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Di Antonio Mellone (del 13/10/2019 @ 17:13:05, in Fetta di Mellone, linkato 294 volte)

Incredibile quanto i libri si parlino tra loro. Lo diceva perfino Umberto Eco.

Quest’estate oltre a tagliare copiose fette di Mellone, ho impilato una serie libri per salirci sopra. La lettura ti permette infatti di montare sulla pila dei libri che leggi, e dunque di riuscire a guardare un po’ più in là che dalla solita altezza marciapiede.

Stavolta ho per le mani due volumi: il primo, “Palermo Connection” di Petra Reski (Fazi Editore, Roma, 2018), letto a giugno scorso in concomitanza della prima fetta di Mellone, proprio quando (combinazione?) mi recavo a Palermo per diletto; il secondo è “Pizzica Amara” di Gabriella Genisi (Rizzoli, Milano, 2019), terminato qualche giorno fa in occasione di quest’ultima fetta 2019. In mezzo, come dicevo, molti altri volumi (ma sempre troppo pochi, eh) sicuramente legati in qualche modo da un fil rigorosamente rouge.

Ebbene, questi due libri sembrano in rapporto tra loro come lo sarebbero in matematica le funzioni iniettive, se non proprio biettive. E già con questo mi sono giocato un bel po’ “mi piace”, ma non tanto per il riferimento alla proprietà delle f(x), quanto per il fatto che sto discettando di libri. Vero è che d’altro canto il vero piacere (like) non è mai un fenomeno di massa.

 
Di Antonio Mellone (del 03/10/2019 @ 21:51:53, in Fetta di Mellone, linkato 416 volte)

Sapete cosa sono gli Open Days, promossi da questa o quell’azienda e strombazzati ai quattro venti da giornali, teleorba, siti internet, profili fb e altri house organ?

Si tratta di una specie di incontro fabbrica-famiglia (sulla falsariga dell’incontro scuola-famiglia) nel corso del quale alcune aziende - fossero queste perfino l’Ilva di Taranto, la centrale di Cerano o, dico a caso, la Colacem di Galatina - si tirano a lucido per far vedere a tutti quanto siano belle, pulite, ecosostenibili, ecocompatibili, ecologiche, e giacché pure economiche. Lo fanno per uno slancio di empatia, ma soprattutto per amore di verità, mica sono cose studiate a tavolino negli uffici marketing della ditta o nelle famose società di consulenza; nossignore: è tutto spontaneità, altruismo, fi-lan-tro-pi-a signora mia, e non, come dicono i soliti iconoclasti, strategia di greenwashing.  

 

Ora. Per non saper leggere e soprattutto scrivere, suppongo (e le mie supposte raramente sbagliano il bersaglio) che i maggiordomi aziendali, conducendovi in giro per la veneranda fabbrica con un bell’elmetto giallo da cantiere che fa tanto sicurezza, vi diranno che le loro non sono ciminiere, ma guglie, torri, obelischi artistici così alti e raffinati che al confronto il campanile di Giotto è un pugno nell’occhio allo skyline di Firenze; che da quello stabilimento fuoriesce tutto arrosto e niente fumo; che dai loro camini - quando non Chanel n° 5 - viene nebulizzato vapore acqueo alla menta piperita tanto raccomandato dagli otorinolaringoiatri; che addirittura, a seconda del vento che tira, ne risultano vaporizzati nell’aere circostante broncodilatatori, mucolitici ed espettoranti ad ampio respiro e senza l’onere del ticket sanitario; che il carbonile ammassato tutto intorno è quasi quasi più commestibile che combustibile; che non è giusto parlare di polveri sottili, ma di Borotalco Roberts gratis per l’igiene personale di donne e bambini; che i loro prati inglesi sono più verdi di quello del vicino e questo la dice lunga sulla vocazione green della società; che il cemento prodotto a km 0 è così Bio che potrebbe essere spolverizzato sulle orecchiette come i salutisti fanno con la curcuma; che se qualche ponte in cemento armato cade dopo meno di cinquant’anni dalla sua inaugurazione (mentre, per dire, gli antichi ponti romani, o il Colosseo stesso, sopravvivono dopo millenni) non è perché il prodotto sia il peggior materiale mai utilizzato nella storia dell’edilizia, ma perché sbagliano i muratori a non leggere le modalità d’uso riportate sui sacchetti di carta (rigorosamente riciclabile); che le cave (le tajate) estese per ettari di campagna ex-agricola e profonde decine di metri sono di fatto vere e proprie oasi naturali del WWF (soprattutto per i tordi); e che, infine, l’azienda adora Greta Thumberg, essendo da sempre contro il global warning o come cavolo si chiama.

 
Di Antonio Mellone (del 13/09/2019 @ 19:54:35, in Fetta di Mellone, linkato 315 volte)

Ma che figura mi fate fare? A me e a quegli altri quattro sfigati “che dicono sempre di no a tutto”.

Dico a voi, eh: politici ex-politici e caricature della politica (onde la satira sarebbe ormai tautologica se non proprio pleonastica), consiglieri comunali di maggioranza e minoranza tanto è uguale, sindaci e assessori “allo sviluppo e alle ricadute occupazionali”, dirigenti comunali in conferenza dei servizi permanente effettiva, responsabili del Diciamo Progetto, economisti da letto magistralis, comitati spintanei pro Mega-Porco (scusate, ma il lemma Parco sul mio vocabolario ha tutt’altro significato), Theggiornalisti pronti a riportare su carta o video le elucubrazioni del bar dello sport senza fare una piega, intellettuali muti ergo asserviti alla greppia dei poteri che in teoria dovreste controllare, vedove allegre inconsolabili per la sua prematura dipartita, e voi altri indicibili “punti vendita” aderenti all’iniziativa, dei quali giammai saprei indovinare le mansioni.

Di cosa vado blaterando? Ma del Mega-Porco, no? Vale a dire del novello Centro Commerciale di ventisei ettari da colare in contrada Cascioni, comune di Galatina.

Secondo la di solito ben informata stampa quotidiana, quel gran pezzo della GDO, vale a dire Grande Distr(ib)uzione Organizzata, dovrebbe emettere il suo primo vagito a km 0 sotto forma di scontrino fiscale entro e non oltre il 21 settembre 2019, cioè tra meno di dieci giorni, pena la decadenza.

Ora. Vi pare mai possibile che in dieci giorni si possa procedere all’acquisto dei terreni, al loro sbancamento, e poi ancora a recinzioni, perforazioni, livellamenti, indi edificazione di capannoni, asfalto di strade, cementificazione di rotatorie, sollevamento d’insegne, riempimento di magazzini, ma soprattutto redazione di migliaia di volantini promozionali per le buche delle lettere (perennemente intasate)? Secondo me, a meno di un illusionista alla David Copperfield, non ce la faremo mai.

Adesso però non fatemi passare un brutto black friday: cercate, e di corsa, il modo di concedere alla ditta proponente un’altra bella proroga, l’ennesima, la penultima dai, sotto forma di una fiammante convenzione (o circonvenzione, cosa cambia), se no pare brutto. Ne abbiamo fatte trenta: facciamone trentuno.      

Dite che l’idea del Mega-Porco è ormai al crepuscolo? E quel termine del 21 settembre 2019 perentorio? E perché mai? Suvvia. Qui da noi non c’è nulla di più elastico dell’assoluta inderogabilità.    

E per favore, mo’ non iniziamo con il fatto che non ci credete più, che avete scoperto che forse questa roba non crea più posti di lavoro di quanti non ne annienti, che i centri commerciali sono ormai più anacronistici dei telefoni a gettoni, che ne abbiamo già fin troppi a un fischio da casa, che altrove stanno pure chiudendo e licenziando come manco i cinema porno nell’ultimo ventennio, che gli Iper fuoriporta generano banlieue infinite e desertificano le città, che Greta vi ha aperto gli occhi sul surriscaldamento globale, che in fondo il rendez-vous all’ipermercato di domenica è cosa veramente da sfigati, e che addirittura avete pure iniziato a capire qualcosa di economia.  

E non ditemi nemmeno (ché non ci credo) che il progetto era redatto con i glutei, che le garanzie della controparte avevano la stessa credibilità di un “ti amo” dichiarato con una pistola puntata alla tempia, che per anni abbiamo dato perle ai (mega) porci, e che ormai è giunto il momento di vergare l’epitaffio di un’epopea: quella di un ambaradan di carta (da parata) in onore di un manga chiamato Mega-Porco, per gli amici Peppa Pig.

Dubbio dell’ultimo minuto: ma si trattava di un manga o più precisamente del menga?

Antonio Mellone

 
Di Antonio Mellone (del 31/08/2019 @ 17:16:00, in Fetta di Mellone, linkato 254 volte)

Conoscete la storia del dito e della luna, no?

Ebbene, sappiate che in genere è la massa che si fa incantare dalla luna (nel pozzo); è il saggio poi ad accorgersi che quello non è l’indice, ma il dito medio.

L’altra sera, per dire, mi faccio convincere dagli amici a fare un salto a Otranto. Ma Otranto era già assaltata da un pezzo.  

Mancavano sedie e tavolini giusto sul mosaico pavimentale della cattedrale per completare il quadro espressionista: vale a dire l’Urlo di ‘sta Minch (quell’altro era di Munch).

Dai - mi son detto -, guardiamo il lato positivo della cosa: un giorno moriremo.

Siccome i guai non vengono mai da soli, la settimana scorsa un telegiornalista reggeva il moccolo, ossia il microfono, a un manager affranto dalla chiusura della sua bella discoteca salentina vista mare, prostrato dal fatto che il “Salento non è Ibiza”. Ora, va bene che tira più un pelo di Twiga che tutto il parco buoi, ma uno s’aspettava che il whatchdog anziché scodinzolare gli rispondesse per le rime (evidenziando l’orrore di certe affermazioni che vorrebbero essere sarcastiche), o almeno battesse ciglio. O tutt’al più cassa. Niente: si è limitato solo a battere.

 
Di Antonio Mellone (del 20/08/2019 @ 15:15:14, in Fetta di Mellone, linkato 433 volte)

Tranquilli, questo non è un necrologio. Anche perché per definizione Albino Campa.

Se state leggendo questo pezzo su Noha.it e/o sul profilo Nohaweb è perché da un lato sono riuscito a convincere Albino che, se anche non avesse voluto pubblicarlo sul suo sito, io l’avrei comunque postato sulla mia bacheca fb (ergo qualche internauta, e per di più nohano, prima o poi se ne sarebbe accorto), e poi perché Albino è un ragazzo intelligente, e va da sé che uno non può fare tanto il prezioso dopo aver ingoiato rospi per anni sopportando magari miriadi di comunicati stampa - tra i vuoti di contenuto e i raccapriccianti nella loro sintassi – spediti in redazione da una genia di politici, molti per fortuna ex, convinti del fatto che il rasoio di Occam sia lo strumento per depilare gambe ascelle e inguine.

Per chi ancora non lo conoscesse, Albino Campa, esperto informatico, è l’ideatore, il creatore, il patron, insomma il tutto del sito www.noha.it, partorito nel 2002 (mentre, per la cronaca, le Fette di Mellone festeggeranno il decennale l’anno prossimo, sempre se esisterà ancora la libertà di parola contraria).

Noha.it, diciamolo subito, non è una testata giornalistica, non un quotidiano on-line, né un “prodotto editoriale” ai sensi della legge sulla stampa, ma un blog aggiornato senza periodicità alcuna. È senza scopo di lucro, non riceve finanziamenti pubblici né contributi da parte di alcuno, non ha sponsor, e come potete accertarvi di persona non fa alcuna raccolta pubblicitaria (questo per dire che l’economia del dono esiste, funziona benissimo, e il suo metro è la dismisura). Non è espressione di partiti o movimenti politici (alla fazione preferisce la frazione, per dire), non ha un editore o una casa editrice alle spalle; la sua ragione sociale è la libertà di espressione, di critica e, per chi la capisce, di satira (roba che i cultori del diritto vedrebbero contemplata nella nostra Costituzione; i cultori del rovescio invece chissà dove).

 
Di Antonio Mellone (del 13/08/2019 @ 16:50:01, in Fetta di Mellone, linkato 208 volte)

C’è chi ha le fette di prosciutto, chi lenti di salame, e chi invece ostenta filtri in materiale così variegato che non basterebbero a spiegarne la composizione tutti gli elementi della tavola periodica, specie lo stronzio. Confesso che su certe materie, come quella della quale vi parlerò questa volta, io, sempre sugli occhi, ho le fette di Mellone.

Ebbene sì, quando parlo di musica organistica e dunque di organi a canne e organisti non riesco proprio a essere vergin di (servo?) encomio, né invero di (codardo?) oltraggio all’indirizzo di chi, questi organi a canne, li considera alla stessa stregua di un mobile di arredamento, un pezzo da museo (cioè da cimitero per cose che hanno perso la loro casa naturale), se non un ingombro anacronistico o addirittura un centro di costo. Non così, per dire, un Dante Alighieri che nella Commedia ne parla nel Purgatorio (canto IX - 144), e ovviamente anche nel Paradiso (canto XVII – 44).

Per fortuna, qui in provincia di Lecce, da qualche anno a questa parte, c’è un bel gruppo di Leoni da tastiera che, navigando controvento, son riusciti a dare fiato alle trombe, anzi alle canne di un bel po’ di organi installati, alcuni da secoli, nelle chiese salentine.   

Attenzione, precisiamo: questa volta Leoni da tastiera non sono gli analfabeti funzionali che sui social capiscono fischi per fiaschi, o i famosi troll che dietro l’anonimato ne dicono di cotte e di crude, o gli estensori di post senza capo né coda, o the giornalisti copia-incollatori di comunicati-stampa, o i dispensatori di insulti o minacce a fronte di una critica, o Dio non voglia di un pezzo satirico. Nossignore: Leoni da tastiera in questo caso sono degli artisti che, per la gioia dei melomani (e dei mellomani), in consolle, sanno metter mano su tastiere, pedaliere, staffe, pistoni e comandi di registro, dando voce e colore a spartiti musicali, dai classici agli inediti, in una combinazione prodigiosa di suoni soavi e impetuosi, funesti e lieti, delicati e potenti.

 
Di Antonio Mellone (del 05/08/2019 @ 13:29:27, in Fetta di Mellone, linkato 279 volte)

Non sono un magnifico lettore dei quotidiani di Caltagirone: ne leggo ogni tanto qualche numero, rigorosamente di seconda mano, sapendo bene di non rimanerne mai deluso.

Quale giusto guiderdone al mio solito becero sarcasmo nei confronti di certa stampa (che, come noto, perde un sacco di soldi - basta dare un’occhiata ai suoi bilanci - ma sovente porta consensi, cioè affari, a editori e compari), qui cascherebbe il motto “Non son d’accordo con quello che dici, ma darei la vita, eccetera eccetera”. Tuttavia, adesso, dopo aver dato la vita, non possono mica pretendere che gli faccia pure una sviolinata.

Nessuno mette in dubbio che in redazione e fuori possano esserci dei bravi collaboratori e pure in buona fede, ma, sapete, a volte le linee editoriali son tali che la validità dei singoli ne risulta purtroppo obliterata. Funziona più o meno come la regola dei segni nella moltiplicazione dei numeri relativi (“più per meno”, nella fattispecie).   

Non sto qui a raccontarvi delle volte in cui uno dei giornali ahinoi più letti in loco abbia fatto Pubblicità Progresso (lo chiamano Progresso, mica è colpa mia) a quella roba battezzata Eco-Resort Sarparea, l’ennesimo villaggio turistico con una settantina di villette, però de luxe, da tirar su in una foresta di ulivi in agro di Nardò, verso il mare; o quando in quelle pagine tutte intrise del tipico liquido secreto dalle parotidi si discettava dei magnifici e progressivi posti di lavoro portati dal Twiga di Flavio Briatore, manco fosse il Tap in grande spolvero; o delle volte in cui le sacre penne planarono sulle campagne-stampa contro “I lacci della burocrazia che frenano gli investimenti: <>” [sic]; o quando senza il minimo segno di turbamento il Diciamo Giornalista copia-incollava “volani per lo sviluppo” e “ricadute per l’economia” a proposito di un centro commerciale nuovo di zecca da edificare sulla Lecce-Gallipoli, altezza Collemeto, poi abortito (speriamo definitivamente) nella culla.  Ultimamente, facendo da cassa di risonanza a una nota associazione di sedicenti agricoltori, il giornalingua di turno ha scoperto pure che d’estate ci sono le cicale, che stanno addirittura sugli alberi e che friniscono pure: meglio farle fuori con una bella bomba atomica.

 
Di Antonio Mellone (del 11/07/2019 @ 00:21:15, in Fetta di Mellone, linkato 337 volte)

Non fate i saputelli, eh. Sono assolutamente certo che nessuno di voi abbia mai letto tutto il testo del recente Decreto Crescita Felice (per gli amici Decretino, diventato legge a fine giugno), strombazzato ai quattro venti come la panacea dei mali d’Italia.

A dirla tutta non l’avranno letto non dico tutti i suoi votanti in Parlamento (gli intruppati a favore o quelli contro a prescindere non devono mica sapere, ma solo credere nel Verbo Incarnito, e poi pigiare un tasto), ma nemmeno i burocrati che lo hanno redatto.

Sì, perché si tratta di un diciamo lavoro a più mani, ma soprattutto più piedi, di centosette pagine (nella mia versione pdf) pieno zeppo di frasi bisbetiche, abborracciate, leggibili con la stessa scorrevolezza con cui si possono decifrare i codici assiro-babilonesi in lingua accadica e scrittura cuneiforme.

Questo la dice lunga su quanto sia facile alla solita gelida manina infilarci di soppiatto l’articolo, il comma o la frase ad personam, ad mafiam o ad minchiam all’insaputa dei più, soprattutto degli onorevoli pagati invece per tenere gli occhi aperti (o forse chiusi: dubbio dell’ultimo minuto).

Questo decretino al Plasmon, detto appunto per la Crescita (e pensare che un tempo per il sacro blog era la decrescita a essere felice) è tutto un rimando ad altre leggi, la modifica di una virgola a una norma, la proroga dei termini a una disposizione precedente, l’emendamento all’emendamento dei decreti Crescita e/o Sviluppo dei passati governi.

 
Di Antonio Mellone (del 30/06/2019 @ 14:50:54, in Fetta di Mellone, linkato 286 volte)

Avrei voluto raccontarvi della mia recente vacanza palermitana. Invece no: mi tocca aprire le Fette di Mellone Estate 2019 parlando di una cosa nostra, non meno grave di quell’altra.

Qualche giorno fa, un politico locale di gran calibro - quello che poverino si sacrifica per noi in Parlamento come nessuno mai – verga su Fb un commovente comunicato stampa, poi condiviso in un gruppo galatinese, in cui scopre l’aria calda nella vecchia scuola elementare di Noha.

Planando dal pero, il cittadino onorevole viene a scoprire con sette o otto anni di ritardo che il suddetto complesso scolastico, riconvertito nel frattempo in Centro Polivalente, fu ristrutturato con quella parte anatomica che nonostante la credenza tutto porta men che fortuna, a suon di milioni di euro di debito pubblico. Ma si trattò di una “ristrutturazione” (con le virgolette), giacché l’allaccio elettrico rimase così provvisorio che ai condizionatori non ha mai fatto né caldo né freddo, l’ascensore è ancora incellofanato, e l’impianto fotovoltaico in terrazza sembra abbia la protezione 100 della Vichy.

Ma il problema non è mica questo. E nemmeno il fatto che il cosiddetto portavoce del popolo abbia dato la sua solidarietà all’associazione benemerita che utilizza quel complesso double-face, cioè forno crematorio d’estate/igloo d’inverno, con mille  difficoltà - come se non bastassero tutti gli altri disagi.

Dicevo che il problema non è codesta presa d’atto, né l’impegno generico o la promessa con la mano sul cuore da parte del deputato nostrano  “di sentire il sindaco e gli uffici preposti per cercare di trovare insieme una soluzione”: ci sta tutto, potremmo pure dire che certi post fanno parte della propaganda, o se proprio volete populismo, di cui nessun partito sulla faccia della terra è immune. Il guaio serio è invece quel che ne è seguito.

Vale a dire un messaggio, che dico, un vero e proprio avvertimento da parte di un sedicente avvocato difensore dell’onorevole (sedicente nel senso di difensore di parte, non di avvocato) contro chiunque osi storcere il muso, alzare ciglio, rivolgere qualche critica anticonformista e, dio non voglia, azzardare pure un po’ di satira iconoclasta. Insomma, ecco la frase di rito postata tra le altre carinerie dall’avvocato del portavoce del popolo: “[…] Da questo momento, qualora un commento sarà considerato offensivo e oltre ogni lecito limite [chissà quale sarà mai codesto “lecito limite”: vuoi vedere che magari lo deciderà di volta in volta Rocco Casalino? ndr.], darò seguito al mandato ricevuto e agirò presso le opportune sedi giudiziarie a tutela dei diritti ed interessi del mio assistito (ma, soprattutto, amico), eccetera, eccetera”.

Scusate: ma questa roba non vi pare una specie di intimidazione a mezzo social? Non vi suona come una censura o una forma di intolleranza verso il dissenso? Magari colpendone uno per edulcorarne cento? Chiedo eh.

È seguito un silenzio tra il surreale e il grottesco che dura tuttora, e non invece un mandato a quel paese da parte del mandante rivolto al suo legale, una smentita urbi et orbi, un “dai che scherzavo”, ovvero “no, vi prego, non dategli retta, fate pure delle vignette caricaturali sul sottoscritto, scrivete sul mio conto articoli caustici e commenti sferzanti, e mi raccomando siate sarcastici, taglienti, corrosivi, se no qui io rischio veramente l’irrilevanza politica. Anzi la scomparsa nel nulla, come è capitato a tanti altri diciamo politici locali allergici all’intelligenza”. Invece nulla di nulla.   

Probabilmente nessuno ha ancora detto al cittadino portavoce (e al portavoce del portavoce) che il politico che minaccia o addirittura arriva a querelare la critica o la satira, tutelate oltretutto dalla Costituzione, è un politico al crepuscolo da un pezzo; che una democrazia è tanto più sana quanto più feroce e graffiante è il giudizio (il contrario si chiamerebbe fascismo); e che l’avversario per definizione sta sempre lì, controlla quel che fai o dici o scrivi, evidenzia i tuoi strafalcioni, e ti costringe a essere all’altezza dei tuoi proclami.

E pensare che eravamo tutti Charlie.

Quanto a me, che continuo a segnalare che il re è nudo ma fa cagare anche in cappa magna ed ermellino, per precauzione tengo sempre pronto un borsone con pigiama, ciabatte, spazzolino e altre cose utili in caso di blitz. Non si sa mai.

Nel frattempo nessuno può impedirmi di continuare a osservare certi pOLITICI e la loro invidiabile capacità di guardarsi allo specchio (o nei Selfie) senza riuscire a mandarsi a fanculo.

Antonio Mellone

 

"Salviamo gli Ulivi Secolari"...

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