Di Redazione (del 04/09/2018 @ 13:43:20, in NohaBlog, linkato 760 volte)

La piccola Noha, città dei cavalli, diventa grande, grandissima, vista a bordo di un carretto.

È una coloratissima tradizione - alla quale partecipano destrieri e cavalcature da tutto il circondario - la Fiera dei Cavalli, fulcro dei festeggiamenti in onore della Madonna delle Grazie, compatrona di Noha.

Una giornata di festa dove, dalle 9 alle 13 di domenica 9 settembre, l'area adiacente il campo sportivo si muta in uno scenario da cow boy, con i meravigliosi cavalli da sella, i carretti con le decorazioni dipinti a mano, i traini, le parature, i nastrini colorati, gli animali al trotto, gli antichi calessi e anche il consueto mercatino dove contrattare con veri e propri maestri sellai e palafrenieri e acquistare finimenti pregiati, ma anche campanelle portafortuna e altri oggetti caratteristici.

La festa comincia già da sabato 8, con la processione delle 19.30 accompagnata dalla banda "San Gabriele dell'Addolorata" di Noha, cui segue lo spettacolo dei fuochi d'artificio a cura della ditta Coluccia da Galatina alle 20.30 e l'esibizione dell'orchestra Simpatia.

Domenica 9, dopo la fiera, la festa si chiude alle 21 con il Cabaret dei Malfattori.

 
Di Fabrizio Vincenti (del 17/08/2018 @ 14:27:04, in NohaBlog, linkato 257 volte)

Ultimamente, prima di scrivere qualcosa, ci penso su molto. So, infatti, che i più, accecati dai loro pregiudizi, non solo non comprendono le mie parole, il che sarebbe anche giustificabile dal fatto che sono io scarso nella scrittura e non loro tardi di comprendonio, ma questi, purtroppo, non sono neanche in grado di capire il senso comune di ciò che li circonda, e questo è auspicabile che non accada. Piuttosto continuino a fraintendere me e non il significato della realtà in cui vivono.

Io, se dovessi scegliere un amico, sceglierei un filosofo: anche se non ha tutte le risposte che mi occorrono, per lo meno riesce a formulare qualche domanda interessante. Tempo fa, infatti, scrissi che non basta (mai detto “non serve”) una laurea in ingegneria per costruire un ponte, in quanto quel pezzo di carta, per quanto sia pregiata la pergamena, non regge quanto un pilone. La maggior parte degli uomini di cui parlo, invece, portentosi internauti dell’universo schermato che si credono dei marco polo alla scoperta del mondo moderno solo perché hanno letto un manuale di decoupage o un romanzo di Hemingway (dubito che tra i due ne colgano le differenze), propinano le loro idee copiando e incollando post facebookiani dei loro idoli politici, i quali si nutrono come porci del tweet, ma non riescono a formulare un’idea di senso compiuto in quanto la realtà non la riassumi in centoquaranta caratteri neanche se ti chiami Dante Alighieri (figuriamoci se il tuo nome è Matteo Renzi: perdona il paragone, caro Dante, ma dovevo citarlo per rendere l’idea del fatto che  essere fiorentini non è garanzia di magnificenza). È per questo che scrivo, perché so che questi figli dell’incompetenza riluttante di un’epoca squallidamente edonistica come la nostra hanno già smesso di leggere dalla seconda riga di questo articolo, poiché già siamo ben oltre i centoquaranta caratteri dei loro sepolcri imbiancati renziniani (non renziani: i renzianiani, badate bene, sono una nuova specie umana, geneticamente modificata), salviniani o dimaiani (i berlusconiani non volevo citarli per decenza). Dunque, da questo momento in poi, certo della mia ignoranza a differenza loro, sarò più tranquillo nello scrivere ciò che penso poiché so che quelle talpe che si credono intellettuali solo perché sanno scavare una buca nel terreno, hanno già smesso di leggere oppure, cosa ancor più grave, pur continuando a leggere non intendono, in quanto per leggere bisogna tenere aperti gli occhi e la mente, mentre gli ottusi sanno aprire solo la bocca. E si sa che, a furia di inzuppare il muso nel loro stesso sterco disseminato qua e là sulla rete (nel mondo reale verrebbero divorati dalle formiche), non sentono neanche più il puzzo della squallida tana in cui vivacchia e starnazza il loro senno rinsecchito. Innaffiatevi come se foste una pianta che rischia di crepare sotto il sole: fatelo almeno per la dignità che si deve ad un uomo qualunque. Riprendetevi il senno, e se lo avete perso, cercate di ritrovarlo. Non vi ostinate ad andare in giro senza quello in quanto, a furia di seminare tweet dei vostri rincoglioniti spauracchi, rischiereste, in un mondo normale, un trattamento sanitario obbligatorio (ma tranquilli, non accadrà mai: i sani hanno scelto di auto-internarsi, e un pazzo non riconosce un altro pazzo).

 
Di Michele Scalese (del 06/08/2018 @ 13:47:27, in NohaBlog, linkato 822 volte)

Mi capita spesso, considerando i tanti fatti successi nel corso di queste ultime settimane che coronano forse indelebilmente lo scenario politico attuale, di pensare al futuro del nostro Paese e non vi nascondo che mi riservo di provare solo tanta amarezza. Non so se questo stato d’animo possa servire a segnare il mio punto di partenza nell’impegno o se al contrario, sia esso un qualcosa di negativo considerando la mia giovane età, il che - mi rendo conto - è inammissibile. “Che ne sarà della nostra Italia?” mi dico, “che ne sarà di Essa se ci nascondiamo dietro ad un becero dito puntato? Che ne sarà dei nostri valori se vogliamo trovare a tutti i costi un capro espiatorio che possa in qualche modo giustificare un sistema che da anni grava sulle spalle della povera gente? Che ne sarà della nostra identità racchiusa nel vedere se stesso nell’altro e con questi stabilire un rapporto di integrazione?”  Di certo l’identità non dipende solo da ciò che un sistema economico ormai globalizzato vuole farci credere, parliamo di valori e sono proprio i valori di comunità che sono messi in discussione. Siamo più deboli, siamo più poveri, siamo vittime di una propaganda che divide, che distrugge l’umana voglia di “tendere il braccio”, siamo vittime della paura dell’altro, siamo deboli in Corpo ma soprattutto in Spirito e non ce ne rendiamo conto.

È uno scenario inquietante questo, che trova riscontro nei tanti attacchi razzisti contro il diverso. Mi domando: cos’è per noi la diversità? Qual è il criterio morale e soprattutto sociale sul quale si basa questa categorizzazione?

 
Di Antonio Mellone (del 03/07/2018 @ 18:31:26, in NohaBlog, linkato 1016 volte)

Chissà perché ogni volta che parlo di questi due ragazzi di Noha, cioè di Giuseppe Paglialonga e di Luigi D’Amato (scusate, ma non mi viene ancora spontaneo di usare il Don prima del nome - ché mi suona un po’ come una sorta di distacco), mi saltano in mente alcuni versi del canto XI del Paradiso, quelli che Dante Alighieri fa “recitare” a Tommaso d’Aquino: “La Provedenza, che governa il mondo / con quel consiglio nel quale ogne aspetto / creato è vinto pria che vada al fondo […] due prìncipi ordinò in suo favore, / che quinci e quindi le fosser per guida. / L’un fu tutto serafico in ardore; / l’altro per sapienza in terra fue / di cherubica luce uno splendore. / De l’un dirò, però che d’amendue / si dice l’un pregiando, qual ch’om prende, / perch’ad un fine fuor l’opere sue.

Ora, né Giuseppe né Luigi fanno parte del Clero Regolare (mentre nei versi della Commedia l’Aquinate fa riferimento ai fondatori delle loro rispettive Regole: San Domenico e San Francesco), bensì del Clero Diocesano Secolare. E tuttavia mi sembra che i versi del Sommo Poeta calzino a pennello a l’uno, Giuseppe, tutto serafico in ardore e oltretutto, come Francesco, amante del canto e della musica; e all’altro, Luigi, come Domenico, di cherubica luce, per sapienza, studio e ricerca filosofica, uno splendore. Ma essendo i diversi carismi fusi dallo Spirito “Ut unum sint”, posso qui dire con Dante che parlando di uno si loda anche l’altro, perché, che si prenda l’uno o l’altro, le azioni di entrambi hanno lo stesso fine.

Dunque, nell’arco di una settimana (santa), entrambi, con l’unzione dal parte del Vescovo Donato Negro, hanno ricevuto l’Ordine Sacro: Giuseppe, già diacono “transitorio”, quello del Presbiterato, sabato sera 23 giugno 2018, nella magnifica cattedrale di Otranto, dopo le litanie dei santi, come previsto dalla liturgia, prostrato a terra nel presbiterio della basilica sul mosaico monumentale realizzato mille anni prima dal prete Pantaleone; e Luigi, quello del diaconato, venerdì sera 29 giugno 2018, a Noha sotto le volte lignee della Chiesa e lo sguardo della Madonna delle Grazie compatrona.

Premesso che prendere i voti non è una gara in cui vince chi arriva primo (al massimo è una corsa ad ostacoli, ma con un traguardo infinito), e che la santità non necessariamente è direttamente proporzionale al grado ecclesiastico ricoperto, diciamo qui che entrambi i candidati hanno pronunciato finalmente il loro Adsum, in momenti diversi e nei vari gradi della gerarchia per una serie di motivazioni legate al curriculum di studi e alle sempre necessarie pause di discernimento (si sa che non si è buoni credenti se si è troppo sicuri di credere, e che la verità non è mai un dato scontato ma una ricerca continua).

Ambedue le liturgie si sono svolte con grande partecipazione da parte dei compagni di studi nei seminari di Otranto e di Molfetta frequentati con profitto dai due chierici, dai loro superiori, da molti sacerdoti ministeriali diocesani, primo fra tutti il parroco don Francesco Coluccia che ha seguito con premura tutto il percorso spirituale scolastico e accademico dei suoi due seminaristi, e poi ancora dai loro commossi genitori, dai fratelli, e da una marea di esponenti del cosiddetto “sacerdozio comune”, vale a dire il popolo degli altri parenti, degli amici, dei conoscenti e del resto dei fedeli. Certamente da lassù avrà fatto festa anche un loro confratello predecessore, don Donato, l’antico parroco di Noha che ha sempre provato affetto e simpatia per i suoi due piissimi chierichetti.

*

 
Di Fabrizio Vincenti (del 10/06/2018 @ 22:23:23, in NohaBlog, linkato 214 volte)

Galileo Galilei, per difendere il suo sistema eliocentrico (è ancora la terra che gira intorno al sole, ricordiamocelo), scrisse a Simplicio: «Venite pure con le ragioni e con le dimostrazioni, vostre o di Aristotele, e non con testi e nude autorità, perché i discorsi nostri hanno a essere intorno al mondo sensibile, e non sopra un mondo di carta».

Chi mi conosce sa che questa citazione la uso tutte le volte che mi trovo a parlare a un gruppo di persone. È diventata quasi una mia regola di vita, trattare della realtà piuttosto che della fantasia. Questo detto da Galilei è lo stesso motivo per cui Matteo Renzi e il suo partito hanno perso alle scorse elezioni politiche, a causa del loro mondo di carta. Mi spiego. Tutto quello che noi tracciamo sulla carta, diagrammi, progetti, disegni tecnici, non sempre funziona nella realtà.

Quando Renzi parlava di condizioni economiche migliorate degli italiani, di immigrazione gestita bene, di un milione di posti di lavoro creati, di diritti civili riconosciuti, di vaccini non in discussione, di che cosa stava parlando, della realtà o del suo mondo di carta? Penso che la risposta sia evidente. Tutto ciò che filava sulla sua pagina non trovava riscontro nel mondo reale. È chiaro che non sono i dati a descrivere la realtà (troppo complessa per stare su un piano bidimensionale), ma nonostante questo, non possiamo fare a meno di essi per capire almeno l’orizzonte che abbiamo davanti. Eppure quasi tutti i dati possono essere confutati e smentiti da altri: provare per credere.

In Italia quasi sei milioni di persone, circa il 9% della popolazione, nel 2017 erano in povertà assoluta e circa tre milioni in povertà relativa. Perché allora continuare a insistere di non voler guardare nello stesso telescopio in cui guardava Galilei per riconoscere, una volta per tutte, come girano le cose? Perché ostinarsi nel dire “lo ha detto Renzi o pinco pallino, dunque è così”? Galilei avrebbe detto: “Non mi fido neanche se si tratta di Aristotele, se costui non mi porta le dimostrazioni”.

Il fatto è che l’Italia e i suoi pseudo-politici non possono più permettersi di parlare dei loro mondi di carta, perché la gente non vive sui fogli, ma nella realtà sensibile. Che senso ha insistere sulla tassazione se solo nel 2017 si contavano 111 miliardi di evasione fiscale? Quali sforzi vogliamo fare se ogni sacrificio fatto dagli onesti viene assorbito dal buco nero dei disonesti? Se la soluzione nella realtà fingiamo che non ci sia, qualche politico, come ha fatto Matteo Renzi e quelli prima di lui (e forse come faranno anche questi attuali), troverà la soluzione sulla carta: aumentiamo il debito ma investiamo. Investire cosa e in che cosa? Nell’industria trentapuntozero, nella scuola novepuntouno, in infrastrutture del tutto inutili, in tonnellate di cemento sparato tutto intorno a noi? O forse bisognerebbe semplicemente investire sulle persone, sulla loro capacità di realizzarsi, sulle loro possibilità di fare ciò per cui sono in questo mondo? Cosa vogliamo investire con un debito pubblico che nel 2017 era di 2.302 miliardi di euro, pari al 131% del Pil, cioè trentuno volte più di quello che abbiamo prodotto? Se siamo il terzo paese al mondo per uso di droghe e la droga nel nostro paese fortunatamente è illegale, non ci viene il sentore che miliardi di euro sono nelle tasche della criminalità organizzata, cioè nelle tasche delle “mafie”, e dunque è dalle loro tasche che bisognerebbe partire?

Preoccupiamoci pure dei nostri risparmi, visto che sui conti correnti degli italiani risultano esserci un totale di 1.329 miliardi di euro, ma di quel 41% della popolazione che non risparmia nulla, in quanto spende fino all’ultimo centesimo del suo reddito (e non gli basta neanche), chi si preoccupa? Se al netto degli immobili gli italiani possiedono risparmi qualcosa come 4.228 miliardi di euro, perché è impensabile parlare di patrimoniale quando c’è qualcuno che ha più di tre o quattro immobili?

È chiaro che le cose da fare sono tantissime, ma deve essere altrettanto chiaro che, anche qualora non riuscissimo a pagare il nostro debito (c’è qualcuno che ancora crede che si possa rientrare da un debito del genere, 2.307 miliardi di euro in forte aumento?) non ci sarebbe la fine del mondo, ma la fine di un mondo, quello di carta, dove le cose funzionano solo disegnandole con la matita di Renzi o Berlusconi. Sarebbe ora di lasciar perdere i nomi, anche se si dovesse trattare di qualcuno con la stessa dignità pari a quella di Aristotele, poiché un solo telescopio nelle mani di chiunque abbia almeno il coraggio di guardarci dentro, senza la presunzione di pensare che le cose vanno come lui le ha disegnate, potrebbe rivelare il verso e il senso reale di come siamo veramente. Prima di scrivere sui massimi sistemi del mondo, io un’occhiatina al telescopio gliela darei sempre.

Fabrizio Vincenti

 

Si è svolta mercoledì 6 giugno la cerimonia di intitolazione dello stabile di via Bellini a Noha, sequestrato alla mafia e riconsegnato alla città già da qualche mese, ad Antonio Montinaro, poliziotto capo-scorta di Giovanni Falcone, ucciso a Capaci durante l'attentato che assassinò il magistrato, la moglie Francesca Morvillo e la sua scorta.

Insieme al dottor Claudio Palomba, prefetto di Lecce, al dottor Leopoldo Laricchia, questore di Lecce, ad alcune delle più alte autorità civili e militari della Provincia e alla famiglia di Antonio Montinaro, si è reso onore alla figura di tutte le vittime della mafia, nella convinzione che la lotta alla criminalità e la prosecuzione verso la strada della legalità siano le uniche due costanti da seguire.

Una sala gremita ha assistito alla cerimonia, ha preso parte commossa e attenta ai momenti salienti della serata, ha osservato le immagini di Antonio Montinaro e ha ascoltato le sue importanti parole quando sono riecheggiate: “Chiunque fa questa attività ha la capacità di scegliere tra la paura e la vigliaccheria. La paura è qualche cosa che tutti abbiamo: chi ha paura sogna, chi ha paura ama, chi ha paura piange, è un sentimento umano, è la vigliaccheria che non si capisce e non deve rientrare nell’ottica umana”.

 
Di Antonio Mellone (del 03/06/2018 @ 21:38:41, in NohaBlog, linkato 220 volte)

E ogni tanto è d’uopo puntualizzarlo.

Non esiste governo tecnico o del presidente o di servizio: i governi sono tutti politici (di servizio, oltretutto, dovrebbero esserlo per costituzione). Non spetta al governo fare le riforme, men che meno costituzionali, ma, nel caso, al parlamento. Non esistono partiti o movimenti politici o gruppi parlamentari non populisti: son tutti populisti: un po’ meno forse i gruppi extraparlamentari, ma pur sempre populisti.

*

Il debito pubblico italiano in rapporto al Pil è una frazione impropria (numeratore maggiore del denominatore: oltretutto con un numeratore che cresce in maniera più veloce del denominatore). Non esiste dunque alcuna ricetta di politica fiscale e/o politica monetaria in grado di ridurne la portata. Ogni tentativo in tal senso è destinato a fallire. In presenza di deficit annuale, il debito pubblico (che è la somma di tutti i deficit pregressi) non può che continuare ad aumentare. Il livello del debito pubblico italiano è tale che è ormai matematicamente impossibile provare ad abbatterlo. Non si può svuotare il mare con un’autobotte, né uno scoglio potrà mai arginarlo, come diceva quello. Nessun governo degli ultimi trent’anni, pur dichiarando il contrario, è mai riuscito a limare il debito pubblico di un centesimo. Per inciso diciamo qui che il Pil tutto misura men che la felicità del genere umano.

 
Di Antonio Mellone (del 20/05/2018 @ 17:10:40, in NohaBlog, linkato 453 volte)

“C’è qualcuno seduto all’ombra oggi perché qualcun altro ha piantato un albero molto tempo fa” (Warren Buffett). C’è qualcuno oggi che ha avuto un colpo di sole perché qualcun altro, più fulminato di lui, ha tagliato un albero.

“Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. Il secondo momento migliore è adesso” (Confucio).  Caro Confucio, temo si siano confusi capendo che il momento migliore per darsi con la zappa sui piedi è adesso.

“Le mani dell’albero hanno le unghie sporche di azzurro a furia di scavare dentro il cielo” (Fabrizio Caramagna). Le mani dell’uomo hanno le unghie sporche di merda a furia di scavarsi la fossa.

“Chi pianta un albero pianta una speranza” (Lucy Larcom). Piantatela, qualunque cosa sia.

 “L’albero è il più grande successo della natura” (Anonimo). L’uomo, invece, il più grande cesso.

“Gli alberi rimangono intatti se tu te ne vai. Ma tu no, qualora se ne vadano loro” (Markku Envall). Bene, fuori dai coglioni.

“Le foreste precedono i popoli, i deserti li seguono” (François-René de Chateaubriand). Qui da noi, invece, i Boschi riformano la Costituzione.

“Gli alberi sono le colonne del mondo, quando gli ultimi alberi saranno stati tagliati, il cielo cadrà sopra di noi” (Detto dei nativi americani). Ma no, al Bricoman vendono sostegni in cemento vibrato a quattro soldi.

 
Di Antonio Mellone (del 17/05/2018 @ 13:33:35, in NohaBlog, linkato 582 volte)

Ma cosa s’erano messi in testa quei rompicoglioni di alberi di pino marittimo? Di continuare a rimaner colà per anni, come se nulla fosse, quasi per diritto acquisito, grazia divina o usucapione centenaria?

Pensavano di esser meglio dei loro cugini di campagna, vale a dire gli ulivi, destinati a scomparire dalla faccia del Salento per decreto ministeriale? 

Nossignore. Qui a Galatina e frazioni siamo così solerti nell’applicare le disposizioni di fra’ Martina ministro, che sindaco e giunta sfornano ordinanze di abbattimento alberi (e, giacché all’opera, anche colate di comparti edilizi, circonvallazioni, aree mercatali e centri commerciali) manco fossero i pasticciotti dell’Ascalone la domenica mattina. 

E niente, dice che dobbiamo farcene una ragione.

Pensavamo (sbagliando anche stavolta) che la sega comunale si fermasse al primo bellissimo pino punito con la pena capitale (il famoso Pino Insegno) nel mese di settembre 2017 per aver osato intralciare la corsa di un camion, o cosa diavolo fosse, andato a impigliarvisi con tutte le corna; invece è andata oltre programmando lo sterminio di tutto il viale alberato di via Castello perché d’intralcio a traffico, asfalto, cemento, mattoni, portoni d’ingresso, muri, cessi, case, autotreni, auto, moto e forse pure aerei di passaggio.

Insomma, qui tagliano alberi come fossero nastri inaugurali.

A proposito di democrazia partecipativa, la popolazione di Noha non ne sapeva niente o punto. Ma tanto, se pur l’avesse saputo, difficilmente avrebbe mosso il culo dal divano e più di un neurone alla volta per storcere il muso, alzare ciglio o proferir verbo contro un’altra decisione, l’ennesima, che sta trasformando la nostra terra nel Deserto del Sacara [sic].

Signora mia, in questo mondo di sottosopra potrebbero devastare la campagna con il fotovoltaico, impiantare un centro commerciale nei pressi di Collemeto, varare una centrale nucleare in piazza San Michele, fare la Tap a Melendugno e altre amenità del genere, con le mani in tasca e fischiettando. Tanto i diretti disinteressati ti risponderebbero con il solito onomatopeico “embè?”.  

Non so voi, ma io, visto l’inquietante tasso di infiltrazione politica sto pensando seriamente di trasferirmi a Casal di Principe.

Antonio Mellone

 

A Noha esiste lo Scjakù...

Categorie News


Catalogati per mese:


Gli interventi più cliccati

Sondaggi


Info


Quanti siamo

Ci sono  persone collegate

Seguici sui Canali di

facebook Twitter YouTube Google Buzz

NOHINONDAZIONI

Calendario

< settembre 2018 >
L
M
M
G
V
S
D
     
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
12
13
14
17
18
25
26
27
28
29
30
             

Meteo

Previsioni del Tempo