\\ Home Page : Storico : Fetta di Mellone (inverti l'ordine)
Di Antonio Mellone (del 28/09/2026 @ 07:41:47, in Fetta di Mellone, linkato 1570 volte)

C’è chi per organizzare un festeggiamento o una ricorrenza (persino privata) ingaggia social media manager, direttori artistici e addirittura consulenti bocconiani. E c’è chi, invece, per una grande festa patronale decide di andare controcorrente, facendo apparire come anacronistica e fuori tempo massimo ogni tipologia di “St. Michael’s Planning Agency” esistente su e fuori piazza, affidandone organizzazione, marketing e contabilità al topico Comitato Festa di paese.

È il caso della festa di Noha dedicata all’Arcangelo Michele Patrono, che continua ad aver fede incrollabile nella celebre “Commissione” in auge da cinquanta anni abbondanti, facciamo sessanta. L’organigramma è composto da tre storici inossidabili promotori, vale a dire Michelino Congedo, 86 anni, (ex guardia municipale), Michele Coluccia, 82 anni suonati, (ex commerciante di abbigliamento) e Antonio De Lorenzis, 74, (ex dipendente comunale). Quest’ultimo potremmo comunque appellarlo Michele, così, ad honorem, o per usucapione, giusto il fatto che a suo tempo il “bonus Mike” era già stato utilizzato dallo zio per il cugino e non era il caso di confondere i due parenti che all’anagrafe si portavano appena un anno di differenza.

A dirla tutta, l’unica pecca di codesto festival è forse il cosiddetto Ufficio Stampa, rappresentato dalla scalcagnata redazione di Noha.it, di cui indegnamente (o degnamente se riferita all’attributo “scalcagnata”) fa parte il sottoscritto, imperterrito estensore di prolisse e talvolta baroccheggianti elucubrazioni - magari condite da copiosi refusi - ma vivaddio ancora ruspanti e lontane mille miglia dalle seduzioni di quell’ossimoro che è l’intelligenza artificiale. Il tutto, per fortuna, viene controbilanciato dalle ormai venticinquennali pubblicazioni di annunci sulla benemerita rivista “quiSalento”, la quale, sin dalla fondazione, si compiace di ospitare i programmi del proverbiale triduo settembrino nohano: che include, oltre alla patronale dei suddetti michelinidi, anche la compatronale della Madonna delle Grazie e la resistentissima Fiera della “Città dei Cavalli”.

Il trio, che farebbe invidia all’Agenzia delle Entrate per la puntualità della riscossione dell’obolo, si avvale di uno strumento portentosissimo. Nossignore, non è il pignoramento presso terzi, e nemmeno l’ipnosi, ma la bonaria eloquenza dei suoi membri scientificamente supportata dalle RUBRICHE (tutto in maiuscolo), rigorosamente cartacee, scritte con penna a sfera e tenute in accurato ordine alfabetico. Questo avviene registrando gli abbonati o per cognome o per soprannome: sicché, con molte probabilità, un Sindaco lo trovereste sotto la lettera Z di Zùmpa, un Longo alla M di Magnògna, un Idolo alla P di Papa ‘Ntoni; mentre invece un De Lorenzis è correttamente schedato sotto la D di Demétru, un Misciali alla M di Maraiùli, la famiglia Gugliersi al punto G di Gnìzzu, e così via. Da osservare che le summenzionate RUBRICHE conservano anche i nomi dei De Cuius, cioè i nostri avi defunti, che sarebbero esentati dal pagamento della quota, ma solo in teoria; la sopravvivente generazione erede, infatti, è caldamente invitata a farsi carico delle rette delle buonanime, ovviamente con gli opportuni adeguamenti al tasso d’inflazione. Alla fine della fiera, dopo aver tirato somme e sottrazioni, come in un rito solenne, codesti quaderni alfanumerici vengono posti sotto chiave in cassaforte collocata in un luogo segretissimo (ipogeo?) e custoditi scrupolosamente per l’anno venturo alla stessa stregua di una reliquia.

Per completezza diciamo che i tre dell’Ave Arcangelo si muovono o a piedi (benedica, senza alcun bastone o altro ausilio per la mobilità, indubbiamente per quotidiano miracolo del Santo), oppure in quattroruote, stavolta imponendo a chiunque sia in coda un’andatura da processione dei Misteri. Il mezzo di locomozione ufficiale è quello di Michelino Guardia, il più, come dire, navigato e omeopaticamente immune dalle multe: lo riconosci dal fatto che parecchi centimetri quadrati della sua carrozzeria conoscono a menadito i muretti a secco della Roncella, un marciapiede di via Trisciolo, qualche angolo o albero di via Aradeo, l’immancabile palo del Calvario, più raramente l’autovettura di turno che non abbia fatto in tempo a svignarsela. Nulla a che vedere con gli autoscontro Montenero o Greco (quelli tra l’altro sono pure a pagamento).

Lunga vita allora a questi eroi. Ah, se affidassimo i destini d’Italia e quelli del resto d’Europa ai nostri tre amici anziché alla famigerata Troika, o invero ad altri esponenti delle oligarchie parassitarie: molto probabilmente i cieli si colorerebbero delle scie dei fuochi artificiali e non del fumo mortale dei droni bellici (veri o inventati); ascolteremmo le melodie delle orchestre lirico-sinfoniche al posto del frastuono delle armi che ci stanno dissanguando ancor prima di esplodere; frequenteremmo di più i mercatini e assai meno ipercentri commerciali o altre americanate del genere imposti dal colonialismo sanguisuga e dai suoi servi; e forse si moltiplicherebbero pure gli appelli - anziché il silenzio o peggio ancora la censura (a breve addirittura a norma di legge) - per far cessare il genocidio in corso ormai da troppo tempo in quella striscia di terra.

Una mano, anzi un’ala, sicuramente continuerebbe a darcela l’Arcangelo Michele.

 

Antonio Mellone

 [Sesta fetta di Mellone – estate 2026]

 
Di Antonio Mellone (del 30/08/2026 @ 16:54:54, in Fetta di Mellone, linkato 438 volte)

Capisco che l’han trasmessa in diretta su Rai3 e su Rai Radio2, in streaming su Raiplay, e quest’anno per la prima volta anche in Eurovisione - e che dunque la censura era compresa nel pacchetto; e comprendo pure che dei circa 150.000 presenti almeno 149.000 non hanno la più pallida idea di quel che sta succedendo intorno a loro (e soprattutto non hanno alcuna intenzione di accorgersene), visto che quel che conta sopra ogni cosa è un panino con servola, una Dreher ghiacciata, quattru zumpi e qualche altra cosetta da primo livello della piramide di Maslow. Dai, non ho mica l’anello al naso per non intuire che se qualcuno degli artisti ospiti avesse provato a mettere la testa fuori dal sacco sarebbe stato dichiarato praticamente morto, dico dal punto di vista dei contatti in grado di trasformarsi in contratti, nel senso di palchi, scene da calcare e quindi cachet.

Sto parlando ovviamente della Notte della Taranta di cui purtroppo, ancora una volta, mi tocca cantare il De Profundis. Sì, belli: musica, voci, coreografie e testo, non c’è che dire, ma vuoi mettere il contesto tutto business, politically correct, e messaggi così “alti” che, al confronto, la selezione di Miss Italia  -  dove almeno un tempo si blaterava di “pace nel mondo” - sarebbe un concorso in Magistratura?

Son dovuto andare sul sito ufficiale della Fondazione per tentare di capire quale fosse il fil rouge della kermesse che da una trentina di anni a questa parte tocca svariate piazze salentine prima del concertone finale melpignanese. Sentite qua: «Le vie del Mediterraneo è il tema del Festival Itinerante 2026 de La Notte della Taranta: un itinerario immaginario che apre le rotte su un mare antico e fa di ogni tappa un incontro tra culture, lingue e tradizioni che si riconoscono, si intrecciano, si rinnovano». Ma tu pensa. E ancora: «Nel Mediterraneo si incrociano millenni di storie: popoli che si sono incontrati, intrecciati, che hanno scambiato lingua, musica, danze, credenze, usanze e pratiche. “Mare nostrum” nel suo senso più autentico: spazio condiviso, di tutti e di nessuno, lontano da ogni logica di dominio». Ineccepibili nella forma, come no, e indeterminati nella diciamo sostanza quanto basta per essere retoricamente “equidistanti” (soprattutto tra vittime e carnefici). Chissà se il Mediterraneo “lontano da ogni logica di dominio” sarà quello stesso solcato dalle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, armate di viveri e presidi sanitari, poi gentilmente speronate con atto di pirateria in acque internazionali - dove il diritto “vale fino a un certo punto” (ed è plausibile che da un certo punto in poi valga l’Antico Testamento) - dalle navi da guerra “dell’unica democrazia del Medio Oriente”. E pazienza se poi l’equipaggio Sumud - fatto di attivisti, medici, parlamentari e operatori umanitari di decine di paesi – sia stato rapito, sequestrato, portato illegalmente in prigione, e poco c’è mancato che qualche suo reporter venisse marchiato con un bel 44 sulla fronte. E sempre a proposito del “Mare Nostrum nel senso più autentico”, chissà se ne facciano ancora parte pure il Libano, la Siria e la striscia di Gaza, zone occupate, colonizzate, bombardate, assetate, disidratate, affamate, etnicamente pulizzate (e oggetto dell’indicibile parola, vale a dire genocidio) oppure se si tratti di paesi che si affacciano su un altro mare “nel suo senso più autentico”, tipo il Pacifico.

 
Di Antonio Mellone (del 15/08/2026 @ 08:01:37, in Fetta di Mellone, linkato 1545 volte)

Chi l’ha detto che chi nasce Tundo debba poi voler morire Quadro?

Tra i miei amici della Generazione Z, cioè quelli che quest’anno han compiuto i 18 anni e giacché pure superato di recente l’esame di maturità, c’è anche Simone Tundo, mio compaesano, che, appunto, non solo non ha intenzione alcuna di lasciare questa terra (partire è un po’ morire, alla fin fine), ma soprattutto non vuol far perire la memoria dei suoi avi, e con essa il genius loci.

Come fa è più facile a dirsi che a farsi in quest’era di lavaggio encefalico digitale. Si parte intanto dalle cose più difficili, tipo l’indipendenza da quel padrone che un tempo avevamo in tasca, successivamente nei marsupi e ora perennemente in mano: vale a dire il cellulare. Per l’aspirante antropologo nohano l’aggettivo “portatile” non è assolutamente qualificativo dell’oggetto smartphone: quest’ultimo coincide piuttosto con il concetto di telefono fisso posato su mensola in un angolo della casa. Ed è del tutto inutile tempestarlo di chiamate (o di messaggi Whatsapp, che considera alla stessa stregua di un invito a dissodare il terreno con la zappa), e quindi sperare in un riscontro a stretto giro: Simone vi risponderà una volta rientrato tra le mura domestiche, ma con la dovuta - e rivoluzionaria - calma suprema.

Strettamente connesso alla storia del telefonino c’è anche il concetto di “piazza social”, che per Simone dev’essere necessariamente reale, cioè fisicamente sociale, nel nostro caso coincidente con la centralissima piazza San Michele di Noha, popolata ancora e per fortuna da un bel po’ di avventori in carne e ossa dalla mattina alla sera. Simone non snobba affatto questa bella umanità, ma anzi ne gode appieno, prendendone parte, vivendola e alimentandola con la sua stessa presenza fisica e con i diciamo dialoghi platonici (a volte pure peripatetici) con tutti.

Infine il cavallo di compare Rocco. Simone s’è fatto carico della gestione quotidiana di Quarim, che però chiama da sempre Tonino - e Quarim, che non è un mulo né in senso letterale né letterario, gli risponde ugualmente. “Governare” questo bel murgese non significa soltanto imbrigliarlo per la passeggiata mattutina o pomeridiana, ma anche strigliarlo prima e dopo la doccia, spazzolargli coda e criniera, dargli cibo e acqua, tenere la sua stalla come un salotto: cose che, poverino, compare Rocco non riuscirebbe a fare tutto da solo, non fosse altro che per quegli ottanta e passa sacchi che ormai gravano sulle sue spalle, e benedica.

 
Di Antonio Mellone (del 18/07/2026 @ 11:16:26, in Fetta di Mellone, linkato 484 volte)

Conclusa finalmente la festa patronale gggalatinese in cui poco ci è mancato che, insieme al busto argenteo di San Pietro e alla statua in cartapesta di San Paolo, fosse portato in processione solenne - rigorosamente in spalla e nel tripudio dei suoi devoti - anche San Fabio Vergine parlandone da vivo, ritorniamo alle nostre “fette di Mellone” estive per piangere sul latte versato e sulla sorte noscia di questo secol superbo e non meno sciocco di quello leopardiano.

Dunque, mentre in Albania si dà corso alla “rivoluzione dei fenicotteri” per preservare un prezioso ecosistema dalle grinfie a stelle, strisce e ciuffi biondi, e in Sardegna (precisamente a Cala Finanza, ça va sans dire) si manifesta per intere settimane al fine di difendere quelle terre dalla voracità dei novelli coloni armati di varianti per resort extralusso, ville da nababbi, campi da golf esclusivi e porti turistici a gogò, qui da noi, tra un incendio e l’altro, la speculazione calcestrunza e l’asfalto compulsivo continuano imperterriti senza che il popolo storca muso, batta ciglio, o dica “bah”, anzi spesso con tanti applausi e likkate che non ti dico.

Ma tranquilli: si tratta soltanto di un problema semantico, dacché il taglio indiscriminato degli alberi di alto fusto sarebbe invece “sicurezza”, la speculazione edilizia “riqualificaZione” (Z dolce mi raccomando), la privatizzazione di un’area fieristica a spese della comune “rilancio del comparto”, il centro città tramutato in mangiatoia quando non in grandguignolesco divertimentificio con residenti e piccoli artigiani che se la danno a gambe “attrattività”, il sacrificio di qualche decina di ettari di terreno agricolo “parco periurbano”, l’avvento in città del Mc Donald’s “sogno che si realizza” (quest’ultimo è copyright esclusivo del nostro primo cittadino, e non v’azzardate a scopiazzarlo se no verrete perseguiti per violazione del diritto d’autore). Certo con un altro po’ di fantasia si potrebbero usare le locuzioni “visione” come anche “rigenerazione urbana” per definire la trasformazione dell’ingresso nord della città in un delizioso groviglio di nuove strade, tanto poi basterà aggiungere il prefisso “bio” per rendere qualsiasi tipologia di deiezione fragrante e profumata (avete presente “biolago”?) e soprattutto installare a mo’ di benvenuto un catafalco extra-moenia con su scritto GALATINA a caratteri cubitali spiacchiariscianti di cristalli Swarovski, sicché il “cce bellu” diventa virale e i like semiautomatici.

Ora. Siccome l’invasore non è mai sazio, e degli invasati s’è ormai perso il conto, di recente in loco è apparso un manifesto 6x3 con la fotografia di un paio di panini imbottiti con tanto di hamburger grondante salse agrodolci policromatiche, il tutto corroborato da lembi della bandiera yankee Old Glory e il bello slogan sibillino e anonimo che fa tanta suspense in ossequio alla tecnica del branding: “L’America è più vicina DI QUANTO PENSI [Sic]”. In effetti se non è ancora dentro di noi, è giusto appunto dietro (a proposito di inserzione pubblicitaria). Questo a prescindere dall’eventuale cripto hamburgheria prossima ventura, o di chi o di cos’altro quel cartellone fosse annuncio, profezia o presagio. Sta di fatto che le parotidi di molti tifollowers – non escluse quelle di numerosi analfoinsurrezionalisti da commento andante - hanno cominciato a produrre salivazioni come manco il cane di Pavlov. 

 
Di Antonio Mellone (del 14/06/2026 @ 19:31:28, in Fetta di Mellone, linkato 1250 volte)

Ma cosa vi lamentate a fare per tutti i cantieri aperti? Perché protestate per le opere iniziate e mai terminate entro i tempi previsti dalla (eventuale) cartellonistica, per i disagi a negozianti e residenti e, soprattutto, per il traffico? “Traffico”. Il principale problema di Galatina, capace di mettere famiglia contro famiglia. Da proferire ovviamente con cadenza marcatamente sicula.

Ma come ve lo devo dire. Da un lato, se non si aprono tutti i cantieri nei tempi previsti - anche per opere inutili, e se pur fossero dannose chi se ne frega - si perdono i fondi del PNRR o quel che l’è. Dall’altro, le tabelle di marcia sono rispettate al se-con-do. Sissignore, tutto calcolato al centesimo.

Non ditemi che non avevate mai sentito parlare di Effetto Recency o di ciclo politico-economico, o semplicemente di ciclo elettorale. Dai, non serve un master in Bocconi per comprendere che esiste una forma di sottile manipolazione dell’elettorato anche attraverso le tempistiche di consegna dell’opera pubblica diciamo finita: tanto la memoria della maggior parte dei cittadini è quella che è. La massa dimentica gli eventuali disagi e si concentra quasi sempre sulla circostanza del nastro da tagliare: una specialità in cui eccelle il nostro Virgin City Manager. Certo, non è solo questo. Esiste anche la strategia di mantenimento in bonis dei likkers (altrimenti detti boccalons) realizzata, per esempio, anche tramite i video emozionali del nostro guru, così “spontanei” che, come nell’ultimo viralissimo, sembra quasi che il solito drone aereo ad alto impatto visivo passasse di lì per caso.

Ma quel che conta è la verità che, mannaggia sua, brilla della sua stessa perspicuità. Volete mettere quanti galatinesi inforcheranno finalmente la bicicletta non appena riconsegnato viale Carlo Alberto dalla Chiesa? Un sacco, una caterva, una moltitudine proprio. Se prima non lo facevano era di sicuro solo per penuria di piste ciclabili – benché notoriamente espertissimi in altri tipi di piste – e non certo per colpa dell’atavica 'aschia galatinensis'.

Ma pensiamo alle cose serie.

 
Di Antonio Mellone (del 05/06/2026 @ 20:03:35, in Fetta di Mellone, linkato 363 volte)

Conosco Giorgio De Cesario da qualche anno. O meglio, il professore De Cesario: lo chiamo così non solo perché ha insegnato per anni nei licei, ma perché reputo la qualifica di "prof" persino più prestigiosa e nobile di quella di maestro. La prima cosa che mi colpì varcando la soglia di casa sua, la famosa Casa degli Artisti - in via Lepanto 1, angolo via Lecce, proprio all’ingresso nord-est di Gallipoli - fu un imponente affresco che mette in scena l’aldilà dantesco. In basso a sinistra campeggia il sommo poeta, ritratto di profilo e coronato di alloro (chissà poi se quel nasone era davvero il suo o il frutto di secolari caricature). L’opera sorprende per una particolarità inedita: i tre regni sono invertiti. In basso si trova il Paradiso, un luogo luminoso e popolato da anime coloratissime e uniche: un vero regno delle differenze, dove nessuno segue le mode e ogni spirito è libero. Nel mezzo si sviluppa il Purgatorio, dominato dal grigio e da una rigida uniformità. In alto, infine, troneggia l'Inferno, in cui prevale il rosso acceso del fuoco e del sangue. Da questa visione comprendi che il professore ha già compiuto, qui in terra e non nell’oltretomba, quel capovolgimento che mette finalmente in piedi l’osservatore, come il Dante del XXXIV dell’inferno (mi sto ripetendo, lo so) che da un certo punto in poi, per poter salire fino all’“ultima Salute”, deve ribaltare la sua prospettiva, iniziando così a vedere distintamente quanto sia rovesciato quello che lo circonda.

Il professore De Cesario, insomma, pensa Altrimenti. Si tratta di un pensiero divergente che ha iniziato a nutrire e a manifestare in tempi non sospetti: d'altronde l’arte dev’essere rottura di schemi, se no rischia di ridursi a sublime e costante ricapitolazione di paradigmi noti, quando non a pura cortigianeria. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, per dire, progettò l’architettura della sua Casa degli Artisti con un'audacia visionaria che avrebbe affascinato lo stesso Gaudì. In quegli anni andava in canoa anche in inverno, e qualcuno osava pure dargli del matto (qualche decennio dopo arrivarono però i kayak a far tendenza in tutte le stagioni). Cominciò a spalancare le porte di casa ai primi viaggiatori quando ancora i gallipolini non sapevano nemmeno pronunciare la locuzione Bed and Breakfast e ben prima che la Città Bella diventasse patria dell’overtourism. E da allora accoglie nella sua dimora, trasformata in palcoscenico, artisti di ogni ambito: attori, musicisti, pittori, scrittori... Tutti si esibiscono dal vivo in performance, mostre, convegni e spettacoli teatrali (a ingresso gratuito s’intende) a dispetto degli schermi di smartphone e pc che stanno viepiù riducendo il concetto di “social” a puro isolamento da reels.  E chissà che entro l’anno non ci sia anch’io dietro quel leggio, ospite del professore e della professoressa Cristina Maritati (sua splendida consorte) a raccontare a chi avrà il coraggio di esserci storie di personaggi e pensieri sparpagliati, a seconda del regno che si sceglierà di trattare, tra gironi o cornici o cieli.

Le creature di Giorgio De Cesario — pitture e sculture — costituiscono un’ostinata contronarrazione al pensiero unico. Le opere più recenti stigmatizzano la guerra “sfascista” scodellataci come ineluttabile (Mass Media War), invocano la pace (Angelus Pacis) e irridono il suprematismo occidentale, o meglio uccidentale (Lesa Libertà). A dirla tutta al volto d’argilla di quella Statua della Libertà con fiaccola vacillante per via dell’incrinatura del braccio, avrei sostituito una bella faccia di bronzo. E giacché mutato pure il titolo: Lessa Maestà.

 
Di Antonio Mellone (del 25/05/2026 @ 13:45:02, in Fetta di Mellone, linkato 598 volte)

Ma come vi permettete di parlare di transumanza, trasformismo, cerchiobottismo tombale, o addirittura di cambio di casacca per il consigliere comunale che, seguendo magari il suo istinto da rabdomante, da qualche settimana sembra essere passato dall’opposizione alla maggioranza consiliare. Intanto per cambiare casacca dovresti possederne una (così come per cambiare idea); e poi dov’è che vedete tutta codesta rivoluzione se non addirittura “esodo biblico”? Si tratta soltanto di un Pellegrinaggio Mariano verso il Vergine Potente, che, come diceva quello, ha così gran braccia che prende ciò che si rivolge a lui. E non v’azzardate a fare paragoni con i Razzi e gli Scilipoti del tempo che fu folgorati sulla via di Arcore, se no stavolta una querela non ve la leva nessuno: qui il passaggio non avviene per pecunia, ma tutto Gratis et Amore Dei, appunto, per mero Culto Mariano.  

Eletto nelle liste di Forza Civica (il lemma Italia sarà sottinteso tra Forza e Civica) il Nostro s’è talmente contraddistinto per il “confronto politico fondato sui contenuti” (sforzi titanici, signora mia, da ernia neuronale), addirittura per “il rigore al posto dello slogan” (il famoso rigore senza calcio), e le celeberrime “critiche puntuali e ferme” (dovremmo chiederne conto ai vigili urbani, ché a noi altri, sbadati urbani, sfuggono tutte), evitando altresì ogni “contrapposizione sterile” (da non confondere con l’unione feconda), che ci è parso che dal suo scranno egli non abbia mai guardato al bicchiere per il 99% vuoto di politiche per la soluzione dei reali problemi della comune (che non fossero i Mc Circenses, s’intende, bensì per esempio le infinite minacce alla salute pubblica), ma a quell’eventuale residuo alone di umidità.

A questo punto cogliere una qualche differenza tra il “pensiero” Mariano e quello dell’amministrazione in carica sarebbe (stato) come risolvere con gran fatica, ancorché con l’ausilio della lente di ingrandimento, quel gioco della Settimana Enigmistica denominato “Aguzzare la vista”. Per dirne un’altra, all’ultimo referendum sulla giustizia nordica, nel senso del famigerato ministro, il presunto transfuga sembra aver suggerito di votare Sì, corroborando in tal modo l’orientamento del governo destronzo e un filino socialista-leghista (purtroppo ormai gli ossimori si sprecano a livello nazionale come in periferia) cui la giunta virginale - “civica” per autodefinizione qualunque cosa voglia dire - pare ispirarsi.

 
Di Antonio Mellone (del 30/08/2025 @ 12:01:05, in Fetta di Mellone, linkato 1425 volte)

Ci siamo quasi. Qualche altro giorno di pazienza e vedrete che il sogno (evidentemente bagnato) del sindaco, e a quanto pare anche del suo assessore ai LL.PP. (acronimo antifrasi di Leccornie Pugliesi), sarà una splendida realtà: ci han lavorato senza requie un bel po’ di maestranze anche a quaranta gradi all’ombra (e poi dicono che non ci sono più i proletari di una volta) al fine di scodellarci un delizioso pacco chiavi in mano nel più breve tempo possibile. Mi riferisco al fast food fotocopia della Mc Donald’s, colato in loco di fronte alla Q8, giusto all’ingresso della prossima ventura città della cultura (soprattutto culinaria), viepiù descritta dallo storytelling degli animatori turistici di palazzo Orsini come un villaggio della Valtur. Già me lo vedo il primo cittadino della mia città, in compagnia di qualche altro uomo-sandwich (su piazza se ne annoverano a bizzeffe) passare tra i tavoli del novello ristorante senza cuoco come lo sposo ai matrimoni.

Finalmente, da una settimana circa, sul relativo piazzale, una M gialla tanta così svetta a mo’ di benvenuto in cima a uno dei menhir salentini 3.0 (vale a dire i pali della pubblicità), mentre il nuovo Quotidiano di Lecce, con un pizzico di pessimismo comico in merito alle tempistiche, ne gongolava sin dal 27 febbraio ’25 titolando: “Il nuovo store dovrebbe essere pronto entro la fine dell’anno, ma l’entusiasmo in città è già palpabile”. Talmente palpabile che fioccano in anteprima le recensioni su Google (ovviamente tutte con cinque stelle), così, sulla fiducia. Prima in assoluto quella di un potenziale cliente che non sta nella pelle, pregustando alla Pavlov il suo viaggio esperenziale nell’Happy Meal Time: “Non vediamo l’ora che apri” [sic], senza segni di interpunzione, ma con tre emoticon, di cui l’ultimo a forma di cuore creato con i due pollici e i due indici. Chissà se gli attentati dinamitardi alla grammatica italiana saranno funzionali all’ottenimento di uno sconto per il McFlurry.

 
Di Antonio Mellone (del 20/07/2025 @ 17:06:33, in Fetta di Mellone, linkato 1572 volte)

Certi reperti non li trovi soltanto a Noha, ma anche in luoghi decisamente più esotici tipo Galatina City: l’altro giorno, per esempio, in via Liguria, tra un semaforo e l’altro, ne ho rinvenuti ben due. Per non parlare poi dei cigli destro e sinistro della provinciale per Galatone sommersi da cima a fondo da uno strato pressoché ininterrotto di codesti derivati del silicio. Ma il discorso vale ormai per ogni lido. Mi riferisco ai vuoti a perdere delle canadesi, dico delle bottiglie di birra vacanti, perlopiù marroni quando non verdi, che non c’è verso di far conferire nei bidoni pubblici o privati del vetro. Altri tempi quando non eravamo tutti green e i vuoti si rendevano.

Sembra di esser circondati da un esercito di alcolisti anonimi, i quali spesso alla fine della tracannata lasciano (o lanciano) la boccetta del loro liquido preferito ‘ndo cojo coio, preferibilmente su marciapiedi, davanzali delle finestre, soglie di porte e portoni, muri di cinta, dintorni dei cestini per il pattume (maisia dentro), aiuole, panchine, ville comunali, calli e campielli, senza trascurare la variante bucolica, voglio dire le campagne. Nella mia, per esempio, li trovi tra le pietre del muretto a secco, sui cozzi, conficcate nelle zolle di terra rossa (‘mpizzate capisotto proprio), tra le erbe creste cioè selvatiche (mica ho il prato inglese io), ai piedi degli ulivi del padre, sui rami del pino, sotto i fichidindia. Certo, mi direste voi, quei poveretti non possono rientrare a casa con le bottigliette in mano svelando così a genitori o a fratelli, figli, nonni, zii, fidanzati, coniugi, altri parenti e amici, il loro vizietto di alzare il gomito - come se genitori o fratelli, figli, nonni, zii, fidanzati, eccetera, non nutrissero già un leggero sospetto su certi trastulli del loro congiunto, se non altro per via dell’aumento del volume della sua trippa, l’alitosi acida, il rutto libero, l’occhio ‘mpannato e la coglionaggine allo zenit (e questo sempre che genitori, fratelli, figli, eccetera, non siano della stessa pasta e godano dello stesso smalto, o malto, del loro caro). Ciò accade in tutti i mesi dell’anno, con picchi record nella stagione del solleone allorché l’arsura viene affogata con maggior frequenza del solito nella Guinnes fredda: roba da Guinnes dei primati. Appunto.

A dirla tutta ai bordi nel mio campo agricolo, oltre alle canadesi, agli immancabili gratta-e-vinci fiondulisciati dall’n-esimo grattaperdente frustrato, e ai pacchetti di Chesterfield, trovi dell’altro, ultimamente perfino i barattoli del Gatorade: e qui non siamo più nel reparto degli alcolisti ma probabilmente in quello dei fondisti anonimi, vale a dire atleti che con i loro allenamenti diuturni provano a eccellere nel loro sport preferito: quello di toccare il fondo.     

Tra gli altri siti di stoccaggio più gettonati in loco troviamo la storica via Trisciolo che può senz’altro aggiudicarsi il premio Nastro Azzurro a causa degli ubriaconi impenitenti di turno che stanno provando a farla somigliare a una discarica abusiva. Puntuale come una pastiglia per la pressione non c’è giorno che ignoti etilisti di corvée, livello culturale da Temptation Island, faccia identica alle terga, incuranti dei dubbi che gli altri possano nutrire in merito alla professione delle loro rispettive madri, sprezzanti oltretutto del rischio del pubblico sputtanamento (che prima o poi arriverà: è stocasticamente certo) non depositino qui e là le bottiglie della loro amata Dreher che sicuramente pronunceranno “dreker”. L’altro giorno ben 4 ‘nfilerate sull’uscio di una casa abbandonata, stile birilli da bowling. Specialità birring.

Più d’una volta, il sottoscritto, pur non essendo un attivista di Greenpeace e men che meno l’agnello di Dio che carica su di sé i peccati del mondo, terrorizzato all’idea che l’intelligentone di guardia si mettesse a blaterare di telecamere da piazzare ovunque stile Panopticon, s’è preso la briga di raccogliere tutto il materiale di scolata per conferirlo poi nel (suo personale) secchio del vetro.

I dipendenti dell’Ecotecnica, guardando con commiserazione quella pattumiera bimensile, piena zeppa dei corpi del brindato esclameranno: “Questo qua berrà, sicuro, più di bohémien e scapigliati messi assieme per scrivere quattro fette di Mellone.”.  

 

Antonio Mellone

P.s. Comunque, gli alcolisti anonimi del mio paese sono di gran lunga migliori, oltre che ben più sobri, di chi ancora scambia un genocidio per autodifesa.

 

This is Noha, the place we li...

Categorie News


Catalogati per mese:


Gli interventi più cliccati

Sondaggi


Info


Quanti siamo

Ci sono  persone collegate

Seguici sui Canali di

facebook Twitter YouTube Google Buzz

Calendario

< ottobre 2026 >
L
M
M
G
V
S
D
   
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
13
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
31
 
             

Meteo

Previsioni del Tempo

La Raccolta Differenziata