
Il nostro concittadino don Luigi D’Amato si prepara alla nuova avventura nel cuore della Chiesa universale, “all’ombra del cupolone”, senza scordare le sue radici. In queste “giornate concitate” tra valigie e scatoloni ha trovato anche il tempo di rispondere alle nostre domande.
Don Luigi, è di questi giorni la notizia della tua nomina a Officiale presso la Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato del Vaticano. Potresti spiegarci brevemente di cosa si occupa questa realtà e come si inserisce il tuo ruolo in questa macchina così complessa?
Nella costituzione apostolica Praedicate Evangelium sulla Curia romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo, papa Francesco spiega che «la Segreteria di Stato, in quanto Segreteria Papale, coadiuva da vicino il Romano Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione» (art. 44). Direi, dunque, che si tratta del «braccio destro» del Santo Padre per il governo della Chiesa universale. Quale sarà il mio ruolo specifico in questa antica e complessa istituzione ecclesiastica ancora non lo so: attendo di conoscerlo nei prossimi giorni dai miei nuovi «superiori». So soltanto che proverò a mettere tutto me stesso, come ho sempre fatto, a disposizione della nuova missione che la Chiesa con tanta fiducia mi affida.
Per un sacerdote abituato alla vita di comunità, il cambiamento è radicale. Possiamo dire in un certo senso che i tuoi parrocchiani d’ora in poi saranno i popoli?
Certamente la prerogativa di un servizio come quello che ora mi è richiesto è l’universalità. Tra i molteplici compiti di pertinenza della Sezione per gli Affari Generali della Segreteria di Stato riportati in Praedicate Evangelium, infatti, si legge anche che essa è chiamata a «redigere e inviare le Costituzioni apostoliche, le Lettere decretali, le Lettere apostoliche, le Epistole e gli altri documenti che il Romano Pontefice le affida» (art. 47) e a «raccogliere, coordinare e pubblicare le statistiche che riguardano la vita della Chiesa nel mondo intero» (art. 48). Sono espressioni che mi hanno colpito sin dal primo momento in cui ho appreso del nuovo incarico assegnatomi, poiché veramente lasciano trasparire il respiro universale della missione propria dell’istituzione della quale ora sono parte. Potremmo dire che il mio cuore è chiamato ad «allargarsi» ancora di più… affinché, insieme alle comunità che sinora ho servito all’interno della nostra Arcidiocesi, possa provare a fare spazio al mondo intero!
Viviamo un momento drammatico della storia, nel quale il fragore delle armi sembra voler troncare le flebili voci del dialogo. Quale valore ha il lavoro quotidiano all'ombra del Papa per uno Stato che, come diceva un tempo una celebre provocazione, non possiede divisioni militari ma solo l'arsenale della Parola?
Sappiamo tutti con quanta forza Leone XIV, sin dal suo primo saluto dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, ha richiamato la necessità di una pace «disarmata e disarmante», come egli stesso l’ha definita; così come abbiamo ancora nella mente e nel cuore, senz’altro, la bella espressione che Papa Francesco soleva ripetere, parlando di un necessario «artigianato della pace». Ebbene, credo che il lavoro quotidiano di «supporto» alla missione del Romano Pontefice, infaticabile messaggero di pace, possa essere riconosciuto come instancabile e silenzioso «artigianato della pace»… un lavoro «umile e perseverante», per riprendere gli aggettivi che Papa Leone attribuiva alla pace in quel primo e programmatico discorso.
Nel Magnificat si legge: “Ha disperso i superbi... ha rovesciato i potenti dai troni; ha innalzato gli umili”. Quanto c'è di questa radicale "rivoluzione del Vangelo" nel lavoro silenzioso e quotidiano che si svolge dietro le mura del Vaticano?
Mi riallaccio alla risposta precedente, a cui vorrei anche aggiungere un piccolo aneddoto personale. Dicevo poco fa che il lavoro di istituzioni come la Segreteria di Stato mi sembra essere un’opera essenzialmente silenziosa, nascosta. Credo che sia difficile, per chi guarda dal di fuori, anche solo immaginare quanto impegno ci sia dietro a ogni parola, gesto, azione del Santo Padre… ed è giusto che sia così! È qui, a mio avviso, la logica evangelica: lavorare nascostamente per il bene di tutta la Chiesa, senza la ricerca di visibilità, ma con il solo desiderio di rendere più «agevole» la missione del Papa in quanto Pastore della Chiesa universale. Mi ritorna subito in mente l’immagine di quel «seme gettato nel terreno» che – come dice Gesù nel Vangelo, in una parabola riferita al Regno di Dio – «dorma o vegli, di notte o di giorno, germoglia e cresce» (Mc 4, 27). Mi affascina l’idea di questo santo e fecondo nascondimento!
A tal proposito, quindi, mi piace riferire un piccolo racconto personale: nelle scorse ore molte persone, facendomi gli auguri per il nuovo incarico, usavano l’aggettivo «prestigioso». Questo mi ha fatto un po’ sorridere e, a un certo punto, riflettere: per un discepolo di Gesù di Nazareth il vero «prestigio» è sempre e solo il servizio al Vangelo! Sono assolutamente convinto che, nella Chiesa, non esistono incarichi più o meno «prestigiosi»… esiste il servizio, in qualunque luogo il Signore ci chieda di stare, da vivere con l’umiltà e la generosità di chi è ben consapevole che il più grande è colui che serve (cf. Lc 22, 24-27). È questa la «rivoluzione del Vangelo»… e sono certo di poter e dover cogliere in questa prospettiva anche la mia nuova missione!

Torniamo a te, volando più basso. Dove vivrai esattamente in questi anni romani? Pensi di dover seguire ulteriori corsi di formazione, inclusi quelli di lingue straniere?
Il 30 giugno prossimo, in vista dell’inizio del servizio, mi traferirò nella Domus Sanctae Marthae, all’ombra del cupolone di San Pietro. È questa la dimora che mi è stata assegnata, e io ho accolto con gioia la possibilità di sentirmi ancor più «protetto» in un luogo che, come tutti ben sappiamo, è stato per molti anni anche l’abitazione di Papa Francesco. L’idea di vivere nel «recinto di Pietro» – per usare le parole di Benedetto XVI – mi trasmette un rassicurante senso di «custodia» ecclesiale. Non vi nascondo anche che non vedo l’ora di poter godere della bellezza – e spero anche della frescura, soprattutto nei prossimi mesi estivi – degli incantevoli Giardini Vaticani! Quanto allo studio delle lingue, è ovvio che l’indole universale di questo nuovo servizio alla Chiesa mi richiederà di profondere il necessario impegno anche in tale direzione.
C'è un detto che dice che tutte le strade portano a Noha, quindi siamo in una botte di ferro. Anche se il tuo servizio ti porterà ai vertici della Chiesa, ci assicuri che le tue radici nohane resteranno un punto di riferimento essenziale nel tuo modo di essere prete?
Ognuno di noi porta nel cuore ciò che ha ed è… e io sono, anzitutto, un nohano! Si trovano nella nostra amata comunità di Noha le mie radici umane e cristiane, di cui sono fiero e che custodisco con cura e infinita gratitudine, nella certezza che un albero senza radici perderebbe se stesso. Con gioia ricordo gli anni della scuola, del catechismo, delle tante amicizie e relazioni nate soprattutto all’interno della nostra comunità parrocchiale. Con altrettanta gioia, quindi, porto con me tutto questo, continuando ad attingere dall’affetto e dalla stima che sempre mi avete riservato l’entusiasmo necessario per affrontare ogni sfida che il ministero mi pone davanti.

Cosa ti senti di dire ai tuoi concittadini nel salutarli prima di iniziare questa nuova missione?
Accanto alla gratitudine per la vicinanza manifestatami da più parti, vorrei fare mia l’esortazione che il carissimo Don Francesco Coluccia ha rivolto alla nostra comunità, nel dare l’annuncio della mia nomina, al termine della processione del Corpus Domini: l’invito a non pensare di dover necessariamente «andare altrove» per realizzare se stessi, ma a valorizzare ciò che si ha – ed è davvero tanto! –, «mettendosi d’impegno» per raggiungere ogni obiettivo di bene per sé e per la comunità. In fondo, la storia della salvezza ha i suoi snodi principali in una piccola casa a Nazareth e in una mangiatoia a Betlemme… cosa ci dovrebbe mancare per realizzare il bene che abbiamo nel cuore? Basta solo maturare uno sguardo «altro» su se stessi e sulla comunità e, a mio avviso, tutto diventa possibile. Direi, dunque: auguri di ogni bene a voi, a noi! Ad maiora!
Grazie don Luigi per la tua disponibilità. Sappi che, nel suo piccolo, Noha è orgogliosa di te.
Antonio Mellone