Di Antonio Mellone (del 23/03/2017 @ 22:14:14, in NohaBlog, linkato 1224 volte)

Non c’è niente da fare. Qui dalle nostre parti sembra dominare ancora indisturbato il pensiero unico del consenso di massa.

Perdurano graniticamente (e chissà per quanto tempo ancora) il volemose bene, i tarallucci e vino, le pacche sulle spalle, i finti amiconi, la solidarietà di specie (più che di genere), il partito unico della nazione, l’eterna Trattativa, e dunque frotte di censori (che non sanno nemmeno di esserlo).

Conciliaboli di perbenisti, genie di “borghesi” radical chic, gruppetti di maître à penser, squadre di spacciatori di catene per schiavi novelli, circoli di raddrizzatori di elettroencefalogrammi, staff di incravattati dei dì di festa, clan di amici degli amici, cerchie di intellettuali neo-conformisti, élite con la puzza sotto il naso, ordini di giornalisti da riporto, associazioni culturali foraggiate da pOLITICI e un’accozzaglia indefinita di allegre comari: tutti morbosamente suscettibili, pronti a scandalizzarsi, a stracciarsi le vesti, a sentirsi offesi in prima persona se osi scrivere quello che pensi, utilizzando talvolta più che le biro le penne all’arrabbiata.

Prediligono il disarmo del dissenso al dissenso disarmante. Deplorano la contestazione, l’alterità, la critica, la possibilità di pensare, di programmare e sognare eventuali futuri alternativi. Favoriscono più o meno inconsapevolmente la comunicazione tautologica (e alienata), quella in cui tutti pensano e dicono le stesse cose.   

Eh, sì, i tuoi toni sono troppo lapidari, accesi, aggressivi, sagaci e mordaci per i loro gusti raffinati. Loro non si sbottonano mai, per prudenza. Per definizione.

 
Di Antonio Mellone (del 18/03/2017 @ 21:13:41, in NohaBlog, linkato 1829 volte)

C’è una regola aurea che suona più o meno così: “La somma dell’intelligenza dei candidati a sindaco del comune di Galatina è una costante. Il loro numero è in deciso aumento”.   

Mancava giusto la candidatura di Daniela Sindaco per inverare il suddetto assioma e soprattutto per farci sedurre definitivamente dalla pOLITICA, quella scritta in maiuscolo (tranne la prima lettera).

Dopo lunghi e ponderati studi su pensieri, parole, papere e omissioni della Candidata nostra, il tutto consultando video, interventi pubblici, manifesti, sceneggiate napoletane, commenti a caldo, battute a freddo, post su face-book, e infine scritti vari che manco Natalia Ginzburg (anzi Ginseng), arrivi a un punto in cui non riesci più a capire se la locuzione che si enuncia con una sola emissione di fiato, vale a dire DanielaSindaco, sia uno pleonasmo o un ossimoro. Ah, saperlo. Lo scopriremo solo morendo.  

A Daniela la fascia tricolore da facente le veci (e talvolta le feci) del sindaco, indossata durante le processioni nohane, diciamocelo chiaramente, è sempre andata stretta. Ma non per la taglia (non ci permetteremmo mai nei confronti di una signora), ma perché lei merita decisamente di più: cosa sono queste supplenze, questi “delegati alla frazione”, queste seconde linee, questo “vivere all’ombra di qualcuno”, questa subordinazione al Pd di Gggalatina, quando invece si ha il piglio e la stoffa per essere il primo cittadino nonché contemporaneamente la primadonna?

E poi dopo dieci anni di onorata carriera sui banchi del consiglio comunale uno si conquista eccome il carisma del nuovo che avanza (oltre che del vecchio che è avanzato), e assurge al ruolo di sol dell’avvenire, nonché di faro, bussola, timone, cima, randa, parabordo, àncora, gommone e – tanto per rimanere nella metafora della barca a vela - pure di deriva. Da non tacere oltretutto il fatto che la Sindaco è uno dei pochi rappresentanti del popolo che nel corso della sua carriera pOLITICA, poveretta, ci ha pure rimesso economicamente, e di brutto (cfr. le sue ultime dichiarazioni dei redditi).

 
Di Antonio Mellone (del 11/03/2017 @ 21:01:45, in NohaBlog, linkato 577 volte)

Quando ti capita di leggere il Quotidiano di Lecce (a me succede solo allorché qualcuno, in vena di dispetti, mi sottopone allo strazio della valutazione di qualche sua pagina paradigmatica) non puoi fare a meno di pensare al fondo.

Ma non all’articolo di fondo, cioè all’articolo del direttore responsabile, ma ad altre accezioni di fondo, tipo: andare a fondo (affondare, naufragare, andare in rovina), oppure prendere qualcuno per il fondo (prenderlo in giro, per i fondelli), oppure essere senza fondo (non avere moderazione, soprattutto nelle scemenze proferite), oppure fondo di magazzino (residui di una merce invenduta), oppure toccare il fondo (per la disperazione), oppure raschiare il fondo (per esempio del barile: è inutile che qui vi spieghi il significato di raschiare). Insomma cose così, tutte strettamente connesse al “giornalismo” (quello con tanto di virgolette).

 
Di Antonio Mellone (del 04/03/2017 @ 16:51:11, in NohaBlog, linkato 2556 volte)

Cari concittadini,

non ditemi poi che non ve l’avevo detto.

State per mettervi (e in molti casi rimettervi) in casa, vale a dire a Palazzo Orsini, una genia di cosiddetti politici uno meglio dell’altro.

Il simpatico faccione del loro capo, tal Gianpiero De Pascalis – il prossimo venturo sindaco di Galatina che vi accingete a eleggere in massa, anzi per acclamazione - campeggia sin d’ora su manifesti di ogni formato che tappezzano città e borghi, mentre sullo sfondo la povera chiesa madre di San Pietro sembra voler dire a tutti: “tienime ca mo’ casciu puru iu”.

Apparite tutti compatti nel pensiero unico, nella rassegnazione cittadina, nell’ancestrale ‘cupio dissolvi’, allineato e coperto: non s’alza un ciglio, alcun muso si storce, nessun dubbio attanaglia le locali intelligenze (si fa per dire). S’assiste invece solo ad alzate di spalle, allargamenti di braccia e a sospirati: “che ci vuoi fare” uniti a: “non ci sono alternative”.       

Così la destra eterna passerà senza soluzione di continuità da Montagna ad Aprea a De Pascalis nella sua costante e sublime ricapitolazione, fatta dai sempreverdi e salmodianti paroloni ad effetto: “sviluppo”, “ricadute occupazionali”, “centri commerciali”, “aree mercatali”, “colacementi” e infine “asfalti bituminosi”. E già che, di questi ultimi, oltre che di discariche, se non altro per professione, il De Pascalis ne è un’indiscussa autorità, sicché, come automaticamente penserete con grandi sospiri di sollievo, spariranno finalmente dalle strade di Galatina e frazioni crepe, gobbe e crateri maledetti la cui vocazione sembra esser quella di complottare atti terroristici a semiassi e coppe dell’olio delle vostre auto. Un po’ più difficile sarà invece tappare le buche di bilancio del Comune - ma per chi crede, più che per chi sa, la divina provvidenza non ha limiti.    

 
Di Raimondo Rodia (del 27/02/2017 @ 20:27:50, in NohaBlog, linkato 710 volte)

Tutto iniziò con l’intuizione che il paese in cui sono nato Tuglie fosse in origine una colonia fenicia. Nel corso della tarda antichità e nel medioevo il ricordo della lontana Thule ha generato un resistente mito: quello dell’ultima Thule,definita dal poeta latino Virgilio nel senso di estrema, cioè ultima terra conoscibile, e il cui significato nel corso dei secoli trasla fino a indicare tutte le terre “aldilà del mondo conosciuto” così come indica l’origine etrusca della parola “tular “, confine, quindi una terra etrusco-fenicia circondata da greci e messapi.

Ho immaginato che i Fenici nel lungo peregrinare nel mediterraneo, tra i loro mille traffici commerciali e di scambio con le popolazioni che si affacciavano sul mare nostrum, fondarono una colonia proprio nell’immediato entroterra della città Messapica di Anxa ( Gallipoli ), tra Rodogallo ( S. Simone ), Alytia ( Alezio ) e Bavota ( Casal Piccolo tra Parabita e Tuglie ). Noha invece è la trascrizione strettamente fonetica (con tanto di aspirazione) di un nome proprio femminile ebraico, quindi cananeo, dunque “fenicio”. Francesizzato oggi suona come Noè. Ed è tutt’ora in uso e diffuso in varie parti del mondo in diverse varianti, tra cui Noam, Naum, Noemi. A questo punto i De Noha feudatari del paese, ma anche di Felline e capiremo più avanti perchè, non sarebbero per nulla entrati nell’ etimologia del nome del paese e neanche i latini con la loro ” Domus Novae ” traduzione di case nuove, anche se qualcuno lo pensa essendo ” Novae ” che si legge ” Nove ” in italiano, proprio come lo si indica ancora oggi nella forma dialettale.

 
Di Antonio Mellone (del 20/02/2017 @ 13:44:48, in NohaBlog, linkato 1534 volte)

Dovrebbero tagliarmi le mani, la prossima volta, quando entro in un bar per un caffè e mi viene la tentazione di sfogliare il cosiddetto Quotidiano, buttato lì per caso su di un tavolino.

Sì, perché poi quasi automaticamente ho un attacco di orticaria acuta a palmi e dita, curabile temporaneamente con la dattilografia di uno dei miei pezzi.

Un paio di giorni fa, l’occhio m’è caduto più che sulla cronaca sul cronico locale: il topico copia-incolla-minchiate da parte del “giornalista” (quello con le virgolette) con la tecnica del francobollo, vale a dire con lingua e saliva.

Il comunicato-stampa sarà stato partorito dopo giorni e giorni di riflessione, roba da ernia al cervelletto, da quello scienziato aspirante economista per caso che risponde al nome di Antonio Pepe, coordinatore cittadino di Forza Italia [il partito del noto frodatore fiscale di Arcore - a proposito di cronaca - condannato con sentenza definitiva e giacché c’era affidato ai servizi sociali - che mi pare consistessero, ‘sti servizi, nel lavare il culo agli ospiti del centro per anziani di Cesano Boscone, ndr.].

 
Di Antonio Mellone (del 13/02/2017 @ 00:00:00, in NohaBlog, linkato 261 volte)

Dieci anni fa come oggi - era dunque il 13 febbraio del 2007 - si spegneva serenamente a Noha Don Gerardo Rizzo, sacerdote (Noha, 1924 - 2007).

Aveva ottantatré primavere.

Se ne andava nel silenzio della notte, nella sua casa di piazzetta Trisciolo, quella stessa che fu di suo zio, monsignor Paolo Tundo, indimenticato arciprete di Noha.

Io lo conoscevo praticamente da sempre, non solo perché egli era un mio familiare, (cugino di mio padre), ma soprattutto perché da piccolo imberbe chierichetto, come tanti altri, gli servivo la messa. E questo decine, se non centinaia di volte.

Una volta mi capitò anche di servirne una celebrata sempre da don Gerardo, in una delle cappelle del cimitero di Noha. Era appena spuntata l’aurora.

Ma dico subito che fu un’esperienza che non ripetei, in quanto l’atmosfera, la desolazione del cimitero in quella mattinata di nebbia, ed il suono a morto della campana della chiesa principale (che era un po’ distante dal luogo nel quale si officiava) - campana che io stesso, in solitudine, avevo azionato tirandone la fune in quella specie di sagrestia spartana molto simile ad uno sgabuzzino cieco, anzi a un loculo -, mi atterrirono così tanto che da allora rinunciai a ritornare in quel santo luogo, in quegli orari nei quali quasi nessuno lo frequenta, e soprattutto da solo.

A dirla tutta non è che avessi fatto fare al battaglio di quella campagna chissà quanto lavoro: dopo non più di tre o quattro tocchi il terrore che s’impossessò di me mi spinse ad abbandonare di corsa quell’angusto locale per darmi alla fuga esagitata. Percorsi i viali del camposanto di Noha come un fulmine, quasi volando, dopo aver raccolto i lembi della veste rossa che indossavo quale sottana alla cotta bianca da chierichetto.

 
Di Antonio Mellone (del 11/02/2017 @ 16:14:51, in NohaBlog, linkato 370 volte)

Il fatto che il tronchetto della felicità, anzi della feudalità - cioè quell’enorme ramo di Pino domestico staccatosi dal fusto e precipitato all’ingresso della Masseria Colabaldi, occludendone da tempo la vista dell’antico portale – sia ancora là, nonostante il mio pezzo di denuncia pubblicato su Noha.it il 22 gennaio scorso, la dice lunga su quanto vengano prese in considerazione le segnalazioni dei cittadini (e soprattutto quanto le mie parole siano scritte sull’acqua o vaganti nell’aere, disperse dal vento sinistro degli insipienti e degli ottusi. Tiè).

Io ormai non me la prendo più con i proprietari della Masseria che si fanno i cazzi propri (con la speranza però che non vengano a rompere oltremodo i nostri), quanto con i nohani che passano mille volte al giorno davanti a quel bene culturale - che si staglia ancora oggi sull’acropoli di Noha dopo cinque secoli di storia quasi per quotidiano miracolo - senza muovere un muscolo della faccia, alzare ciglio, battere i pugni sul tavolo, balbettare una frase una di senso compiuto per chiedere il loro rispetto.

Niente di niente. Tabula rasa al suolo.

Del commissario prefettizio e dei suoi dirigenti/digerenti nemmeno a parlarne: sua eccellenza e codazzo di accoliti, dopo la posa della prima pietra (o, il che è uguale, di quella tombale) saranno evidentemente tutti impegnati nella ricerca dei nastri tricolori da tagliare in occasione dell’inaugurazione del mega-porco commerciale Pantacom, in contrada Cascioni, nei dintorni di Collemeto, vista la solerzia con la quale han fatto fare a Galatina un altro passo in avanti verso il calvario della sua crocifissione.

 
Di Antonio Mellone (del 07/02/2017 @ 18:24:18, in NohaBlog, linkato 1320 volte)

Donatella Guido è una ragazza di Noha che ama leggere, cantare, passeggiare. E scrivere poesie.

Le ultime sono state raccolte in un libro che ha per titolo il verso di un suo componimento dedicato alla mamma: “Non ho che questo fiore”.

*

Vi racconto com’è andata.

Io conoscevo Donatella soltanto di vista, e non avrei mai saputo del suo talento poetico senza la mia amica e compagna di classe Maria Rosaria, un’altra nohana più osservatrice di me.

E’ lei che mi ha aperto una finestra sul mondo di questa signorina e sulla sua straordinaria avventura.

Insieme s’è poi convenuto di raccogliere i versi della Donatella e di pubblicarne un libretto – non senza aver prima consultato Marcello D’Acquarica che, con il suo zampino artistico, sa dare sempre un tocco di classe alle cose.

E’ nato così l’ennesimo volumetto edito da “L’Osservatore Nohano”: con le poesie che ci ha consegnato mamma Pompea, con la loro trascrizione su di un foglio elettronico da parte di Maria Rosaria, con il lavoro grafico di Marcello per la copertina, e, infine, con l’impaginazione, la stampa e la preziosa edizione di Antonio Congedo e delle sue ‘Arti Grafiche Marino’, sempre così professionali, e soprattutto pazienti con noi altri.

Sapete, circolano molte idee sbagliate sulle persone. Forse perché a volte conta più l’apparenza che la sostanza e si giudica in base a pregiudizi. Perlopiù fuorvianti.

Sì, è una vera e propria sindrome, la nostra, e tra le peggiori. Lo è quando ci fa snobbare le differenze che sono invece ricchezza oltretutto culturale, quando c’impone la moda che ci vuole come un gregge, o quando ci fa il lavaggio del cervello sulla diversità da discriminare e, ove possibile, da condannare.   

 

Presepe Vivente di Noha: graz...

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