Sono il Soldato Alessio D’Acquarica, al tempo del mio sacrificio appartenevo al 4° Genova Cavalleria. Sono nato a Noha l’11 settembre del 1891, in via Aradeo n. 11. Non immaginavo di dover essere immolato sull’altare della Patria così giovane. Avevo tanti sogni e amavo il mio paese. Purtroppo, anche a Noha giunse il richiamo per andare in guerra, e insieme ai miei compagni ci ritrovammo arruolati nel glorioso esercito di sua Maestà, il 26 maggio 1915. Finimmo ammassati dentro lunghe fosse, le trincee, fradice per via del fango e ghiaccio, esposti a mille insidie, per fame, sete e mancanza assoluta di igiene, senza riparo dal freddo e accomunati tutti dallo stesso destino: obbedienti al comando dell’assalto di turno, per finire trucidati come bestie sotto il fuoco delle mitraglie dei cosiddetti nemici, dall’altra parte dei confini che ognuno doveva conquistare.

Era il 21 aprile del 1916 e da giorni languivo in un ospedale militare insieme a tanti miei compagni di sventura. La febbre tifoidea fu il mio ultimo calvario, e a 26 anni ebbe termine il mio sogno di cittadino di Noha e soldato d’Italia. Come molti altri miei commilitoni non ebbi l’onore di una sepoltura identitaria, né ebbi il conforto dei famigliari, che conservano ancora i miei speroni e la custodia porta documenti con il mio nome sopra. Sognai fino all’ultimo di tornare a casa. E mentre sogno ancora la mia piccola patria, cioè Noha, ho trovato consolazione nella lapide su cui era stato riportato il mio nome, posta in un luogo dove i miei cari
potevano recarsi in ogni momento della loro giornata per un pensiero, un fiore, una preghiera. Purtroppo è dagli anni ’70 del secolo scorso, dopo lo sfratto dalla piazza principale del paese e la “deportazione” in periferia, che il mio sacrificio, insieme a quello degli altri 26 compagni in elenco, subisce continue vessazioni: il monumento langue in una spianata desolata di mattoni in cemento (molti dei quali oltretutto rotti); la grata o graticola siderurgica a corredo della lapide (di cui francamente non s’è mai colto il senso) appare oggi come un ammasso di ferraglia arrugginita; molti alberi della “villetta dei caduti” sembrano “scappati” (anche nel senso del nostro vernacolo); il degrado la fa da padrone. E pensare che sulle nostre schede militari, quelle inviate dal Ministero della Difesa alle nostre famiglie, c’è scritto:
“Le sia di conforto sapere che mai potrà venire meno la riconoscenza e la memoria verso Chi ha donato la vita per la Patria.”

Caro Sindaco, anche io insieme ai miei 26 commilitoni di Noha, abbiamo donato la vita per la Patria. Non vorrei che a Galatina la parola “riconoscenza” fosse stata barattata con una paninoteca americana (o pseudo tale), la memoria con la movida, e il decoro con una scritta a caratteri cubitali Swarovski.