
Chi l’ha detto che chi nasce Tundo debba poi voler morire Quadro?
Tra i miei amici della Generazione Z, cioè quelli che quest’anno han compiuto i 18 anni e giacché pure superato di recente l’esame di maturità, c’è anche Simone Tundo, mio compaesano, che, appunto, non solo non ha intenzione alcuna di lasciare questa terra (partire è un po’ morire, alla fin fine), ma soprattutto non vuol far perire la memoria dei suoi avi, e con essa il genius loci.
Come fa è più facile a dirsi che a farsi in quest’era di lavaggio encefalico digitale. Si parte intanto dalle cose più difficili, tipo l’indipendenza da quel padrone che un tempo avevamo in tasca, successivamente nei marsupi e ora perennemente in mano: vale a dire il cellulare. Per l’aspirante antropologo nohano l’aggettivo “portatile” non è assolutamente qualificativo dell’oggetto smartphone: quest’ultimo coincide piuttosto con il concetto di telefono fisso posato su mensola in un angolo della casa. Ed è del tutto inutile tempestarlo di chiamate (o di messaggi Whatsapp, che considera alla stessa stregua di un invito a dissodare il terreno con la zappa), e quindi sperare in un riscontro a stretto giro: Simone vi risponderà una volta rientrato tra le mura domestiche, ma con la dovuta - e rivoluzionaria - calma suprema.
Strettamente connesso alla storia del telefonino c’è anche il concetto di “piazza social”, che per Simone dev’essere necessariamente reale, cioè fisicamente sociale, nel nostro caso coincidente con la centralissima piazza San Michele di Noha, popolata ancora e per fortuna da un bel po’ di avventori in carne e ossa dalla mattina alla sera. Simone non snobba affatto questa bella umanità, ma anzi ne gode appieno, prendendone parte, vivendola e alimentandola con la sua stessa presenza fisica e con i diciamo dialoghi platonici (a volte pure peripatetici) con tutti.
Infine il cavallo di compare Rocco. Simone s’è fatto carico della gestione quotidiana di Quarim, che però chiama da sempre Tonino - e Quarim, che non è un mulo né in senso letterale né letterario, gli risponde ugualmente. “Governare” questo bel murgese non significa soltanto imbrigliarlo per la passeggiata mattutina o pomeridiana, ma anche strigliarlo prima e dopo la doccia, spazzolargli coda e criniera, dargli cibo e acqua, tenere la sua stalla come un salotto: cose che, poverino, compare Rocco non riuscirebbe a fare tutto da solo, non fosse altro che per quegli ottanta e passa sacchi che ormai gravano sulle sue spalle, e benedica.
Sissignore, lo spirito dei luoghi si preserva così, in maniera discreta, senza tanto clamore, con l’impegno diuturno, non con il marketing dozzinale, o peggio ancora con il Masscult di cui la nostra terra sta diventando, ahinoi, la principale pattumiera. La stessa Pizzica Salentina era arte creata dal popolo per il popolo: oggi appare viepiù come un artificio prodotto dal potere economico e politico con l’intento dell’omologazione e del dominio degli individui, retrocessi a meri plaudenti Mc Loni. La chiamano cultura, ma è divertimento da strapazzo, anzi mera distrazione. Basti pensare alla Notte della Taranta, diventata una specie di Festival di Sanremo con tanto di censura, manco più tanto velata, incombente minacciosa su ogni artista (che invece per definizione dovrebbe essere libero, anarchico): maisia qualcuno dal palco o nel backstage osi proferire verbo contro il genocidio dei gazawi, o provi a criticare l’inasprimento dell’embargo da parte della “più grande democrazia occidentale” che sta affamando anche Cuba, o che si metta a denunciare il famoso Rearm con tanti saluti a scuola e sanità: per il rearm de li morti!
Abbiam parlato di questo e d’altro nei nostri incontri pre-esami di Stato. Macché lezioni: io ho semplicemente ascoltato il candidato dandogli ogni tanto qualche dritta. E così all’orale non ha portato il classico “autore a piacere”, ma la relazione, il filo conduttore tra quelli studiati: dalla Hannah Arendt a Primo Levi, da Verga a Pirandello, da Marx a Dante: dalla ragione all’intelletto, dalla memoria alla responsabilità, dalla relazione gramsciana alla coscienza: possibilmente alla coscienza di classe, condizione necessaria contro ogni banalità del male.
Alla fine la commissione - congratulandosi con Simone per l’esito dell’esame e per il suo proposito d’iscriversi a Filosofia e Antropologia - si è sciolta in un applauso unanime, assegnandogli 20 ventesimi, il massimo dei voti.
La commissaria interna per la commozione non è riuscita a trattenere le lacrime.
Francamente nemmeno noi.
Antonio Mellone
[Quarta fetta di Mellone – estate 2026]