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Di Antonio Mellone (del 27/07/2018 @ 20:31:40, in Fetta di Mellone, linkato 361 volte)

Finalmente, come ogni outing che si rispetti, ho trovato il coraggio di confessarlo al mondo intero: ebbene, quando ero piccolo, i miei coltivavano il tabacco e io con loro.

Sapete, l’infanzia è come certe pietanze che pensi tu abbia digerito ma quando meno te l’aspetti tornano su.

In genere si dice che la puerizia sia il periodo più bello della nostra vita. Sì, va bene, io ne ho avuto una sostanzialmente tranquilla, due ottimi genitori, e la tragedia non è mai andata al di là di uno scappellotto altrimenti detto mappina.

Ebbene, io credo che non esista età più disperata, terribile e disgraziata di quella in cui la tua occupazione principale è quella di provare a diventare un uomo: qualsiasi cosa tu faccia spontaneamente non è mai quella giusta, e devi dipendere di continuo dal giudizio, dalle prescrizioni e dagli orari degli altri (anche se questi altri ti amano alla follia).

Se poi a questa infanzia, già di per sé drammatica, tu ci aggiungi pure il tabacco capite il livello di crudeltà.

Insomma, odiavo con tutto il cuore la coltura fumogena del tabacco: che non rientrava punto nei miei orizzonti lavorativi, non dico come impiego ma nemmeno come ripiego.

Meno male che allora non esisteva il Telefono Azzurro, altrimenti ne avrei intasato le linee con le mie continue richieste di aiuto. Certo, non avrei nemmeno saputo come fare visto che non possedevo né un telefonino portatile (che era ancora in mente dei), e nemmeno quello fisso di casa, che arrivò intra-moenia qualche decennio più tardi. Per farvi comprendere il contesto, e visto che siamo in tema di Outing, aggiungo che in quel periodo avevo pure una zita di Bolzano, una ragazza bellissima conosciuta al mare. Ci scrivevamo lunghe lettere. Eh sì, altri tempi. Tempi d’attesa, dico. Sicché il postino non fece in tempo a recapitarmi l’ultima lettera in cui la mia adorata asseriva di amarmi alla follia, che la medesima era già bellamente convolata a nozze. Oltretutto felici.

Ma cerchiamo di ritornare sui filari ché le divagazioni potrebbero portarci fuori dai semenzai.  

La coltivazione di codesto maledetto tabacco aveva inizio in pieno inverno, durante il mese di febbraio. Si iniziava con le ruddhre (i semenzai, appunto), che spesso erano ricoperte da un telo onde evitare che le gelate potessero colpirne le piantine. Io, fra tutti gli dei dell’Olimpo, pregavo con particolare zelo il loro capo Zeus affinché su quelle ruddhre scagliasse il suo fulmine: che da noi si chiamava sajetta.

 

Il fatto che i vari tg Orba, le mezze gazzette quotidiane e i leoni da betoniera si siano schierati a tastiere unificate come un plotone di esecuzione nei confronti di un articolo di Petra Reski, nel quale si evidenziano legittimi dubbi in merito a come sia stato finora gestito l’affaire Xylella, la dice lunga su quanto abbia ragione da vendere la giornalista e scrittrice tedesca, amica del Salento, mia e soprattutto della verità.    

Per la sua attività letteraria e giornalistica, Petra ha ricevuto numerosi premi e candidature internazionali, e ovviamente querele. Queste ultime, provenendo quasi sempre dai mammasantissima dei più svariati settori (mai dagli esponenti del popolo), per chi scrive in buona fede e non sotto dettatura di padroni o in ascolto della voce del padrino sono da considerarsi veri e propri trofei, medaglie al valore, attestati di benemerenza di gran lunga più importanti di un Pulitzer. Cosa non si fa per sigillare la bocca con un bavaglio, sfilare la penna di mano, tentare di schermare la brillantezza della ragione e della perspicuità, colpirne un paio per educarne centocinquanta. 

Nella foto scattata con il mio telefonino nel mese di maggio di quest’anno, Petra Reski è a Noha in piazza San Michele. Era di passaggio insieme a Francesco Zizola, antropologo e fotografo, anch’egli pluripremiato in tutto il mondo per i suoi reportage, di ritorno da un lungo tour in tutta la Puglia per un’inchiesta sugli ulivi nel corso della quale i due corrispondenti hanno posto domande a tutti, dagli scienziati agli agricoltori, dalle associazioni di categoria ai politici, ai comitati di cittadini liberi e pensanti. Petra e Francesco, poi, accompagnati da Anita, han voluto conoscere la storia di mio padre neo-novantacinquenne, contadino da sempre, e visitare il suo appezzamento di terreno. Per dire della loro capacità di ascolto a tutti i livelli.

 
Di Antonio Mellone (del 03/09/2017 @ 14:29:09, in Fetta di Mellone, linkato 737 volte)

Non è mai stata mia intenzione di pontificare sulle sorti sempre magnifiche e progressive dell’Italia intera (poveretta). Nelle mie modeste note sfregate sulla carta (viepiù virtuale), mi son limitato a qualche denuncia concernente le cose di casa nostra (e talvolta di Cosa Nostra), che molti finti tonti locali han sempre considerato come la topica filippica a firma del sottoscritto cui non dare seguito alcuno (e dimostrando così quanto superfluo fosse quel “finti”).

Confesso subito che spesso ho dovuto contare fino a cento prima di vergare certe chiose che avrebbero rischiato altrimenti di essere composte soltanto da espressioni indistinguibili da quelle proferite da uno scaricatore di porto infuriato formate da improperi, invettive e 'castime' tra le più triviali (benché il mio idioma aborra certi scurrili frasari).

E’ che non ce la faccio proprio a bendarmi gli occhi, turarmi le orecchie, imbavagliarmi la bocca, incerottarmi le dita e stravaccarmi sopra un divano (che tra l’altro non possiedo: sarebbe del tutto inutile a casa mia), come invece usano fare molti nohani e altrettanti loro compari di merende galatinesi.

Prendiamo, ad esempio, la torre dell’orologio di Noha.

Ebbene, mi son consumato le dita su questa tastiera per certificare l’estremo degrado in cui versa da diversi lustri codesta specie di torre di Pisa - o meglio degli asinelli (in minuscolo) - oltre al mancato rispetto delle più elementari condizioni di sicurezza.

Quel complesso monumentale si regge ancor oggi quasi per quotidiano miracolo, mentre le stanze ubicate al primo piano - la casa comunale del tempo che fu - sembrano essersi trasformate in un ricettacolo degno di una torre colombaia. Vi lascio immaginare il sudiciume, l’aria mefitica, l’olezzo pestilenziale che si sprigiona da codesto novello B.&B. per topi e piccioni stanziali più che viaggiatori, tanto che davvero non si ha più il coraggio di pensare a cosa possa nascondersi sotto il primo corposo strato di guano, altrimenti detto merda.

*

A proposito di effluvi immondi, c’è da ricordare che intorno alla torre civica e all’orologio pubblico nohani sono state condotte intere campagne elettorali.

 
Di Antonio Mellone (del 26/08/2017 @ 14:23:21, in Fetta di Mellone, linkato 592 volte)

Preambolo. Sappiamo dalle medie che il mitologico Cariddi era un enorme mostro marino simile a una lampreda, con una gigantesca bocca piena di varie file di denti e una voracità infinita. Cariddi risucchiava l'acqua del mare per poi risputarla con forza, creando enormi vortici che provocavano naufragi alle navi in transito nello stretto di Messina (cfr. Wikipedia).

*

Con molte probabilità questa premessa non c’entra un bel nulla con quanto segue. Solo che, come diceva quel tale, “nomina sunt consequentia rerum”. E a volte anche i cognomi.

Cariddi – quando si dice la combinazione - è anche il cognome di Pierpaolo, novello sindaco di Otranto, fresco di suffragi, fratello del predecessore Luciano. Mica potevano gli otrantini cercare un’alternativa. Nossignore. Non ci pensate nemmeno. Cariddi forever. Un cognome, una garanzia. Del resto la lista cosiddetta civica che l’ha supportato è la famosa “Otranto non si ferma” [in effetti sarebbe davvero un bel peccato fermare la corsa di un territorio verso il suo baratro, ndr.].

Dunque, sembra che tra il prima e il dopo non vi sia alcuna soluzione di continuità, ma una sublime e costante ricapitolazione.

Tutto in famiglia, dite? Embè? Lo vuole la democrazia, lo vuole Otranto e soprattutto lo vuole l’Europa.

Certo, ora non conosciamo di preciso i contorni delle diciamo politiche di codesto Cariddi Due fresco di giuramento addirittura sulla Costituzione. Ma, sapete, il buongiorno si vede dalla notte precedente, e soprattutto buon sangue non mente.

Per la cronaca, e salvo smentite dell’ultima ora, Cariddi Uno era il sindaco dell’esultanza per il nuovo porto turistico di Otranto da “cantierizzare” as soon as possible, nonché l’amministratore a favore del gasdotto Poseidon – una specie di TAP 2, la vendetta - e, visto che c’eravamo, anche il primo cittadino pronto a benedire il Twiga, vale a dire lo stabilimento balneare briatoregno extra-lusso ed extra-large [cinque stelle su cinque ettari: una stella per ettaro, insomma, ndr.], di cui Cariddi Due era – ma guarda un po’ - progettista e direttore dei lavori.

Ci mancava giusto un ok di massima idruntino anche al ponte sullo stretto [quello tra Scilla e Cariddi, per dire, ndr.] e avrebbero completato il secondo sacco di Otranto, dopo il primo del 1480 per mano dei turchi.

 
Di Antonio Mellone (del 18/08/2017 @ 14:55:22, in Fetta di Mellone, linkato 949 volte)

Figurarsi se, con tutto quel che di meglio ci sarebbe da leggere, possa io mettermi pure a dare uno sguardo al ‘Pompiere della Sera’ ovvero ‘Corriere della Serva’, come lo definiva quel tale, con l’inserto ‘Corriere del Mezzo-Scuorno (anzi tutto)’, come modestamente lo definisco io.

E’ che un mio amico milanese (che stava per esser annoverato nella categoria degli ex-amici) aveva il ghiribizzo di acquistare questo Diciamo Giornale, nel corso delle sue vacanze salentine.

Si sa che spesso in vacanza ci va pure il cervello e si fanno cose futili, irrecuperabili, diversamente intelligenti, roba da accendere ipoteche sui neuroni superstiti, e questo capitava impietosamente anche all’amico caro (che rischiava dunque di diventare estinto).

Mi sgolavo: “Ma compra piuttosto, che so io, ‘Novella 2000’ o tutt’al più ‘Chi’! (t’ha morto - era sottinteso): sono più formativi di queste deiezioni sfregate sulla carta”.

E niente. Ci ha impiegato qualche giorno, ma alla fine credo (spero) abbia capito. “Anche perché – gli ho detto – il Corriere e gli altri giornaletti, li leggono ormai quei quattro sfigati (sempre troppo numerosi, purtuttavia) che vanno a fare la spesa nei supermercati e nei centri commerciali anche di domenica e nelle feste comandate, ferragosto incluso”.

Insomma, senza perderci troppo in chiacchiere, un dì visto che ormai la corbelleria l’aveva fatta - cioè quella di buttar via i soldi per l’acquisto del suddetto Corriere - usandomi violenza psicologica ho voluto dare un’occhiata di insieme al contenuto di quei lunghi veli resistenti e morbidi buoni per la differenziata, così, per avere la conferma di quel che ho sempre pensato di certi “giornali” e quindi di certi “giornalisti” (virgolette obbligatorie): vale a dire che se dalla maggior parte dei quotidiani italiani togli bave e popò (o pupù) ci rimane giusto la carta.

 
Di Antonio Mellone (del 16/08/2017 @ 14:01:24, in Fetta di Mellone, linkato 934 volte)

Qualcuno m’ha chiesto come mai non ho ancora scritto nulla in termini di critica aspra altrimenti detta stroncatura in merito all’operato della nuova amministrazione comunale di Galatina [ebbene sì, c’è chi si diverte a leggere le mie filippiche, mentre io m’incavolo a bestia, ndr.].

La risposta è semplice: non ha ancora avuto il tempo di arrecar danni al mondo che ci circonda, come invece han fatto le precedenti. E francamente spero non ce l’abbia mai, questo tempo, ché avrei ben altro per la testa io [tipo, oltre al lavoro, le letture, lo studio e i fatti miei in tema di “donne, cavallier, arme, amori, cortesie e audaci imprese”].

Insomma non è che mi diverta a buttarmi nell’agone come un novello Catilina, o a trattare dell’epica o della lirica di Sindaco & co., o a leggere, di questo codesto o quella, le gesta eroiche (o erotiche, se riportate dal Quotidiano, visto l’utilizzo della lingua da parte di certi “giornalisti” allorché si tratti di centri commerciali, Tap, Twiga e altre sensuali delizie del genere).

Una cosa auguro alla nuova amministrazione Amante (ergo a me stesso): che non somigli per niente alla giunta neretina di Pippi Mellone la quale, a dispetto dei verdissimi proclami pre-elettorali, una volta assisa sulla cadrega cittadina, s’è messa d’impegno a distruggere quel che di bello è rimasto a Nardò e dintorni, con l’aggravante di quella presa per i glutei che fu l’intitolazione dell’aula consiliare alla povera Renata Fonte [la quale non può più replicare con un bel: “Ma come vi permettete” - per non usare un lessico, come dire, più trivialmente colorito, ndr.], contraria fino alla morte, per mano della mafia, ad ogni forma di speculazione edilizia.

 
Di Antonio Mellone (del 05/08/2017 @ 14:00:33, in Fetta di Mellone, linkato 715 volte)

Qualcuno m’ha chiesto quando avrei intenzione di smetterla con questa rubrica di fette di Mellone.

Come soglio (voce del verbo), gli ho risposto impulsivamente e in maniera lapidaria: “Quandu rriva la fica lu malone ve e se mpica”.

Premesso che il dolcissimo frutto della pianta xerofila della famiglia delle Moraceae in salentino si declina al femminile e che mi deprimono alquanto i perbenisti falsi come una Louis Vuitton acquistata in un sottopassaggio ferroviario, non vorrei ora aprire un dibattito sul concetto subliminale del testé citato aforisma composto dai due succosi termini dal poliedrico significato. Sì, perché qui ci sarebbe insomma da soffermarsi su ogni sintagma del periodo, e magari inoltrarsi (e perdersi) nei boschi narrativi disposti sui suoi diversi piani di lettura.

Tutto questo panegirico per dire che codesta fetta di Mellone non può essere dolce (o edulcorata o sdolcinata) come le altre che parlavano di spiagge, di trombature (appunto) post-elettorali e dunque d’Amore, bensì aspro come il limone e amaro come certi peperoncini calabresi di mia conoscenza. Perché? – vi starete presumibilmente chiedendo.

Ma perché a rovinarmi l’estate (e dunque la verve da sviolinata estiva da leggere sotto l’ombrellone sorseggiando un cocktail alcolico ma anche anal-) è apparso l’altro giorno un diciamo articolo vergato dal diciamo giornalista sul diciamo quotidiano di Lecce, avente ad oggetto (capirai che novità) il Mega-porco commerciale Pantacom da colare su di una ventina di ettari concentrati nel bel mezzo della campagna di Collemeto.

Ero al bar, e nel leggere ‘sto pezzo, il caffè (decaffeinato - se no non dormo) mi è andato di traverso, la schiena mi si è bloccata in erezione, la bocca è rimasta semiaperta per via del crampo mandibolare che mi prende davanti alle coglionate, e così per un tempo indeterminato son rimasto immobile [avrebbero potuto affittarmi, ndr.] a riflettere sulle magnifiche sorti e progressive di Galatina e dintorni.

E niente. Uno pensava che codesto Merda-parco commerciale fosse la classica ideona oggetto ormai di appassionati studi di archeologia, ove non di psichiatria econometrica e sociale, e invece no: c’è infatti ancora chi ne scrive con un afflato, anzi un empito mistico che denuncia, come dire, una sorta di asservimento di alcune classi giornalistiche e diciamo intellettuali alla greppia dei poteri (apparentemente) forti che dovrebbero invece controllare.

 
Di Antonio Mellone (del 22/07/2017 @ 17:47:02, in Fetta di Mellone, linkato 833 volte)

Non me ne voglia Pietro Aretino (1492 – 1556) - al quale osai paragonarmi un dì, ma soltanto per l’epitaffio vergato dal vescovo Paolo Giovio, onde lo scrittore d’Arezzo pare avesse trascorso la sua vita parlando male di tutti, eccezion fatta per Cristo, ma sol perché asseriva di non conoscerlo. Gli chiedo scusa, dicevo, se intitolo questa terza fetta di Mellone estiva come una delle sue raccolte di ottave e quartine più licenziose, e tuttavia più castigate degli invece ben più spinti “Sonetti lussuriosi”.

Non c’è, dunque, in questa terza fetta di Mellone, nulla di scostumato o lascivo o triviale che rievochi qualcuno dei dubbi ardenti del nostro poeta  rinascimentale (che comunque vi consiglierei di leggere, se non altro per trovare sollievo dalla calura del solleone salentino).      

E’ che a volte son preso anch’io da un dubbio amoroso (molti di meno, dunque, dei trentuno dell’Aretino) e talvolta mi vien la tentazione di uscire a comprare un teschio con cui discutere su chi dei due aveva ragione: se Dante Alighieri (1265 – 1321) o, a quattro secoli di distanza, suor Juana Inés de la Crux (1648 – 1695), a proposito d’amore (malattia endemica contro la quale non esistono vaccini ministeriali).

Premesso che non fa niente se ignoriamo i classici (il bello è invece che sono loro che conoscono noi), Dante e suor Juana in fatto d’amore la pensano in maniera diametralmente opposta.

L’Alighieri nel V canto dell’Inferno, quello di Paolo e Francesca, al famosissimo verso 103 fa un’affermazione sconvolgente. Che è questa: “Amor che a nullo amato amar perdona”. Chi altri avrebbe mai potuto formularla con tal perfezione se non il Poeta [ecco perché m’incavolo come una iena: perché non io? E lo stronzo sì? Ndr.].

Ebbene, per Dante l’amore non esonera nessuna persona amata dall’amare a sua volta.

Secondo questo diciamo teorema si può affermare che sempre, fulmineamente, senza appello, chiunque s’innamori di una persona automaticamente non può che esserne corrisposto, ricambiato così su due piedi, con pari intensità. Non solo la reciprocità d’amore esiste eccome, ma essa è oltretutto istantanea e perfetta.

C’è chi afferma che questo funzioni solo con l’amore di Dio, per cui amare Dio ed essere amati è un’unica cosa. Ma a me non interessa ora approfondire questi concetti sconfinando in altri campi, come il teologico o il morale. A me interessa ora rimanere sulla terra (ovvero terra terra) e capire invece – magari mi ci darete una mano voi – se questa corrispondenza d’amorosi sensi è vera sempre, o se viceversa è più frequente il fatto che amiamo chi non ci ama e siamo amati da chi noi non amiamo, come se l’amore fosse, diciamo così, asimmetrico.

Guardate un po’ come esprime questi concetti la stupenda suor Juana Inés de la Crux:

L’ingrato che mi lascia, cerco amante

L’amante che mi segue, lascio ingrata;

costante adoro chi il mio amor maltratta

maltratto chi il mio amor cerca costante.

 

Chi tratto con amor, per me è diamante,

e son diamante a chi in amor mi tratta;

voglio veder trionfante chi mi ammazza,

e ammazzo chi mi vuol veder trionfante.

 

Soffre il mio desiderio, se ad uno cedo;

se l’altro imploro, il mio puntiglio oltraggio:

in ambi i modi infelice io mi vedo.

 

Ma per mio buon profitto ognor m’ingaggio

A esser, di chi non amo, schivo arredo

E mai, di chi non mi ama, vile ostaggio.

 

Chiaro come la luce del sole. Non necessita di alcun commento, questa che non è una poesia ma una vera e propria figata.

Una cosa è certa (e converrete con me): l’amore è il movente del mondo. La causa efficiente della vita. Sicché senza amore non c’è vita. Ovviamente molto meglio del sottoscritto (e non ci vuol mica tanto) sa esprimere questo concetto un’altra grande poetessa francese, Louise Labé (1525 – 1566) che scrisse il componimento che suona così:

Finché i miei occhi potran lacrimare

sulla gioia che un dì teco ho goduta,

finché la bocca mia non sarà muta

per i troppi sospiri e il singhiozzare,

finché la man mi potrà accompagnare

mentre canto il mio amor sull’arpa arguta,

finché il mio cuor d’accogliere rifiuta

ogni altra cura fuorché a te pensare,

io non domando ancora di morire.

Ma quando io senta inariditi gli occhi,

rotta la voce e la mano languire,

e quando il mio cuor mostri d’aver caro

che in questa vita amor più non lo tocchi

venga allor morte e anneri il giorno chiaro”.

*

Perché si ama, l’abbiamo appena visto: l’amore è, dunque, il pretesto della vita. Punto.

Ora vediamo per cosa e come si ama. Per chiarirlo chiedo una mano alla mia amica inglese Elizabeth Barrett Browning (1806-1861). Elisabeth ci spiega che non deve esserci per forza un motivo per amare: si ama per lo stesso amore e basta. Infatti:  

 

Se devi amarmi, per null’altro sia

se non che per amore.

Mai non dire: “L’amo per il sorriso,

per lo sguardo, la gentilezza del parlare,

il modo di pensare così conforme al mio,

che mi rese sereno un giorno”.

Queste son tutte cose

che possono mutare.

Amato, in sé o per te, un amore

così sorto potrebbe poi morire.

E non amarmi per pietà di lacrime

che bagnino il mio volto.

Può scordare il pianto

chi ebbe a lungo il tuo conforto

e perderti.

Soltanto per amore

amami sempre

per l’eternità.

*

Dove è nato tutto codesto amletico dilemma e dunque questa terza fetta di Mellone?

Ma ovviamente lungo il litorale, nei pressi del mio solito scoglio (che credo di avere ormai usucapito). Sedevo colà al calar del sole, e nel sovrumano silenzio miravo gli interminati spazi di là da quello, allorché, bella come l’aurora, fulgida come il sole e terribile come un esercito schierato in battaglia, si presenta davanti a me una donna, che dico, una Madonna. Solo che il portamento, le movenze e le curve di codesta apparizione mariana stimolavano certamente negli astanti (compreso dunque il sottoscritto) pensieri tutt’altro che religiosi, direi pure diversamente casti e pii.

La creatura, guarda un po’, si mette a conversare amabilmente con me, non con altri. Ride. Mi guarda negli occhi. Si tocca i capelli. E dopo un po’ mi fa: “Che tipo da spiaggia che sei. Anzi d’amare”. Penso di non aver affatto frainteso: sennò perché mai avrebbe fissato (lei!) un rendez-vous con me in altro orario e il altro loco?

*   

“All’alta fantasia qui mancò possa;/ ma già volgeva il mio disio e ‘l velle,/ sì come rota ch’igualmente è mossa,/ l’amor che move il sole e l’altre stelle”. (Dante, Paradiso, XXXIII, 142-145).

Ebbene sì, ha ragione Dante. Da vendere. Ma talvolta anche suor Juana.

Antonio Mellone

 
Di Antonio Mellone (del 09/07/2017 @ 11:53:31, in Fetta di Mellone, linkato 919 volte)

La frequenza dei lidi più glamour del Salento non rientra tra le esperienze più formative del mio curriculum vitae. Le ore di sosta in codesti status in luogo da parte mia sono infatti così sporadiche e casuali che si contano sulle dita di una mano monca.

L'accidentale presenza del sottoscritto all’interno di certi recinti è dettata più dalla voglia di studiare l’omologante fenomeno antro-politico (una specie di stage in Sociologia a proprie spese) che da una forma di epicureismo applicato.

Io preferirei invece scogliere e spiagge – a trovarne in giro - senza stabilimenti balneari esclusivi che, appunto, mi escludono: anche perché certi stili di vita stanno allo scrivente come la crema pasticciera sulla pepata di cozze.

Mi piacerebbe che il demanio pubblico continuasse ad essere tale: cioè pubblico, inalienabile, imprescrittibile, e possibilmente salvaguardato dalle concessioni ai privati per un piatto di quattro salti in padella.

Prediligo francamente i sempre più rari litorali liberi da tubi, pali, chiodi, piattaforme, gradini, passamano, tettoie, tende, sbarre, ponticelli, paraventi, porte, cancelli, legno e ferro, e soprattutto da botteghini all’ingresso e parcheggiatori un po’ prima (che magari alla richiesta di rilascio di uno straccio di scontrino fiscale ti rispondono con un’unica emissione di voce molto simile a un muggito, quando non a un belato).

Io scelgo gli arenili senza lettini, sdraio, amache, poltrone, puffi, tavolini, cabine, ombrelloni e box-doccia. Oltretutto credo che sia più igienica la spiaggia rivoltata da vento e moto ondoso e sciacquata dall’acqua salata che il nylon della branda lavato a fine stagione “con la suca”.

Opto per le superstiti marine preservate dalla musica a palla, nefandezza culturale nonché cafonata molesta che ti costringe a sgolarti pure in riva al mare, anche solo per scambiare due chiacchiere con l’interlocutrice di turno. E’ che mi piacerebbe decidere da me quali, quando e a che volume ascoltare i brani della colonna sonora della mia vita. Son fatto così: tifoso accanito di quella pace che ‘il mondo irride ma che rapir non può’.

Adoro leggere i miei libri avvolto da sovrumani silenzi e profondissima quiete, o al più con il sottofondo de ‘lu rusciu de lu mare’. Ma questa forse l’ho già detta altrove.

 

A Noha esiste lo Scjakù...

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