superbo”, molto usato dal Leopardi nell’accezione di magnifico e grandioso, e giammai di protervia o spocchia), tipici del Pensiero: il quale o è critico - dunque senza limiti timori o altre siepi che il guardo escludono - o non è. Purtroppo codesto pensiero è oggi, come dire, negletto, quando non spinto sul banco degli imputati, non necessariamente da una querela temeraria, ma proprio dal comune sentire, dall’uniformazione globale falsamente pluralista, dall’omologazione a senso unico.

Ciononostante vale la pena di provare esprimerlo, questo pensiero (o questo spirito), anche a costo di spaccare il capello in quattro e apparire antipatici alla massa ondivaga a seconda di dove spira il vento del marketing, vale a dire la propaganda da parte della classe dominante. E così nascono le pagine di questo diario senza tempo che ti fa riflettere sulle parole, tipo “successo”, una cosa a cui molti ambiscono ma che altro non è che un participio passato; sul senso della vita, che visto che è a scadenza val la pena di trattarla con più ironia e distacco; sullo spreco delle migliaia di case vuote, mentre tutto intorno le betoniere continuano rovesciare cemento sui comparti edilizi senza fine; sul ruolo dell’insegnante e quindi della scuola che non dev’essere un luogo dove “si formano e si valutano gli studenti”, bensì un posto dove “dialogare e stare a vedere”; sulla violenza del capitalismo, che fa rima con cannibalismo, suicidio dell’umanità; sul ruolo della tecnologia che ci sta spingendo verso il distanziamento sociale ante-litteram; su quanto la mia ricchezza non valga nulla se il mio dirimpettaio sta male; sul Panem et circenses quale metodo di inquadramento delle masse; su quanto il potere si serva dell’inganno per raggiungere i suoi obiettivi; sul Neo-Barocco, che è quello della nostra epoca, così pervasa dalla “gentrificazione” dei centri storici, dallo scimmiottamento della pizzica e dai riti vuoti del turismo; e su infiniti altri temi tipici di uno Zibaldone.

Scrive bene Gianluca, avrà preso da suo padre, il compianto prof. Giuseppe Virgilio. Lo stesso giorno in cui mi consegnava la sua novella creatura – guarda la combinazione - terminavo di rileggere, di Giuseppe, lo stupendo “Memorie di Galatina”  - Congedo Editore, Galatina, 1998 - che consiglio vivamente. A Noha si dice: “L’arte de lu tata è menza ‘mparata”, ovvero “Sotta ‘nu pannu finu c’è ‘naddhru ‘ncora chiù finu”.

Credo non ci sia bisogno del traduttore di Google perché si colga il senso di questi apoftegmi nohani anche a Galatina.

Antonio Mellone

 

[articolo pubblicato su “il Galatino”, anno LIII, n. 17 – 23 ottobre 2020]

 
Di Marcello D'Acquarica (del 20/10/2020 @ 19:36:18, in NohaBlog, linkato 584 volte)

Oggi mi sono svegliato con il pallino dell’archeologo, quindi mi sono recato nel campo di Santu Totaru, a nord di Noha.

E mi sono messo a cercare pietre.

Osservando attentamente, mi sono accorto che le grandi pietre che il povero Antonio Guido (Pasùlu), aveva utilizzato per costruire un piazzale, sono pietre molto anomale, fuori dal comune. Le misuro e non ce n’è una uguale all’altra, ma soprattutto sono fuori dallo standard dei conci di tufo che si usano da secoli per costruire.

Poi mi metto a cercare come un disperato in mezzo alla terra, sento che c’è qualcosa di importante. Il famoso sesto senso. Cammino e con i piedi sposto sassi e cocci di terracotta, sono centinaia, migliaia. Direi che la terra è fatta di pezzi di terracotta di tutte le forme. Ogni tanto ne trovo qualcuno che presenta delle sagome strane: una parte del fondo di un piatto, di una ciotola, pezzi di tegole, manici di contenitori e tanti formati. Ma perlopiù sono pezzi che somigliano molto a quelli incastrati nel pezzo di pavimento che Antonio aveva a suo tempo cementato sul muro.

Finalmente mi appare “lui”, il testimone. Fuoriesce dal terreno, cerco di estrarlo senza danneggiarlo ma è troppo grande. Con pazienza e un po’ di fortuna riesco a estrarlo intero: è un manufatto di circa 40 cm e spesso più di venti, è una parte di un pavimento del 400 d.C. Sotto ha ancora oltre un palmo di malta misto al coccio pesto che faceva sicuramente da “massetto”.

E sopra vi sono incastonate a lisca di pesce tanti pezzi di terracotta, come quelli sparsi ovunque.

 
Di Fabrizio Vincenti (del 19/10/2020 @ 18:32:25, in NohaBlog, linkato 361 volte)

Sabato 17 ottobre 2020, presso la chiesa “S. Maria della Neve” di Cutrofiano, è stato celebrato il rito di Immissione Canonica di don Emanuele Vincenti, presieduto da Mons. Donato Negro, Arcivescovo di Otranto.

Una nutrita comunità di fedeli di Cutrofiano, in parte dall’interno della chiesa e in parte dall’esterno, davanti ad un maxi schermo, ha rivolto un caloroso benvenuto a don Emanuele. Insieme al benvenuto di Cutrofiano, con in testa il sindaco della città, ci sono stati anche i ringraziamenti ed i saluti ad un'altra comunità, quella di Sanarica, rappresentata da un folto gruppo di fedeli, anch’essa presente alla celebrazione, come se volesse passare di persona “il testimone fedele”, e cioè don Emanuele, alla sua nuova comunità parrocchiale.

Mons. Donato Negro, da parte sua, ha rivolto ai fedeli di Cutrofiano un fraterno invito: “accogliete il nuovo parroco con piena disponibilità e assicurate vicinanza e collaborazione”.

In rappresentanza di tutta la comunità della sua nuova parrocchia, una fedele ha dato il benvenuto a don Emanuele con queste parole: “ringraziamo Sua Eccellenza Mons. Donato Negro che con cura e premura di padre, illuminato dallo Spirito Santo, ha scelto don Emanuele, come nostro nuovo parroco (…) con viva e sincera emozione porgo a nome dell’intera comunità di Cutrofiano, a nome del consiglio pastorale, dei gruppi e delle associazioni, un sentito benvenuto a te, don Emanuele. Ti abbiamo atteso a lungo!

Tutta la cerimonia, durante la quale i partecipanti avevano il volto semicoperto da una mascherina, è stata trasmessa anche su un canale in streaming, e vista da quasi un migliaio di persone.

Alla fine del rito, don Emanuele, emozionato, ha rivolto ai presenti delle bellissime parole, non dimenticandosi di ringraziare anche i fedeli di Sanarica per quanto insieme a loro condiviso per ben nove anni.

Don Emanuele ha detto alla comunità di Cutrofiano: “voglio essere per voi come uno specchio e una finestra; (…) vorrei essere per voi riflesso della tenerezza di Dio; (…) vorrei che il guardarmi fosse per voi un sentirvi amati”. Dopo aver ringraziato anche i suoi genitori, oltre al parroco uscente, don Enzo Giannachi, ha proseguito dicendo: “chiedo che il Signore mi conceda di presiedere e servire fedelmente, in comunione con il mio vescovo, questa famiglia parrocchiale, annunziando la Parola di Dio, celebrando i santi ministeri e testimoniando la carità di Cristo”. Il nuovo parroco si è anche augurato di essere come un vaso nelle mani del suo vasaio, Gesù Cristo: un’immagine questa particolarmente adatta a rappresentare don Emanuele così come lo conosciamo da sempre.

 
Di Antonio Mellone (del 10/10/2020 @ 16:44:51, in NohaBlog, linkato 1813 volte)

Si chiama Frumento ed è la “nuova” focacceria-pizzeria-rosticceria da asporto di Noha con affaccio sui bei giardini Madonna delle Grazie, fresca, anzi ancora calda (il forno a legna arde da questa mattina) di inaugurazione.

Ho messo Nuova tra virgolette perché di fatto Frumento è frutto di una tradizione, vale a dire la naturale prosecuzione di Scacco Matto di via Pigno: quella era gestita storicamente da papà Luigi e mamma Ada; questa da Giuseppe Patera, che dunque s’è fatto le ossa (e i muscoli del pizzaiolo) nella bottega di famiglia, coadiuvato dalla zita, la dolce Melissa Lisi, ragazza ‘ngarbata come poche.

Nuovo di zecca è però tutto il resto, il bancone, i cassetti per la lievitazione, palo palino e spatola in acciaio inox, il marmo per le pizze, il banco refrigerato, i taglieri di legno, gli scaffali portavivande (e porta bevande) e non so più cos’altro. Antico è invece il frumento, farine nobili, base dell’alimentazione del Mediterraneo, nonché le tecniche di impasto, la lievitazione naturale (lievito madre eh: ché la lentezza è sinonimo di qualità), cottura, farcitura, e dunque qualche immancabile prezioso segreto.

Il resto verrà da sé, ché Giuseppe e Melissa hanno dentro il fermento della conoscenza, e tanta voglia di squisitezze, e perché no anche di novità: meglio se tra le migliori di terra salentina - senza tralasciare però alcune ghiottonerie fuoriporta, come per esempio le napoletane (tanto di cappello).

 
Di Fabrizio Vincenti (del 01/10/2020 @ 22:20:46, in NohaBlog, linkato 979 volte)

Dopo pochi giorni dalla nomina di don Emanuele a parroco della Parrocchia “Santa Maria della Neve” in Cutrofiano, la città di Sanarica, attraverso la sua Amministrazione Comunale, avendo deliberato all’unanimità, ha conferito la cittadinanza onoraria sanarichese a don Emanuele, dopo i suoi nove anni da parroco.

Il primo cittadino, Salvatore Sales, ha conferito il riconoscimento a don Emanuele durante una cerimonia che si è tenuta il 1° ottobre a Sanarica, presso il Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie. La motivazione di un tale riconoscimento è solo la conferma di quanto già sappiamo su don Emanuele e che non fa altro che aumentare il nostro orgoglio di appartenenza a un paese che, nonostante gli innumerevoli problemi, vanta di aver dato i natali a molte persone di animo nobile.

La sua opera, infaticabile ed attenta, sempre a servizio dei più deboli e dei più bisognosi”: così è stato definito il suo operato nella comunità di Sanarica. Si legge nella Delibera in questione che don Emanuele “ha costituito, negli anni, un punto di riferimento per i fanciulli del paese, riuscendo a realizzare importanti momenti di aggregazione e di preghiera, coltivando nelle giovani generazioni il seme dei valori cristiani della carità e dell’altruismo”.

 
Di Redazione (del 28/09/2020 @ 19:28:57, in NohaBlog, linkato 348 volte)

San Michele Arcangelo, patrono di Noha, è un guerriero, diremmo un partigiano di giustizia, salute, libertà ed equilibrio. Si parla di questo principe delle schiere celesti e più volte nell’Antico Testamento, in Daniele per la precisione e soprattutto, ma anche in altri libri benché non in maniera esplicita; ma il passo più affascinante è quello riportato nel Nuovo Testamento, nel capitolo 12 dell’Apocalisse, quello nel quale al verso 7 si legge: “Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago […]”.

Su Michele, Mi-ka-el, cioè Chi-come-Dio, s’è scritto tanto. Non poteva mancare nemmeno il Poeta che, nel canto VII dell’Inferno al verso 11-12, lo cita come colui che “fe’ la vendetta del superbo strupo”.

Nella Legenda Aurea, Iacopo da Varazze racconta del miracolo che salvò Roma dall’epidemia di peste nel 590 arrivata dall’Egitto, e che tra le vittime annoverava anche papa Pelagio II. Paga Gregorio (Magno), succeduto a Pelagio, fu il testimone della visione degli angeli e del prodigio della salvezza dell’Urbe. In memoria dell’accaduto, il Mausoleo di Adriano cambiò il nome in Castel Sant’Angelo. Sul fastigio di questa rocca nota in tutto il mondo, là dove era apparso l’Arcangelo, campeggia dal 1753 la grande statua (oltre 5 metri di altezza) che lo effigia, opera dello scultore Peter Anton von Verschaffelt. Questa scultura, che ne ha sostituite diverse di altro materiale e dimensioni, alcune distrutte dal tempo, altre conservate nei musei, simboleggia San Michele nell’atto di rinfoderare la spada, segno della fine della pandemia.

Il fatto dell’iconografia, in questo caso la rappresentazione di uno spirito con le fattezze umane, ci viene spiegato da Beatrice nel canto IV del Paradiso, la quale nel rispondere a uno dei mille dubbi di Dante disseminati per tutta la Commedia così si esprime nei versi 43-48:       

Per questo la Scrittura condescende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio, e altro intende;

e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabriel e Michel vi rappresenta,

e l’altro che Tobia rifece sano.

Cioè, dice l’Alighieri per bocca di Beatrice, siccome la vostra capacità di apprendimento passa attraverso i sensi, per poi magari diventare conoscenza intellettiva, la Scrittura si adegua alle vostre facoltà e attribuisce tratti fisici a Dio, intendendo altro; e dunque la Chiesa raffigura con aspetto umano gli arcangeli Gabriele, Michele e Raffaele (che guarì Tobia).

 

"Salviamo gli Ulivi Secolari"...

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