Di Redazione (del 10/06/2026 @ 13:56:42, in Lettere al direttore, linkato 729 volte)

Questa è la storia di una primavera che doveva essere come tante e che invece si è trasformata in un’avventura incredibile, un’odissea burocratica che alla fine, per fortuna, ha trovato il suo lieto fine. Io sono Lina, e quella che sto per raccontarvi è la mia "storia infinita" con un esercito di piccoli, instancabili e preziosi insetti: le api.

Tutti sappiamo quanto le api siano importanti per il nostro ecosistema e quanto vadano protette, ma c’è un momento dell’anno in cui la natura segue il suo corso in modo travolgente. In primavera, quando negli alveari nasce una nuova regina, quella vecchia prende con sé più della metà della famiglia e sciama via alla ricerca di una nuova casa. Di solito questo viaggio dura dalle ventiquattro alle quarantotto ore; le api si fermano temporaneamente su un albero, un balcone o persino in un cimitero, mentre le operaie esploratrici cercano il luogo perfetto in cui stabilirsi. Io non avevo mai visto una sciamatura dal vivo, se non nei documentari.

Tutto è iniziato circa un mese fa, in un tiepido pomeriggio, quando un forte e profondo ronzio ha riempito l’aria. In pochi minuti, migliaia e migliaia di api si sono posate sul muro esterno della mia casa, proprio vicino al mio balcone. Vederle così da vicino è stato uno spettacolo bellissimo, ma vi confesso che l'emozione ha lasciato subito il posto al timore. Quando ho capito che avevano deciso di fermarsi proprio lì, mi sono preoccupata seriamente. Da quel momento è cominciato il mio calvario.

Ho subito contattato i Vigili del Fuoco, rimanendo in contatto con loro per un'intera settimana. Il loro consiglio è stato quello di cercare un apicoltore che potesse prelevare lo sciame. Ho iniziato a telefonare a chiunque, perdendo presto il conto delle chiamate, ma la risposta era sempre la stessa. Le api si erano posate a ben nove metri d’altezza, su una parete liscia e senza alcun appiglio. Per gli apicoltori privati il rischio era troppo alto, e per intervenire in sicurezza a quell'altezza servivano autorizzazioni e un supporto logistico adeguato che nessuno poteva fornirmi. Di fronte a questa difficoltà, si sono rifiutati tutti: i Vigili del Fuoco, i Vigili Urbani e persino le guardie zoofile. Se da un lato potevo comprendere i timori degli apicoltori per la propria incolumità, dall'altro mi sono ritrovata completamente sola, con tutte le porte sbarrate dalle autorità competenti.

Le risposte che ho ricevuto in quei giorni mi hanno ferito profondamente. Qualcuno è arrivato a dirmi che non erano un ente di beneficenza, che il problema era solo mio e che dovevo risolvermelo da sola perché la pubblica incolumità non era a rischio. Ma come si fa a dire una cosa del genere? In quella casa vive una persona cardiopatica e fortemente allergica alle punture di insetti. Mi sono chiesta spesso se la vita di un cittadino in difficoltà valga meno di quella di un gattino da salvare su un albero, per cui giustamente si muovono tutti. Ho persino chiamato un Assessore del Comune di Galatina con delega, ma anche lì ho trovato un buco nell'acqua: mi è stato ribadito che dovevo sbrigarmela da sola, indicandomi un contatto che, puntualmente, si è tirato indietro non appena ha sentito parlare di nove metri d'altezza.

Nel frattempo, il tempo passava e la situazione peggiorava. Le api avevano trovato un varco e avevano fatto il nido direttamente nell’intercapedine del muro portante della mia casa. Sul balcone era ormai impossibile uscire. Ce n'erano a migliaia che volavano ovunque, alcune entravano persino in stanza e anche i vicini cominciavano a lamentarsi. Il ronzio dietro la parete era costante, continuo, una presenza fissa che toglieva la serenità. Ero sfinita, demoralizzata e ormai quasi arresa all'idea che nessuno mi avrebbe aiutato.

Poi, un giorno, mentre navigavo su Facebook, mi è caduto l'occhio sul post di uno sciame d’api rimosso in un cimitero. Si faceva il nome di un'apicoltrice di Copertino. Senza pensarci due volte l'ho chiamata e le ho raccontato tutta la mia storia, lo sfinimento e il senso di abbandono da parte delle istituzioni. Quella telefonata ha cambiato tutto. La signora Monica Signorelli di Apicoltura Salentina mi ha ascoltato, mi ha spiegato che esistono leggi precise che tutelano sia le api sia i cittadini in queste situazioni e si è arrabbiata tantissimo per come ero stata trattata. Ha preso a cuore il mio problema e si è attivata immediatamente, mettendomi in contatto con l'avvocato Daniela Sindaco, consigliera comunale con delega.

Daniela Sindaco è stata straordinaria. Mi ha chiamata subito per capire la gravità della situazione e, nel giro di ventiquattro ore, ha letteralmente capovolto il mondo. Ha organizzato un sopralluogo con i tecnici comunali e ha trovato l'apicoltore giusto. In meno di una settimana è riuscita a coordinare tutto il supporto logistico necessario, compreso un "ragno", ovvero una piattaforma aerea adatta a muoversi nello spazio stretto vicino a casa mia.

Il giorno concordato si è presentata una vera e propria squadra di salvataggio: il proprietario della piattaforma aerea, i tecnici del comune, l'apicoltore Emanuele Napoli con la sua compagna, pronti a effettuare il recupero a nove metri d'altezza in totale sicurezza. Il lavoro è stato fatto con professionalità e il grosso dello sciame è stato finalmente tratto in salvo.

Oggi voglio dire un grazie immenso a Monica di Copertino per non essersi girata dall'altra parte, a Daniela Sindaco per aver dimostrato cosa significhi davvero essere al servizio dei cittadini, a Emanuele Napoli per il suo coraggio con le api e ad Alberto Vinci di Vinci Intonaci Galatone per il supporto logistico con la piattaforma.

Se non avessi trovato la signora Monica, oggi sarei ancora prigioniera in casa mia con le api nel muro. Certo, qualcuna gira ancora nei paraggi e ci vorrà tempo prima che vadano via del tutto, ma il pericolo grosso è passato. Con questo mio racconto non voglio offendere nessuno, ma voglio lanciare un messaggio chiaro a chi mi ha risposto "è un problema suo". Non funziona così. Davanti a situazioni complesse e pericolose, le istituzioni e gli organi competenti hanno il dovere di aiutare il cittadino a trovare una soluzione, invece di lasciarlo solo a combattere contro i mulini a vento.

 Lina Sabella

 

 
 

Care cittadine e cari cittadini,

da ormai quattro anni la nostra Città assiste a un progressivo deterioramento del confronto politico e civile ed è davvero molto triste scriverlo, non soltanto da esponente politico locale, ma soprattutto da giovane che continua a credere nel valore della partecipazione, del dialogo e del rispetto reciproco.

Ogni giorno leggiamo sui social offese deliranti, attacchi personali, scherno e aggressività nei confronti dell’opposizione e di chiunque osi esprimere un pensiero divergente rispetto a quello di una sorta di tifoseria organizzata che, soprattutto online, sembra aver sostituito il confronto democratico con la delegittimazione continua dell’avversario.

Mi riferisco in particolare agli attacchi costanti rivolti alla consigliera comunale e provinciale Loredana Tundo, vittima di vergognose offese che nulla hanno a che vedere con la politica, ma anche ai tanti cittadini ed esponenti politici che quotidianamente vengono derisi, provocati o insultati semplicemente per aver espresso una critica verso l’attuale amministrazione.

Ogni denuncia politica, ogni contraddittorio, ogni presa di posizione viene trasformata in occasione di attacco personale. Non si risponde nel merito dei problemi sollevati: si tenta invece di screditare le persone attraverso sarcasmo offensivo, insinuazioni, provocazioni e campagne denigratorie costruite spesso per raccogliere consenso facile e qualche like in più.

E colpisce soprattutto un aspetto: tutto questo avviene quasi esclusivamente dietro uno schermo dei social e mai nei luoghi reali del confronto pubblico e mai guardando negli occhi le persone che si offendono quotidianamente online. Una violenza codarda, spesso sistematica, alimentata dalla convinzione che il dissenso politico debba essere annientato e non discusso.

Ancora più grave è osservare come molti di questi atteggiamenti provengano da adulti e genitori che poi si scandalizzano davanti agli episodi di bullismo, odio e violenza giovanile. Ci si imbratta di rossetti rossi il 25 novembre, si partecipa ai cortei contro la violenza e contro il bullismo, salvo poi trasformarsi sui social nei primi diffusori di scherno e aggressività verbale. Sappiate che la violenza non nasce dal nulla. La violenza si apprende. Si eredita culturalmente.

 

Di Antonio Mellone (del 09/06/2026 @ 20:33:36, in NohaBlog, linkato 800 volte)

Il nostro concittadino don Luigi D’Amato si prepara alla nuova avventura nel cuore della Chiesa universale, “all’ombra del cupolone”, senza scordare le sue radici. In queste “giornate concitate” tra valigie e scatoloni ha trovato anche il tempo di rispondere alle nostre domande.  

Don Luigi, è di questi giorni la notizia della tua nomina a Officiale presso la Sezione Affari Generali della Segreteria di Stato del Vaticano. Potresti spiegarci brevemente di cosa si occupa questa realtà e come si inserisce il tuo ruolo in questa macchina così complessa?

Nella costituzione apostolica Praedicate Evangelium sulla Curia romana e il suo servizio alla Chiesa nel mondo, papa Francesco spiega che «la Segreteria di Stato, in quanto Segreteria Papale, coadiuva da vicino il Romano Pontefice nell’esercizio della sua suprema missione» (art. 44). Direi, dunque, che si tratta del «braccio destro» del Santo Padre per il governo della Chiesa universale. Quale sarà il mio ruolo specifico in questa antica e complessa istituzione ecclesiastica ancora non lo so: attendo di conoscerlo nei prossimi giorni dai miei nuovi «superiori». So soltanto che proverò a mettere tutto me stesso, come ho sempre fatto, a disposizione della nuova missione che la Chiesa con tanta fiducia mi affida.

Per un sacerdote abituato alla vita di comunità, il cambiamento è radicale. Possiamo dire in un certo senso che i tuoi parrocchiani d’ora in poi saranno i popoli?

Certamente la prerogativa di un servizio come quello che ora mi è richiesto è l’universalità. Tra i molteplici compiti di pertinenza della Sezione per gli Affari Generali della Segreteria di Stato riportati in Praedicate Evangelium, infatti, si legge anche che essa è chiamata a «redigere e inviare le Costituzioni apostoliche, le Lettere decretali, le Lettere apostoliche, le Epistole e gli altri documenti che il Romano Pontefice le affida» (art. 47) e a «raccogliere, coordinare e pubblicare le statistiche che riguardano la vita della Chiesa nel mondo intero» (art. 48). Sono espressioni che mi hanno colpito sin dal primo momento in cui ho appreso del nuovo incarico assegnatomi, poiché veramente lasciano trasparire il respiro universale della missione propria dell’istituzione della quale ora sono parte. Potremmo dire che il mio cuore è chiamato ad «allargarsi» ancora di più… affinché, insieme alle comunità che sinora ho servito all’interno della nostra Arcidiocesi, possa provare a fare spazio al mondo intero!

Viviamo un momento drammatico della storia, nel quale il fragore delle armi sembra voler troncare le flebili voci del dialogo. Quale valore ha il lavoro quotidiano all'ombra del Papa per uno Stato che, come diceva un tempo una celebre provocazione, non possiede divisioni militari ma solo l'arsenale della Parola?

Sappiamo tutti con quanta forza Leone XIV, sin dal suo primo saluto dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, ha richiamato la necessità di una pace «disarmata e disarmante», come egli stesso l’ha definita; così come abbiamo ancora nella mente e nel cuore, senz’altro, la bella espressione che Papa Francesco soleva ripetere, parlando di un necessario «artigianato della pace». Ebbene, credo che il lavoro quotidiano di «supporto» alla missione del Romano Pontefice, infaticabile messaggero di pace, possa essere riconosciuto come instancabile e silenzioso «artigianato della pace»… un lavoro «umile e perseverante», per riprendere gli aggettivi che Papa Leone attribuiva alla pace in quel primo e programmatico discorso.

Nel Magnificat si legge: “Ha disperso i superbi... ha rovesciato i potenti dai troni; ha innalzato gli umili”. Quanto c'è di questa radicale "rivoluzione del Vangelo" nel lavoro silenzioso e quotidiano che si svolge dietro le mura del Vaticano?

Mi riallaccio alla risposta precedente, a cui vorrei anche aggiungere un piccolo aneddoto personale. Dicevo poco fa che il lavoro di istituzioni come la Segreteria di Stato mi sembra essere un’opera essenzialmente silenziosa, nascosta. Credo che sia difficile, per chi guarda dal di fuori, anche solo immaginare quanto impegno ci sia dietro a ogni parola, gesto, azione del Santo Padre… ed è giusto che sia così! È qui, a mio avviso, la logica evangelica: lavorare nascostamente per il bene di tutta la Chiesa, senza la ricerca di visibilità, ma con il solo desiderio di rendere più «agevole» la missione del Papa in quanto Pastore della Chiesa universale. Mi ritorna subito in mente l’immagine di quel «seme gettato nel terreno» che – come dice Gesù nel Vangelo, in una parabola riferita al Regno di Dio – «dorma o vegli, di notte o di giorno, germoglia e cresce» (Mc 4, 27). Mi affascina l’idea di questo santo e fecondo nascondimento!

A tal proposito, quindi, mi piace riferire un piccolo racconto personale: nelle scorse ore molte persone, facendomi gli auguri per il nuovo incarico, usavano l’aggettivo «prestigioso». Questo mi ha fatto un po’ sorridere e, a un certo punto, riflettere: per un discepolo di Gesù di Nazareth il vero «prestigio» è sempre e solo il servizio al Vangelo! Sono assolutamente convinto che, nella Chiesa, non esistono incarichi più o meno «prestigiosi»… esiste il servizio, in qualunque luogo il Signore ci chieda di stare, da vivere con l’umiltà e la generosità di chi è ben consapevole che il più grande è colui che serve (cf. Lc 22, 24-27). È questa la «rivoluzione del Vangelo»… e sono certo di poter e dover cogliere in questa prospettiva anche la mia nuova missione!

Torniamo a te, volando più basso. Dove vivrai esattamente in questi anni romani? Pensi di dover seguire ulteriori corsi di formazione, inclusi quelli di lingue straniere?

Il 30 giugno prossimo, in vista dell’inizio del servizio, mi traferirò nella Domus Sanctae Marthae, all’ombra del cupolone di San Pietro. È questa la dimora che mi è stata assegnata, e io ho accolto con gioia la possibilità di sentirmi ancor più «protetto» in un luogo che, come tutti ben sappiamo, è stato per molti anni anche l’abitazione di Papa Francesco. L’idea di vivere nel «recinto di Pietro» – per usare le parole di Benedetto XVI – mi trasmette un rassicurante senso di «custodia» ecclesiale. Non vi nascondo anche che non vedo l’ora di poter godere della bellezza – e spero anche della frescura, soprattutto nei prossimi mesi estivi – degli incantevoli Giardini Vaticani! Quanto allo studio delle lingue, è ovvio che l’indole universale di questo nuovo servizio alla Chiesa mi richiederà di profondere il necessario impegno anche in tale direzione.

C'è un detto che dice che tutte le strade portano a Noha, quindi siamo in una botte di ferro. Anche se il tuo servizio ti porterà ai vertici della Chiesa, ci assicuri che le tue radici nohane resteranno un punto di riferimento essenziale nel tuo modo di essere prete?

Ognuno di noi porta nel cuore ciò che ha ed è… e io sono, anzitutto, un nohano! Si trovano nella nostra amata comunità di Noha le mie radici umane e cristiane, di cui sono fiero e che custodisco con cura e infinita gratitudine, nella certezza che un albero senza radici perderebbe se stesso. Con gioia ricordo gli anni della scuola, del catechismo, delle tante amicizie e relazioni nate soprattutto all’interno della nostra comunità parrocchiale. Con altrettanta gioia, quindi, porto con me tutto questo, continuando ad attingere dall’affetto e dalla stima che sempre mi avete riservato l’entusiasmo necessario per affrontare ogni sfida che il ministero mi pone davanti.

Cosa ti senti di dire ai tuoi concittadini nel salutarli prima di iniziare questa nuova missione?

 

Prosegue il percorso di Pragmatica 2026 - Piccolo Festival della Buona Politica, che dopo il successo del primo appuntamento torna sabato 13 giugno alle ore 18:30 presso Cantina Fiorentino, in via Guidano 18 a Galatina, con un incontro dedicato al rapporto tra libertà, diritti, disuguaglianze e fragilità.

Ospite del secondo appuntamento sarà Valentina Petrini, giornalista e autrice televisiva, che presenterà il suo libro “Il prezzo della libertà”.

Con questo libro Petrini affronta una domanda radicale e necessaria: siamo davvero tutti liberi allo stesso modo? Attraverso due storie parallele, segnate dalla malattia e dal bisogno di scegliere, l’autrice mette al centro il peso concreto delle differenze economiche, sociali e culturali che incidono persino sulle decisioni più intime e decisive della vita. Il risultato è un racconto intenso, capace di tenere insieme il passo del reportage, la forza della narrazione e una riflessione profonda sul significato stesso della libertà.

Il secondo appuntamento si inserisce pienamente nel fil rouge dell’edizione 2026, intitolata “SOTTO PRESSIONE”, con il sottotitolo “Diritti, fragilità, opportunità”. Dopo aver affrontato nel primo incontro la fragilità delle istituzioni e della democrazia, Pragmatica sposta ora lo sguardo sulle persone, sulle loro vulnerabilità e sulle pressioni che attraversano il corpo sociale, mostrando come proprio nelle crepe del presente si giochino alcune delle questioni più profonde del nostro vivere comune.

«Siamo particolarmente felici di ospitare Valentina Petrini, una delle giornaliste più profonde e coraggiose del panorama televisivo italiano», dichiarano gli organizzatori Alessandro Martines e Vittorio Aldo Cioffi. «Il suo è uno sguardo capace di unire rigore giornalistico, sensibilità narrativa e attenzione per ciò che spesso resta ai margini del dibattito pubblico. “Il prezzo della libertà” è un libro che ci obbliga a porci domande vere, scomode, ma necessarie, ed è per questo perfettamente in sintonia con il percorso che abbiamo immaginato per questa edizione del Festival».

 

Di Redazione (del 08/06/2026 @ 13:23:08, in Comunicato Stampa, linkato 107 volte)

La nostra scuola, in collaborazione con la Virtus Basket di Galatina, a conclusione del Progetto “ a Scuola con il Basket”, ha organizzato un entusiasmante torneo di che ha coinvolto numerosi studenti delle diverse classi. L'iniziativa ha rappresentato un'importante occasione di aggregazione, divertimento e crescita, permettendo ai partecipanti di confrontarsi in un clima di sana competizione.

Il basket è uno sport che richiede collaborazione, rispetto delle regole e spirito di squadra. Durante il torneo, gli studenti hanno avuto l'opportunità di mettere in pratica questi valori, imparando a lavorare insieme per raggiungere un obiettivo comune. Ogni partita è stata caratterizzata da impegno, correttezza e fair play, elementi fondamentali per la formazione educativa dei giovani.

Dal punto di vista educativo, il torneo ha favorito lo sviluppo di competenze sociali e relazionali. Gli alunni hanno imparato a comunicare efficacemente con i compagni, a gestire le emozioni durante la gara e ad accettare sia la vittoria sia la sconfitta con maturità. Inoltre, l'attività sportiva ha contribuito a rafforzare l'autostima e il senso di responsabilità.

Importanti sono state anche le capacità motorie coinvolte. Il basket permette di migliorare la coordinazione motoria, la velocità, l'agilità, l'equilibrio e la resistenza fisica. Attraverso i movimenti di corsa, salto, cambio di direzione e controllo della palla, gli studenti hanno potenziato le proprie abilità motorie e la consapevolezza del proprio corpo.

 

Di Redazione (del 08/06/2026 @ 13:19:33, in Comunicato Stampa, linkato 96 volte)

A settembre, ancora in balia della nostalgia per la fine delle vacanze estive, abbiamo preso parte al progetto “Vela a scuola”, in collaborazione col Circolo Nautico “La Lampara” di Santa Caterina. Lasciandoci trasportare dalle onde, siamo giunti alla fine di questa magnifica iniziativa, inaugurando una nuova estate che ci attende.

Nel corso dell’anno scolastico abbiamo lavorato assieme agli istruttori del circolo per giungere a mettere in pratica, nel corso dell’uscita didattica, tutte le conoscenze acquisite. Le classi quarte sono state coinvolte 4 moduli di lezioni teoriche riguardanti vari aspetti della navigazione in barca a vela.

Durante il primo incontro, il progetto è stato presentato ad alunni e genitori, con il supporto degli istruttori e di due atleti del Circolo, Marina e Pietro. Nel secondo incontro sono state approfondite le componenti della barca, informazioni utili per comprenderne a pieno la gestione. Per navigare, però questo non basta, perché è essenziale anche conoscere i venti. Nel terzo incontro è stata, quindi, approfondita questa tematica, assieme ad una spiegazione sulla Rosa dei Venti. L’ultimo incontro teorico si è svolto in forma laboratoriale: gli alunni, guidati dall’istruttore, hanno appreso le tecniche per realizzare alcuni nodi, che vengono utilizzati durante la navigazione.

Gli incontri teorici sono stati propedeutici per la nostra uscita didattica e all’acquisizione delle competenze utili allo svolgimento delle attività.

Le classi quarte, divise in tre gruppi, sono state accolte dal Circolo “La Lampara” a Santa Caterina nelle giornate del 28 maggio, del 4 giugno e del 5 giugno, per vivere una fantastica avventura tra «lu sule, lu mare, lu ientu». Questa volta, alle ore 8:00, gli alunni non erano pronti a varcare il cancello della scuola, ma, trepidanti, aspettavano di salire sul pullman che li avrebbe portati a Santa Caterina.

Appena arrivati, gli istruttori hanno accolto gli alunni presso la sede del Circolo e poi, subito, in spiaggia!
Le due classi sono state divise in quattro gruppi misti, ognuno con una diversa attività ad attenderlo.
Il primo gruppo ha sperimentato le basi della navigazione in barca a vela, vicino alla riva, utilizzando l’Optimist.
Il secondo gruppo ha ricevuto un’inaspettata sorpresa: gli istruttori avevano riservato un mini-corso di SUP, partendo dalla riva per poi esplorare il mare.

 

Il CT Stasi di Galatina centra ancora una volta un traguardo di prestigio. Il pareggio per 3-3 ottenuto sui campi di Contrada Guidano contro il Tennis Desenzano, nell'ultima giornata della fase a gironi del Campionato degli Affiliati 2026 di Serie B1 maschile, consente infatti alla formazione biancoazzurra di chiudere il girone al terzo posto e conquistare per il secondo anno consecutivo l'accesso ai playoff per la promozione in Serie A2.
Un risultato che premia il lavoro svolto durante tutta la stagione da squadra, staff tecnico e società, protagonisti di un percorso caratterizzato da impegno, continuità e spirito di gruppo.
La giornata si era aperta nel migliore dei modi per il circolo galatinese. Andrea Cardinale ha superato con autorità Alessio Tatini per 6-2 6-1, mentre Ignacio Novo ha conquistato il secondo punto battendo Pietro Mugelli con il punteggio di 6-3 3-6 6-1 al termine di una sfida intensa e combattuta.
È arrivato poi il terzo punto grazie a Giovanni Walter Dell'Atti, autore di una prestazione impeccabile contro Pierluigi Cerini, sconfitto con un netto 6-0 6-1. L'unica affermazione del Desenzano nei singolari è stata quella ottenuta da Mattia Frinzi contro Matyas Lajos Fuele.
Sul punteggio di 3-1 per il CT Galatina, i risultati provenienti dagli altri campi avevano ormai definito la classifica finale del girone e certificato la qualificazione dei salentini ai playoff. Per evitare inutili dispendi di energie in vista della fase decisiva della stagione, si è quindi scelto di non proseguire i doppi, fissando il risultato finale dell'incontro sul 3-3.
 
«Questo pareggio 3-3 in casa contro il Desenzano è un pareggio che ci va stretto per come è andata la partita, ma ci va benissimo comunque, perché con il risultato di oggi, arrivando terzi in classifica, accediamo ai playoff della Serie A2», ha dichiarato il capitano Donato Marrocco.
«È motivo di orgoglio perché per il secondo anno consecutivo siamo riusciti ad accedere ai playoff per la A2. Martedì 9 giugno ci saranno i sorteggi e conosceremo la nostra avversaria. Sappiamo già che giocheremo la prima partita fuori casa, in uno scontro diretto.
Voglio fare i complimenti a tutto il gruppo. I ragazzi hanno dato il massimo dalla prima giornata ad oggi e sono sempre rimasti uniti. Per me questo è motivo di grande orgoglio.

 

Di Antonio Mellone (del 05/06/2026 @ 20:03:35, in Fetta di Mellone, linkato 153 volte)

Conosco Giorgio De Cesario da qualche anno. O meglio, il professore De Cesario: lo chiamo così non solo perché ha insegnato per anni nei licei, ma perché reputo la qualifica di "prof" persino più prestigiosa e nobile di quella di maestro. La prima cosa che mi colpì varcando la soglia di casa sua, la famosa Casa degli Artisti - in via Lepanto 1, angolo via Lecce, proprio all’ingresso nord-est di Gallipoli - fu un imponente affresco che mette in scena l’aldilà dantesco. In basso a sinistra campeggia il sommo poeta, ritratto di profilo e coronato di alloro (chissà poi se quel nasone era davvero il suo o il frutto di secolari caricature). L’opera sorprende per una particolarità inedita: i tre regni sono invertiti. In basso si trova il Paradiso, un luogo luminoso e popolato da anime coloratissime e uniche: un vero regno delle differenze, dove nessuno segue le mode e ogni spirito è libero. Nel mezzo si sviluppa il Purgatorio, dominato dal grigio e da una rigida uniformità. In alto, infine, troneggia l'Inferno, in cui prevale il rosso acceso del fuoco e del sangue. Da questa visione comprendi che il professore ha già compiuto, qui in terra e non nell’oltretomba, quel capovolgimento che mette finalmente in piedi l’osservatore, come il Dante del XXXIV dell’inferno (mi sto ripetendo, lo so) che da un certo punto in poi, per poter salire fino all’“ultima Salute”, deve ribaltare la sua prospettiva, iniziando così a vedere distintamente quanto sia rovesciato quello che lo circonda.

Il professore De Cesario, insomma, pensa Altrimenti. Si tratta di un pensiero divergente che ha iniziato a nutrire e a manifestare in tempi non sospetti: d'altronde l’arte dev’essere rottura di schemi, se no rischia di ridursi a sublime e costante ricapitolazione di paradigmi noti, quando non a pura cortigianeria. Negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, per dire, progettò l’architettura della sua Casa degli Artisti con un'audacia visionaria che avrebbe affascinato lo stesso Gaudì. In quegli anni andava in canoa anche in inverno, e qualcuno osava pure dargli del matto (qualche decennio dopo arrivarono però i kayak a far tendenza in tutte le stagioni). Cominciò a spalancare le porte di casa ai primi viaggiatori quando ancora i gallipolini non sapevano nemmeno pronunciare la locuzione Bed and Breakfast e ben prima che la Città Bella diventasse patria dell’overtourism. E da allora accoglie nella sua dimora, trasformata in palcoscenico, artisti di ogni ambito: attori, musicisti, pittori, scrittori... Tutti si esibiscono dal vivo in performance, mostre, convegni e spettacoli teatrali (a ingresso gratuito s’intende) a dispetto degli schermi di smartphone e pc che stanno viepiù riducendo il concetto di “social” a puro isolamento da reels.  E chissà che entro l’anno non ci sia anch’io dietro quel leggio, ospite del professore e della professoressa Cristina Maritati (sua splendida consorte) a raccontare a chi avrà il coraggio di esserci storie di personaggi e pensieri sparpagliati, a seconda del regno che si sceglierà di trattare, tra gironi o cornici o cieli.

Le creature di Giorgio De Cesario — pitture e sculture — costituiscono un’ostinata contronarrazione al pensiero unico. Le opere più recenti stigmatizzano la guerra “sfascista” scodellataci come ineluttabile (Mass Media War), invocano la pace (Angelus Pacis) e irridono il suprematismo occidentale, o meglio uccidentale (Lesa Libertà). A dirla tutta al volto d’argilla di quella Statua della Libertà con fiaccola vacillante per via dell’incrinatura del braccio, avrei sostituito una bella faccia di bronzo. E giacché mutato pure il titolo: Lessa Maestà.

 

Luci soffuse, il sipario che si apre e un’ondata di viva emozione che travolge il pubblico. Il Teatro Cavallino Bianco di Galatina ha fatto da cornice a "Il nostro viaggio in scena", lo spettacolo di fine anno degli alunni delle classi quinte dell'Istituto Comprensivo Polo 3 di Galatina-Noha. Un sodalizio perfetto tra musica, teatro e crescita personale, che ha segnato la fine di un ciclo scolastico importante e l'inizio di una nuova avventura per i giovanissimi studenti.

​A guidare i ragazzi in questo percorso artistico è stato il Maestro Antonio Ancora, che con la sua consueta sensibilità e competenza è riuscito a tirare fuori il meglio da ogni singolo bambino. Sotto la sua direzione, la musica e la recitazione sono diventate gli strumenti per raccontare una storia universale e profonda: un viaggio chiamato vita.

​Il cuore dello spettacolo è stato il tema dell’amicizia, intesa come porto sicuro, come quel legame indissolubile che permette di non sentirsi mai soli: un'ancora a cui aggrapparsi e una forza su cui poter contare sempre.

​Attraverso metafore delicate e interpretazioni magistrali, i bambini hanno raccontato la vita come un lungo, meraviglioso viaggio. Il messaggio sul palco è arrivato forte e chiaro: ogni fine è un nuovo, entusiasmante inizio. Non sono mancate le lacrime tra i genitori e i docenti presenti in platea, commossi di fronte alla maturità e alla spontaneità dimostrata dai piccoli attori e cantanti.

​Uno dei momenti più toccanti della serata è stato, senza dubbio, il discorso d’addio delle maestre. Rivolgendosi ai loro alunni, pronti ormai a spiccare il volo verso la scuola secondaria di primo grado, le insegnanti hanno voluto dedicare loro una celebre citazione tratta dal film d'animazione Kung Fu Panda: "Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono. Per questo si chiama presente."

 

 

 


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