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VERDE PUBBLICO A NOHA
Di Marcello D'Acquarica (del 15/01/2021 @ 20:05:43, in NohaBlog, linkato 563 volte)

Premesso che sia il conteggio delle piante che dei metri quadrati sono calcolati a “spanne”, come si suol dire quando si fa un lavoro non precisissimo, e che le due situazioni a confronto, quella degli alberi esistenti a Noha negli anni ante sessanta e quelli esistenti oggi, sono eredità delle Amministrazioni Pubbliche, non certo dell’attuale i cui risultati, forse, riusciremo a vederli da qui a qualche anno, anche se i primi segnali di questo futuro non sono tanto confortanti.

Non voglio entrare nel merito dei “danni quantificati” che gli alberi possano causare ai cittadini, anche se mi piacerebbe avere un prospetto o una relazione anche da parte degli esperti agronomi interpellati dal Comune. I quale sembrano convenire sul taglio dei pini e di tutti gli alberi che con le loro foglie sporcano e con le radici sollevano mattonelle e asfalti.

Per par condicio non entro nel merito nemmeno dei benefici che possano apportare questi benedetti alberi.

Possiamo dire che negli anni del dopoguerra e fino all’inizio degli anni ’60, un po’ prima che si cominciasse a costruire su via Carso, diciamo nella seconda ondata di urbanizzazione nohana dopo quella del 1927, come rappresentato nella mappa allegata rilevata dall’archivio storico di Galatina, Noha urbanizzata era di circa 25 ettari e gli alberi erano quelli evidenziati in verde nel disegno, supportati anche da alcune vecchie foto e dalla memoria storica di qualche sopravvissuto.

Con l’evento della “zona 167” Noha ha quasi triplicato il consumo di suolo con altro catrame e cemento, mentre non possiamo dire altrettanto per gli alberi.

Infatti del viale di via Aradeo, che iniziava dalla grotta della Madonna di Lourdes e finiva al cimitero, sono rimasti appena dodici alberi e un moncone, che resistono ancora contro gli incendi annuali, previsti a quanto pare dalla desertificazione d’ordinanza.

Della via Castello abbiamo l’immagine delle vecchie case di corte in tutta la loro gloria, comprese le casiceddhre di Cosimo Mariano che finalmente si accingono a esalare l’ultimo respiro (a proposito di ossigeno).

Del viale di via Collepasso, è sopravvissuto qualche alberello a misura di città, cioè i bonsai, quelli destinati al nanismo, a mai sia buttino radici o s’azzardino a sporcare per terra con tutte quelle foglie che cadono: non sia mai che qualcuno ci scivoli sopra e poi ci tocca pagarlo per buono.

Infine, i pini di via Calvario e della Trozza rischiano con la loro pervicace resistenza di essere travolti anch’essi dall’improvviso risveglio delle coscienze sulla questione sicurezza delle persone (la coscienza di classe è invece un altro paio di maniche).

Alberi aggiunti? Be’ sì: quelli dei Giardini Madonna delle Grazie, l’area verde davanti al campo sportivo, via Petronio e le due parallele via Silla e via Seneca, e verso fine anni 90’ gli alberi di piazza San Michele.

Ma la proporzione fra le due epoche di urbanizzazione e di verde pubblico è evidente che non torna.

In compenso quasi tutti gli ulivi che circondavano l’abitato, si sono propri seccati di sopportarci con questa nostra smania di crescita e ricadute occupazionali: e meno male se no erano cazzi.

I parchi, quelli boschivi intendo, per Noha restano un miraggio, visto che per l’economia delle ricadute non portano benefici, ma solo grane.

M. D’Acquarica

 

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