Chiude i battenti un'istituzione. Il Bar Castello di Noha, frazione di Galatina, dopo 68 anni di gloriosa attività, abbassa la saracinesca e lascia uno strascico di malinconia in tutte le generazioni che sono state in qualche modo cresciute da Liliana Coluccia, 80 anni, la titolare: "zia Lilli" per tutti. In quel bar si è scritta una parte di storia della frazione, sono nate storie d'amore, si sono consolidate amicizie, si sono stretti affari. Questa sera, alla presenza del sindaco di Galatina Marcello Amante, ci sarà un momento di festa intorno alle ore 20, fortemente voluto dai nuovi proprietari del Castello Baronale di Noha che desiderano stringersi insieme alla comunità attorno a questa donna che per un'intera vita ha preparato il caffè a tutti e ha addolcito la quotidianità di molti con i suoi gelati, la pasta di mandorla e la famosa limonina. "Zia Lilli sarà sempre un pezzo del nostro cuore -dicono alcuni cittadini, abituali frequentatori del bar- e saremo sempre in debito con il suo sorriso e la sua affabilità. Speriamo che anche adesso che si godrà il meritato relax, ci restrà accanto con la sua passione».
V.Chi.

Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia del 17.01.2019

 
Di Marcello D'Acquarica (del 15/01/2019 @ 20:14:25, in NohaBlog, linkato 44 volte)

http://www.leccecronaca.it/index.php/2019/01/13/xylella-monopoli-si-al-paesaggio-alla-produttivita-alla-scienza-eradicare-per-credere/

C’era da aspettarselo. La questione Xylella, somiglia molto alla nostra capacità di essere diversamente onesti. Ultimamente, non so bene da quando con precisione, se da dieci venti o trent’anni, ma dal punto di vista sociale ed economico, non si ragiona più se non in termini di “ricadute occupazionali”, “crescita”, “progresso”, “alta velocità”, “ritorni finanziari” (tutto rigorosamente tra virgolette, visto che si tratta di locuzioni fasulle): in una parola Business (questa volta senza virgolette) per il solito clan.

Così della cultura, dell’arte, del patrimonio storico, dell’umanità, tutto viene sacrificato in nome del suddetto Business per pochi, fregatura per molti.

Non a caso siamo in una Europa che fatica a diventare unita, e in uno Stato che rinuncia alla democrazia.

 
Di Antonio Mellone (del 14/01/2019 @ 13:43:46, in NohaBlog, linkato 69 volte)

Non ricordavo più di essere stato invitato dalla Cgil a discorrere di  Luisa Palumbo, la pasionaria di Noha (1920 – 2003), nel corso di un convegno che ebbe luogo a Galatina nel Chiostro dei Domenicani, ex-convitto Colonna, oggi “Palazzo della Cultura Zeffirino Rizzelli”, nel mese di ottobre 2006 in occasione del centenario di quel sindacato.

Mi sono imbattuto nelle foto che ritraggono i relatori di quel simposio (tra i quali, dunque, anche il sottoscritto), mentre ero intento a cercare in rete storie sul ruolo che le associazioni dei lavoratori hanno avuto nel campo della conquista dei diritti delle classi operaie dal nord al sud della penisola.

Ma non è di quell’incontro che ora m’interessa parlare, bensì dell’odierno ruolo del sindacato: o meglio di ciò che temo sia diventato in certe frange.

Premetto di aver restituito la mia tessera d’iscrizione un paio d’anni fa, forse più (motivandone le ragioni con una lunga lettera, rimasta come paventavo senza risposta), e che scrivo queste righe con dolore. Davvero.

 
Di Marcello D'Acquarica (del 06/01/2019 @ 16:00:09, in NohaBlog, linkato 188 volte)

“Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza.” (Oscar Wilde)

Vedere, così come anche ascoltare,  sono due sensi che in testa alla gente possono stare, volendo, in almeno due dimensioni: quella istintiva, pari cioè al boccheggiare tanto per non morire, e quell’altra che alloggia in pochi logorati dall’impotente lotta contro la cocciutaggine di chi non vuole (o finge) né vedere né ascoltare.

Alle volte però capita d’essere costretti a vedere spettacoli inaspettati, tipo il taglio dei pini e il degrado stesso di tutta la struttura. Ma per nostra fortuna, la bellezza è ancora salva. E non certo grazie ai palazzi e ville di comparto, tutta architettura copia e incolla, testimone della nostra stessa incapacità creativa e/o d’amor proprio.

Non è certo la sottilissima coltre di neve a determinare la bellezza di un posto. Certo l’effetto della nevicata sulle storiche case della Baronal Corte del Castello di Noha (http://www.noha.it/noha/articolo.asp?articolo=2564) con in cima, a fare d’ornamento, le casiceddhre di Cosimo Mariano, la coltre sottile di neve, dicevo, ha dato nuova luce allo scenario di cui tutti possiamo godere. Ma provate voi a immaginare se tutto d’un tratto la folle idea di qualche mentecatto facesse scomparire, per esempio, il copricapo alla Fornarina del Raffaello, oppure il diadema di gioielli  alla Regina Vittoria, avrebbero  queste opere la stessa bellezza?

Ecco, mi vien da dire che in fondo la mafia siamo anche noi, quando non vogliamo vedere la vera bellezza.

 
Di Antonio Mellone (del 31/12/2018 @ 14:12:13, in NohaBlog, linkato 372 volte)

Mi chiama Emanuele Vincenti, vabbè don Emanuele, il parroco di Sanarica, per invitarmi o meglio invitarci al presepe che quest’anno celebra il suo trentennale: “Allora, venite al presepe vivente di Sanarica? Dai, vi aspetto”.

“Boh, Emanuele: io sono raffreddatissimo, e oltretutto devo assistere mia madre che è caduta: non ti dico. Comunque fammi sentire Giuseppe Cisotta, che ha un telefonino nuovo con una suoneria finalmente funzionante”.

Compongo il numero di Giuseppe che, incredibile a dirsi, mi risponde al secondo squillo: e da lì parte il tutto (incluso l’acquisto della Tachipirina per me).

Nello stesso giorno, di pomeriggio, una carovana di non so più quante auto si dà appuntamento all’autolavaggio di Noha in via Carso, per poi dirigersi alla volta della dolina carsica di Sanarica [da via Carso alla dolina carsica, quando si dice la combinazione, ndr.], una specie di conca di rocce calcaree, una Vora diremmo in vernacolo, molto probabilmente formatasi nel corso di migliaia di anni in seguito alla dissoluzione del carbonato di calcio di cui sono composte le pietre: in quel dirupo è allestito lo stupendo presepe vivente della ridente cittadina sanarichese [comune di 1500 abitanti, meno della metà degli abitanti della frazione di Noha, ndr.], ubicata a metà strada tra Maglie e Poggiardo.

E proprio nell’ampia grotta della natività avviene la restituzione di cortesie tra l’Associazione Amici del Presepe Vivente di Sanarica e il Gruppo Masseria Colabaldi di Noha: certe visite si ricambiano, per buona creanza. Lo scorso anno si son fermati loro, e una corposa delegazione di quell’associazione venne a visitare il presepe apparecchiato nei fori imperiali nohani; quest’anno, invece, il Pit Stop è il nostro e siamo andati noi da loro: si fa così, si chiamano scambi culturali, amicizia, solidarietà.

 
Di Antonio Mellone (del 24/12/2018 @ 18:01:43, in NohaBlog, linkato 353 volte)

Chi mi conosce sa che non scrivo mai sotto dettatura o su commissione o dietro proposta di qualcuno (mi cadrebbe automaticamente la penna di mano); e sa anche che ogni mia riga è frutto di ricerca rigorosa, studio approfondito, convinzione. Mai fatta una sviolinata, così, tanto per riempire una pagina bianca, né vergato giudizi a caso o a cuor leggero (benché riconosco di essere di manica tutt’altro che slabbrata).

Tutta codesta doverosa premessa per introdurre fragranza, morbidezza, squisitezza dei panettoni di Dulcis, una delle recenti, calde, linde e accoglienti pasticcerie del Salento.

A dirla tutta, sempre quest’anno avevo già avuto modo di gustare, trovandola sublime, una colomba pasquale sfornata da Dulcis. Ora, siccome una rondine, anzi una colomba non fa primavera, volevo che il campione bernoulliano “dolci di Dulcis” fosse – come si dice in Statistica – “significativo”, e m’ero ripromesso di arrivare fino a Natale per comprendervi anche il panettone. Potete ben immaginare che nel frattempo non mi son fatto mancare nulla: dai suoi Pasticciotti alla pasta di mandorla, dai Mustaccioli ai Cannoli con la ricotta, dalle torte artistiche al gelato, dai biscotti ai cornetti ai cereali e frutti di bosco…  

Ma devo cercare di rimanere nel solco del Panettone Natalizio, altrimenti rischio di perdermi nel mare magnum (magnum stavolta è voce del verbo) di creme pasticciere, pan di Spagna, cioccolati e celestiali semifreddi.

E’ difficile se non proprio impossibile, soprattutto di questi tempi, provare a intervistare Daniele Santo Sabato (pasticciere e titolare di Dulcis, insieme alla sorella Roberta) in merito ai suoi panettoni, ma non perché geloso della ricetta (la quale, come noto, è soggetta oltretutto a un disciplinare ferreo), ma perché non ha davvero un minuto di tempo libero, preso com’è tra forno, decorazioni, e nuove idee di delizie.

 
Di Antonio Mellone (del 05/12/2018 @ 23:04:12, in NohaBlog, linkato 278 volte)

A Noha c’è un bel gruppetto di ragazzi che sta facendo la rivoluzione.

Si tratta del collettivo di Levèra, il centro culturale ubicato in via Bellini, che da un annetto a questa parte sta provando, riuscendovi finalmente, a infrangere l’ancestrale pax locale - intesa purtroppo come penuria di impulsi intellettuali diretti a un elettroencefalogramma per troppo tempo parallelo a (se non proprio coincidente con) l’asse delle X.

Giuro, non pensavo arrivasse a fare di un luogo sufficientemente decentrato, come quello nohano, un epicentro di onde ideali così lunghe da reindirizzare i segnali che pervengono ai nostri sensi (tra cui immagini e suoni) dall’amigdala (sede delle emozioni - soprattutto della paura) al cervello neocorticale (luogo della ragione, del discernimento, e quindi della critica).

Sì, servono più strumenti (inclusa la frequenza di un circolo culturale come questo) per liberarsi dal giogo opprimente del caporalato politico, emanciparsi dal tifo nei confronti dei burattinai di turno, sciogliere il cappio della sempreverde servitù neo-conformista, e superare una buona volta l’analfabetismo funzionale sopra e sotto i palchi dei comizi.     

Senza nulla togliere alle altre benemerite associazioni del territorio, di circoli Arci come il Levèra di Noha non ve n’è (scusate il pleonasmo) di uguali in tutta la Puglia quanto a numerosità e soprattutto qualità delle iniziative culturali. Levèra - che con licenza poetica potrebbe anche essere letta come parola tronca (dunque come voce del verbo) - non è nata per provocare un terremoto, ma per provare a innescare un bradisismo positivo, un spinta costante verso l’alto, sì da permettere alla nostra Terra di godere possibilmente di più ampie vedute, e magari di più chiari orizzonti.    

 
Di P. Francesco D’Acquarica (del 28/11/2018 @ 19:46:17, in NohaBlog, linkato 131 volte)

Bellissimi questi ricordi, mentre P. Francesco ricorda e si emoziona nel rivedere quei posti dove è stato bambino, ci regala dettagli  storici del nostro territorio che altrimenti non avremmo potuto conoscere. Ci permette anche di notare, ahimè, la condizione di abbandono di quella campagna e di solennità perse riguardanti i viali e il caseggiato.

Un aspetto, questo dell’abbandono, riscontrabile un po’ ovunque nelle nostre campagne:

canali colmi di rifiuti, vore ingolfate da discariche d’ogni genere (come la Marsellona del sito in questione), recinzioni senza “scarichi” che di fatto sono barriere, e ruderi. Questo è spesso lo scenario che accomuna le nostre campagne.

Non basta dire che la colpa è di questo Ente o di quel Comune, forse servirebbe di più un esame di coscienza collettivo.

Marcello D’Acquarica

Emozioni e ricordi

Quanti ricordi, quante emozioni vissute nella campagna di Noha il 23 novembre scorso. Mi si è data l’occasione di rivisitare quella che era stata la proprietà dei Signori Gizzi. L’estensione dei loro terreni tanti anni fa era enorme, oggi è suddivisa in 10 proprietari diversi.

Quando ero piccolo, vi sto parlando di un po’ di anni fa, (dal 1935 al 1945), durante l’estate mia madre mi portava a trovare il nonno (suo papà) che coltivava la campagna nella contrada “Monta-nara”, rretu lu muredhra, a lli Chiriatti, che confinava con li Gizzi. Lì conobbi Don Nicola, che poi divenne mio padrino di Cresima. Giusto perché chi legge si possa rendere conto di quale periodo sto parlando: io ho ricevuto il sacramento della Cresima il 27 giugno 1945.

I Gizzi erano una delle tante famiglie immigrate a Galatina, (come i Liguori, gli Astarita, i Pennino, e via dicendo). Abitavano a Galatina in Via Siciliani al numero 73, ma l’estate venivano qui, nella campagna di Noha, per godersi la frescura.

Il padre, Vincenzo (il M° Gizzi), nato a Castel di Sangro, in provincia dell’Aquila, il 10 febbraio 1854, fece di Galatina la sua città, dove morì all’età di 86 anni. Era direttore di banda (da qui il soprannome di “capibanda” dato a tutti i componenti della sua famiglia), e aveva una forte influenza sui figli: una ragazza, casalinga, Marianna Grazia, detta donna  Nina  e tre maschi: don Eugenio, professore di musica, don Raffaele tipografo e don Nicola, coltivatore diretto.

Don Eugenio fu professore di matematica nella scuola ‘media’ privata galatinese, ubicata presso l’Orfanotrofio femminile, che evidentemente funzionava anche da pensione, visto che teneva lezione soltanto per le studentesse esterne, pendolari o fisse. E tuttavia egli considerò l’insegnamento della matematica il modo più onesto e leale di guadagnare per vivere, mentre i suoi interessi intellettuali più profondi lo portarono a coltivare la musica, e meglio ancora la nobile arte della composizione, alla quale dedicò tutta la sua vita personale e privata.

Don Raffaele, impiantò una tipografia, dislocandola in via Siciliani, esattamente a fianco dell’abitazione della famiglia.

L’altro, don Nicola, divenne meccanico, tra i primi attivi a Galatina, fra l’altro proprietario di una moto (una “Guzzi”), di quelle che raramente circolavano nel territorio provinciale. Era a suo modo uno spirito creativo, studioso delle meccaniche motoristiche, tanto da venire poi chiamato ad insegnarle nella locale Scuola d’Arti e Mestieri. Aveva aperto un’attrezzatissima officina in via Turati, e anche lì riceveva i propri allievi, impartendo loro “lezioni pratiche” che completavano il ciclo di quelle teoriche tenute nelle aule scolastiche. I galatinesi lo rispettavano e per loro era “don Nicola”, il professore che di pomeriggio era in tuta, con le mani nere di olii e di grassi, e non di rado, la sera, teneva corsi complementari sui motori a scoppio per due e per quattro ruote.

Nessuno dei fratelli Gizzi si sposò: perciò questo cognome non è più presente a Galatina e la loro proprietà fu lasciata in eredità alla Chiesa Madre.

Nello scrigno dei miei ricordi ricordo bene donna  Nina e i tre maschi: don Eugenio, don Raffaele e don  Nicola. Il padre don Vincenzo, non l’ho mai conosciuto. Mi avevano insegnato a chiamarli con il  ‘don’ perché gente ricca e benestante. Quando si spostavano da Galatina alla campagna, dovevano passare per forza da Noha, davanti a casa mia in Via Aradeo e ricordo ‘lu durote’ con il cavallo guidato da don Raffaele. Ho potuto assistere alla morte di don Eugenio, perché da ragazzino ogni tanto andavo a trovarli e mi trovai nei momenti estremi della sua vita. Poi entrai in seminario e non ne seppi più nulla.

Nel periodo in cui i Gizzi erano in campagna, don Nicola,  che era molto pio, ogni giorno in bicicletta veniva a Noha prima delle ore 13 per fare la Santa Comunione. In quel tempo non c’era ancora la Messa della sera e per aver diritto alla Santa Comunione bisognava essere digiuni dalla mezzanotte, astenendosi anche dal bere l’acqua. Lui osservava il digiuno eucaristico fino alle ore 13, l’ultima ora possibile per ricevere l’Eucaristia: nel pomeriggio ciò era vietato, e lui ci veniva ogni giorno. Essendo mio padrino di Cresima, a volte si fermava dai miei, chiedendo di vedere la mia pagella scolastica per informarsi sul mio andamento di piccolo allievo alle elementari. Alla mia prima Messa celebrata a Noha (3 aprile 1961) mi regalò il calice per la celebrazione. Conservo anche una registrazione della sua voce che feci con il registratore “Geloso” quando ero già sacerdote.

A distanza di tanti anni ho rivisto quella campagna che avevo frequentato nella mia infanzia. Forse il mese di novembre non è il tempo migliore, perché la pioggia abbondante di quei giorni non mi ha permesso di entrare nei campi allagati. Ma ho avuto l’impressione di una campagna abbandonata. Mi ha impressionato la ‘vora’ ingolfata con il canale di scolo che non è più canale ma palude a ridosso dei terreni allagati. Il grande viale d’entrata con i due filari di rose che dalla strada conduceva all’abitazione non c’è più, ma è rimasto un  triste passaggio senza la solennità di 70 anni fa; le maestose colonne con il cancello sono state rimosse e sistemate vicino alla villetta che era abitata dai Gizzi: per fortuna la casa è ancora quella. Gli alberi da frutta non ci sono più. La villetta ora è abitata per poco tempo durante i mesi estivi e gli uccelli ne diventano gli abituali abitanti abusivi.

Ho rivisitato quello che era il soggiorno dell’abitazione dove la famiglia Gizzi consumava il pranzo. Ho rivisto con l’immaginazione la famiglia Gizzi riunita per il pranzo, dove a volte io capitavo e mi offrivano la frutta che per me era come una rarità. Ho rivisto l’angolo dove c’era una specie di  poltrona: lì don Nicola si sedeva e, a suo modo, quando andavo a trovarlo, mi coccolava. Anche la volta della sala è ancora affrescata come allora: mi è sembrato come se il tempo si fosse fermato.

Ringrazio Angelo Di Benedetto, detto Lillino Papatore, l’attuale proprietario dell’ex villino Gizzi, che mi ha dato la possibilità di rivivere uno squarcio della mia infanzia. Gli ho regalato il volume “Noha, storia, arte e leggenda” pubblicato nel 2006 insieme ad Antonio Mellone. Insomma, grazie a lui ho rivissuto un altro tassello della storia di Noha mescolato alla storia della mia vita.

 

  P. Francesco D’Acquarica

 
Di Antonio Mellone (del 20/11/2018 @ 20:19:13, in NohaBlog, linkato 106 volte)

A me duole il cuore ogni volta che osservo lo stato in cui versano le nostre Casiceddhre in miniatura, architettate ed eseguite in pietra leccese dallo scultore Cosimo Mariano all’inizio del secolo XX e lasciate marcire nel degrado e nell’abbandono dai noi altri contemporanei del XXI.

Certo, ora ci sarà chi si permetterà di fare dell’ironia spicciola sui beni culturali nohani, chi dirà che non sono assolutamente paragonabili alle opere di Leonardo da Vinci, che ci sono “ben altre” priorità e che, magari, la cultura non si mangia [in effetti per mangiarla bisognerebbe prima masticarla, ndr.].

Per quanto ovvio, del tutto inutile sarà spiegargli il fatto che non importa il pregio, la rarità o l’antichità dei singoli oggetti di un patrimonio artistico, bensì il contesto, la relazione spirituale e culturale che li unisce alla vita locale.

Vorrei appena ricordare che questo piccolo complesso monumentale è scenografia di romanzi (come “Il Mangialibri” di Michele Stursi, ma anche “Lento all’ira” di Alessandro Romano), contesto di innumerevoli racconti (alcuni contenuti in altri volumi, tipo “Salento da Favola”, edito da quiSalento), argomento di cataloghi d’arte e libri di storia, servizi giornalistici, trasmissioni televisive, ricerche da parte di studenti di ogni ordine e grado scolastico, e finanche tema di interi capitoli di tesi di laurea in conservazione dei beni culturali. Oltretutto le Casiceddhre sono anche un “Luogo del Cuore” del FAI, ancor oggi ammirato da decine di viaggiatori, e da quei nohani che hanno occhi per guardare il bello nei tesori a loro più vicini.

Non so se abbiate mai notato il fatto che quando capita un disastro (un’alluvione, un terremoto, eccetera) le persone che hanno perso tutto spesso esprimono anche l’angoscia per la distruzione del patrimonio storico e artistico, emblema della loro identità. 

 

A Noha esiste lo Scjakù...

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