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Uccisi da una sega
Di Antonio Mellone (del 01/05/2026 @ 19:16:23, in NohaBlog, linkato 144 volte)

Dopo le Plastic-free, le Car-free e le Waste-free cities, da un po’ di tempo in qua Noha e Galatina (non si sa ancora chi tra le due ne avrà il primato) si stanno cimentando (o cementando fate voi) nel nuovo modello invero ampiamente sperimentato, quello della Tree-free city, vale a dire la città libera dagli alberi, soprattutto quelli d’alto fusto.   

Noi altri – che ingenui - c’eravamo illusi che la giunta in carica fosse denominata Vergine per via del suo naturale connubio con il concetto di foresta: mai e poi mai l’avremmo associata all’utilizzo spasmodico della sega a ogni ora del giorno e della notte.

Questa volta a farne le spese un paio di bellimbusti monumentali della villetta prospiciente l’ingresso dello stadio di Noha, piante stupende, in salute, benché non proprio in verticale come pali di cuccagna. “Pericolosi”, ti dicono in coro i tecnici della comune; “Agronomo da tastiera”, t’apostrofano i virginei pollowers di complemento; “E allora il parco periurbano?”, ti fa eco con la consueta prosopopea green l’assessore benaltrista, ça va sans dire, al ramo.

E non vi dico il resto dei commenti sparpagliati qua e là come aghi al vento dagli aspiranti Attila de Nohantri: chicche della serie: “I pini hanno fatto il loro tempo”, “Togliete quei pini”, “Sporcano”, “Bisogna abbatterli tutti” (giuro: lo hanno scritto davvero, ne conservo gli screenshot). Un altro se n’è uscito con “C’è anche quello vicino al supermercato DOK che è in una situazione di pericolo”: il badante di corvée se la prende con un arbusto spettacolare che con molte probabilità non cadrebbe manco con un uragano d’intensità 5 della scala Saffir-Simpson: e maisia Signore proporre la rimozione delle cementine scoppulate intorno a quelle povere radici che cercano di far capolino tra le fughe laterizie: meglio segare l’albero rasoterra e buonanotte ai neuroni, anch’essi, poveretti, in stato vegetativo.

Insomma, pare che ogni albero del territorio comunale debba essere “in asse” (tipo torri bioniche, stile antenne mimetizzate come moda comanda), dritto, allineato, perfettamente verticale, senza alcuna deviazione posturale, men che meno pendenza, stortura, inclinazione, gobba, contorsione. Altrimenti zac, e il problema è risolto alla radice recidendone il tronco. Dite che di questo passo non se ne salverebbe nemmeno uno, e si rischierebbe di fare di tutti gli alberi un fascio? Ecco, la tendenza politica quella è: con l’aggravante che il fascio sarebbe pure un tantino littorio.

Inutile aggiungere che gli alberi, soprattutto i più annosi e imponenti, andrebbero non dico amati (troppa grazia) ma almeno protetti quanto basta, irrigati nei periodi di siccità, e mai più strozzati da cordoli di cemento (come successo ancora una volta ai superstiti pini della Trozza nohana, ribattezzata per l’appunto Strozza), men che meno circondati da massetti, mattoni, muri e asfalti d’ogni risma. Certo qui non si pretendono miracoli come quello che una ventina d’anni fa salvò dall’ascia il fico iconico dei nostri giardini Madonna delle Grazie grazie a quel trespolo d’architettura rurale ingegnoso e bellissimo (con cui si evitò che quel fusto si trasformasse, appunto, in un fico secco), ma solo il minimo sindacale di manutenzione previsto dal buon senso prima ancora che da un decretino verginale. 

Nella certezza di parlare ai sordi non sprechiamo fiato per spiegare urbi et orbi il disegno fatto di sorveglianza orwelliana, manipolazione del pensiero e mortificazione della democrazia celati dietro certe politiche segaiole postate sulle note così paradigmatiche di Accetta Nera.

Mo’ vai a far capire che la penuria di grandi alberi cittadini ammazza più persone rispetto alla loro abbondanza; e che non esiste vita a rischio zero.

A rischio zero c’è soltanto la morte.

Antonio Mellone