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Capaci di tutto
Di Antonio Mellone (del 21/10/2018 @ 16:34:48, in NohaBlog, linkato 260 volte)

Ci sono settimane in cui la congiunzione astrale (ovviamente non ci credo) ti permette di riuscire a far tutto: oltre al resto, leggere un libro, andare al cinema, frequentare un teatro e scrivere un pezzo per i tuoi quattro lettori tendenti a uno.  

La scorsa settimana, per esempio, non solo ho partecipato al sublime spettacolo teatrale su Giulio Cesare Vanini: “Il più bello e il più maligno spirito”, a cura della compagnia Alibi presso Levèra di Noha (lasciatemelo dire: uno tra i circoli culturali più attivi del Salento, che dico, di Puglia) e visto al cinema il mirabile remake “A star is born”, con Bradley Cooper e Lady GaGa, ma ho letto d’un fiato anche tre libri.

Certo, non sto parlando di tre dei sette ponderosi tomi della Recherche di Proust, per quelli ci avrei impiegato un po’ di più, ma di tre volumi meno inabbordabili ancora caldi di torchio, come “Il giro dell’oca” di Erri De Luca (di questo autore non riesco proprio ad attendere le edizioni economiche, questa volta di Feltrinelli), “So che un giorno tornerai” di Luca Bianchini (chiedo venia, ma come diceva quello semel in anno…), ma soprattutto “Il patto sporco” con Nino Di Matteo a cura di Saverio Lodato (Chiarelettere).

Vorrei soffermarmi un attimo su quest’ultimo scorrevolissimo trattato, di cui consiglio vivamente la lettura. Come qualcuno di voi sa, benché giornali e tv abbiano dato la notizia un po’ sottotono, il 20 aprile 2018 la Corte d’assise di Palermo ha pronunciato una sentenza di condanna (in primo grado) alla fine del lungo processo sulla Trattativa. Nonostante anni di delegittimazioni, silenzi, depistaggi, derisioni, intimidazioni e mistificazioni contro Nino Di Matteo e gli altri inquirenti da parte di tanti buoni a nulla ma capaci di tutto, inclusi politici, istituzioni, giornalisti e (addirittura) magistrati, si è giunti finalmente a un primo importante verdetto giudiziario, con il quale, motivate in 5.252 pagine, si infliggono pene a mafiosi ma anche a uomini dello Stato. Ora spero che una buona volta si riesca a capire il fatto che gli esponenti delle istituzioni non erano accusati per il fatto di aver “trattato” (nessuno infatti era imputato per questo), ma per il reato di “minaccia a corpo politico dello Stato”: insomma i mafiosi, di aver minacciato quei governi, eseguendo stragi (a Roma, Milano e Firenze, e prima ancora a Capaci e a Palermo) e consumando minacce accompagnate da richieste e papelli volti a influenzare le decisioni degli organi dello Stato; gli uomini delle istituzioni, per il medesimo reato ma a titolo di concorso.

Non è stata ancora scritta la parola Fine a questa storia tremenda: si è solo usciti da un pantano insidiosissimo, e il cammino è ancora lungo. Ma nell’attesa della verità definitiva, mi sia permesso di sentirmi un pizzico orgoglioso per aver partecipato insieme ad altri alla manifestazione del 14 novembre 2015 in piazza Santi Apostoli a Roma al fine di rompere il muro di omertà e vigliaccherie intorno alla figura del magistrato Nino di Matteo; come sono altrettanto orgoglioso per la dedica vergata da Salvatore Borsellino sul libro “Paolo Borsellino e l’agenda rossa”, donatomi dallo stesso fratello di Paolo circa un anno fa. Anche questo, perché no, mi sprona ad andare avanti e a non smettere di scrivere parole, benché contrarie o critiche o addirittura satiriche contro ogni forma di bullismo ecologico, politico o di qualsiasi altro genere.

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La cultura è importante (e, come canta Mino De Santis, “è pesante”). Se tralasci i libri e il teatro e il cinema, e passi il fine settimana magari al centro commerciale o alle solite “mangiate”, rischi di fare la fine di certe sciagure definite Politici che pensano che un volume sia solo l’effetto dei decibel, parlano a vanvera anche di argomenti che non conoscono, e si esprimono come si esprimono. Perfino nei comunicati-stampa (scripta manent) che giornalisti dotati di grande sense of humour, e giustamente spietati, si divertono a pubblicare “verbatim” (parola per parola) sui propri blog, senza dunque correggerne gli smodati e tuttavia esilaranti strafalcioni.

Qualcun altro, poveretto, non coglie ancora il fatto drammatico che continuare a esibire il potere perduto è come cercare di mettersi le mani in tasca non sapendo, come il re della fiaba, di essere completamente nudo.

Dicono che sono molto chiaro nelle mie esposizioni e che, nonostante tutto, non mi do mai per vinto.

Ebbene sì, lo riconosco: mi spiego ma non mi spezzo.

Antonio Mellone