Di Marcello D'Acquarica (del 19/03/2019 @ 22:19:36, in NohaBlog, linkato 150 volte)

Viviamo in una sorta di sonnambulismo, in cui anche i sogni sono standardizzati. Non esiste alcun dubbio, neppur minimo che questo modo di (non) ragionare, ci stia portando irreversibilmente verso tanti nulla. Anche le pietre alla fine se ne fanno una ragione. A pensarci bene, se la fa anche l’instancabile viaggiatore che attende con ansia la svolta dopo l’ultima curva della via di Noha, un tempo via Santa Lucia. Lo spettacolo che appare è come un vecchio quadro, dove nessuno avrebbe potuto o dovuto apporvi cambiamenti. E qui, dopo l’ultima curva, tutti gli affanni, le preoccupazioni, gli affari che non vanno bene, gli ulivi che seccano, l’aria che puzza di Ilva o di altro, secondo come gira il vento, i rifiuti scansati zigzagando per la strada, il lavoro perso, i debiti, la delusione, ecc., tutto si azzera in un sol colpo. Basta aprire gli occhi.

 
Di Antonio Mellone (del 14/03/2019 @ 13:27:52, in NohaBlog, linkato 132 volte)

L'ulivo di piazza Sant'Oronzo
qualche giorno fa

L'ulivo di piazza Sant'Oronzo
oggi

Che ingenuo che sono. Pensavo che, l’altro giorno, gli imprenditori agricoli fossero scesi in piazza a Lecce per protestare convintamente contro la demenziale capitozzatura dell’ulivo plurisecolare piantato ai piedi della colonna di Sant’Oronzo.

Come al solito mi sbagliavo.

Previo utilizzo di compresse protettive per stomaco ma soprattutto fegato, mi decido una buona volta a sfogliare qualche quotidiano locale, compulsare siti on-line, ricercare pagine fb a tema, e guardare il tg orba(n) per capirci finalmente qualcosa.

Ebbene sì, pare che alcune categorie di imprenditori agricoli abbiano organizzato una manifestazione per “fronteggiare la Xylella”.

Un giornalingua televisivo, probabilmente in vena di metonimia o forse sineddoche, dava la Sputacchina ormai alle porte di Bari. Per dire dell’emergenza (ora per favore non chiedetemi precisamente quale).

Ma sì, era ora che qualcuno gliela facesse vedere a questo batterio rompipalle: il quale sicuramente, visto il dispiegamento di mezzi e di falci (senza martelli), spaventato a morte, sarà caduto definitivamente in letargo, anzi automaticamente in quarantena. Peccato che fermare eventualmente la Xylella non significa bloccare il fenomeno dei disseccamenti - ma queste sono inezie, e non possiamo mica star qui ad attaccarci ai particolari.   

Qualche giornale piagnucolava pure sulla spaccatura amletica del mondo agricolo salentino: da una parte le sigle pronte a chiedere le dimissioni dell’assessore all’agricoltura della regione Puglia, dall’altra no. Ma tutte compatte nel rivendicare sostanzialmente due cose: la prima i soldi, e la seconda la libertà di fare quel cazzo che gli pare - tipo eradicare liberamene i “vecchi” ulivi per sostituirli con varietà secondo loro “resistenti al virus” [sic]. Si chiama neoliberismo agricolo (ché il liberismo tout court qualche regola almeno la tollerava).

Delle cure, che in più casi stanno funzionando, manco a parlarne: evidentemente si tratta di “fake news dei soliti negazionisti”; della domanda in merito alla fine che farebbe il concetto di DOP con le novelle varietà nemmeno l’ombra; dell’eventualità che le razze da reimpiantare non siano poi così resistenti al complesso di disseccamento neanche l’ipotesi; del fatto che la scienza autoreferenziale non è vera scienza, e che la ricerca scientifica è per Costituzione (art. 33) libera e aperta neppure un cenno.

 
Di Antonio Mellone (del 16/02/2019 @ 14:45:47, in NohaBlog, linkato 183 volte)

Una lezione di Economia dovrebbe durare ininterrottamente dieci anni (minuto più, minuto meno), e senza che la teorica curva dell’attenzione mostri alcun segno di cedimento.

Vero è che l’Economia è ben più semplice di quanto molti economisti (nelle fasi recessive più numerosi dei ct della nazionale quando perde) vorrebbero farvi credere; ma, vivaddio, ogni cosa ha bisogno dei suoi tempi per essere spiegata. E compresa.

L’altra sera, non avendo a disposizione i rimanenti 9 anni, 364 giorni, 23 ore e 15 minuti, mi son dovuto limitare ai canonici tre quarti d’ora di Lettura Accademica, ringraziando pure il cielo per la pazienza con la quale l’uditorio dell’Università Popolare di Galatina ha seguito il filo del mio discorso fino alla fine, e addirittura senza che alcuno degli astanti sia cascato dalla sedia abbracciato affettuosamente a Morfeo, o abbia mai palesato la balsamica urgenza di proiettare all’indirizzo del sottoscritto dei rancidi, benché ancora rubicondi, pomi delle solanacee.

Se avessi avuto sufficiente tempo a disposizione avrei spiegato più approfonditamente quanto paracule siano le recenti reciproche accuse tra Diciamo Opposizione e Diciamo Governo in merito alle responsabilità della recessione in corso, attestata dai famosi due trimestri consecutivi di variazione negativa del Pil (Prodotto Interno Lurido), e corroborata dai piagnistei di quelle prefiche che sono le società private di Rating.

Premesso che nemmeno gli economisti sanno (o meglio, soprattutto gli economisti non sanno) i tempi di reazione di un Sistema complesso nei confronti di qualunque politica economica, si può ragionevolmente asserire che entrambi i fronti hanno torto: sia quello che blatera di un “2019 bellissimo” (roba da # Italia-stai-serena, e dunque da necessari inurbani scongiuri) e sia quell’altro che, quando era maggioranza, ha fatto più danni all’economia del riscaldamento climatico ai ghiacciai dell’Hindu Kush.

Voglio dire che partono da lontano e arrivano fino all’altro giorno i governi che hanno portato l’Italia a un passo dal baratro. Certo, ci penserà poi l’attuale esecutivo a fare il decisivo passo avanti. 

 
Di Marcello D'Acquarica (del 31/01/2019 @ 21:54:25, in NohaBlog, linkato 428 volte)

La prima cosa che ho pensato è stata che in questo bel paese siamo all’incirca 4000 abitanti, e che molto probabilmente a portare l’olio esausto presso l’area esterna delle scuole in via Petronio 40 a Noha, saremo all’incirca l’un per cento. Spero di sbagliarmi, ovviamente.

Però, visto lo sforzo che fa chi amministra il territorio per agevolarci nella raccolta differenziata, proprio per evitare di ingolfare Madre Terra con le nostre deiezioni (Dal lat. deiectio -onis, der.  ‘gettar giù o fuori’), non capisco come faccia una persona perbene, che porta fino qui il suo rifiuto, e credo che sia già una persona speciale, come faccia, dicevo, ad arrivare fino qui e invece di versare il contenuto nell’apposito contenitore, abbandona qui i suoi rifiuti o addirittura ce li butta dentro pari pari. Non oso pensare cosa facciano quegli altri che non vengono qui e che probabilmente gettano il loro olio sporco nello scarico del lavandino, o magari sotto l’albero di limoni cosi giusto per dargli na bella botta di energia.

Coraggio, ancora un piccolo sforzo, manca poco per arrivare fino al buco.

 
Di Antonio Mellone (del 20/01/2019 @ 11:12:40, in NohaBlog, linkato 412 volte)

“Il bar non porta i ricordi, ma i ricordi portano inevitabilmente al bar”, dice Vinicio Capossela.

Questa volta il bar è quello della Liliana.

Sì, certo, l’insegna riporta la denominazione ‘Bar Castello’, ma a Noha e dintorni si utilizza volentieri il genitivo sassone, quel particolare costrutto usato per indicare un esercizio commerciale omettendo il nome comune del locale posseduto (restaurant, shop, office, church, e quindi bar) ma indicandone il titolare, sicché per noi nohani la locuzione “Faccio un salto dalla Liliana” potrebbe significare “Vado a prendere un caffè al bar Castello”, ovvero “A leggervi il giornale”, oppure  “A guardare Novantesimo minuto” [non so nemmeno se esista ancora codesta trasmissione calcistica: di certo, se anche l’avessero soppressa, secondo me dalla Liliana continuano a trasmetterla imperterriti, ndr.]. Insomma.

Peccato però che da qualche giorno Liliana’s (v. sopra il concetto) ha chiuso definitivamente i battenti dopo sessanta, che dico, quasi settanta anni di onorato servizio: pertanto molti verbi è d’uopo d’ora in poi coniugarli all’imperfetto.

Qualcun altro, prima di me, ha vergato righe sul caffè e l’ottima limonina del  bar, non tralasciando la pasta di mandorle (rigorosamente baresi, non americane) che le mani d’oro della Liliana trasformavano in Paste Secche e, quando il caso, in Pecurieddhri pasquali. Vorrei aggiungere, tra le specialità/ricordi, pure il caffè freddo conservato in frigo nelle bottiglie di vetro verde scuro, dico quelle per la salsa, con il tappo di sughero: caffè che doveva essere agitato bene prima dell’uso o, per dirla alla barman anzi alla bar-tender acrobatico, shakerato.

 

Chiude i battenti un'istituzione. Il Bar Castello di Noha, frazione di Galatina, dopo 68 anni di gloriosa attività, abbassa la saracinesca e lascia uno strascico di malinconia in tutte le generazioni che sono state in qualche modo cresciute da Liliana Coluccia, 80 anni, la titolare: "zia Lilli" per tutti. In quel bar si è scritta una parte di storia della frazione, sono nate storie d'amore, si sono consolidate amicizie, si sono stretti affari. Questa sera, alla presenza del sindaco di Galatina Marcello Amante, ci sarà un momento di festa intorno alle ore 20, fortemente voluto dai nuovi proprietari del Castello Baronale di Noha che desiderano stringersi insieme alla comunità attorno a questa donna che per un'intera vita ha preparato il caffè a tutti e ha addolcito la quotidianità di molti con i suoi gelati, la pasta di mandorla e la famosa limonina. "Zia Lilli sarà sempre un pezzo del nostro cuore -dicono alcuni cittadini, abituali frequentatori del bar- e saremo sempre in debito con il suo sorriso e la sua affabilità. Speriamo che anche adesso che si godrà il meritato relax, ci restrà accanto con la sua passione».
V.Chi.

Fonte: Nuovo Quotidiano di Puglia del 17.01.2019

 
Di Marcello D'Acquarica (del 15/01/2019 @ 20:14:25, in NohaBlog, linkato 110 volte)

http://www.leccecronaca.it/index.php/2019/01/13/xylella-monopoli-si-al-paesaggio-alla-produttivita-alla-scienza-eradicare-per-credere/

C’era da aspettarselo. La questione Xylella, somiglia molto alla nostra capacità di essere diversamente onesti. Ultimamente, non so bene da quando con precisione, se da dieci venti o trent’anni, ma dal punto di vista sociale ed economico, non si ragiona più se non in termini di “ricadute occupazionali”, “crescita”, “progresso”, “alta velocità”, “ritorni finanziari” (tutto rigorosamente tra virgolette, visto che si tratta di locuzioni fasulle): in una parola Business (questa volta senza virgolette) per il solito clan.

Così della cultura, dell’arte, del patrimonio storico, dell’umanità, tutto viene sacrificato in nome del suddetto Business per pochi, fregatura per molti.

Non a caso siamo in una Europa che fatica a diventare unita, e in uno Stato che rinuncia alla democrazia.

 
Di Antonio Mellone (del 14/01/2019 @ 13:43:46, in NohaBlog, linkato 129 volte)

Non ricordavo più di essere stato invitato dalla Cgil a discorrere di  Luisa Palumbo, la pasionaria di Noha (1920 – 2003), nel corso di un convegno che ebbe luogo a Galatina nel Chiostro dei Domenicani, ex-convitto Colonna, oggi “Palazzo della Cultura Zeffirino Rizzelli”, nel mese di ottobre 2006 in occasione del centenario di quel sindacato.

Mi sono imbattuto nelle foto che ritraggono i relatori di quel simposio (tra i quali, dunque, anche il sottoscritto), mentre ero intento a cercare in rete storie sul ruolo che le associazioni dei lavoratori hanno avuto nel campo della conquista dei diritti delle classi operaie dal nord al sud della penisola.

Ma non è di quell’incontro che ora m’interessa parlare, bensì dell’odierno ruolo del sindacato: o meglio di ciò che temo sia diventato in certe frange.

Premetto di aver restituito la mia tessera d’iscrizione un paio d’anni fa, forse più (motivandone le ragioni con una lunga lettera, rimasta come paventavo senza risposta), e che scrivo queste righe con dolore. Davvero.

 
Di Marcello D'Acquarica (del 06/01/2019 @ 16:00:09, in NohaBlog, linkato 236 volte)

“Il guardare una cosa è ben diverso dal vederla. Non si vede una cosa finché non se ne vede la bellezza.” (Oscar Wilde)

Vedere, così come anche ascoltare,  sono due sensi che in testa alla gente possono stare, volendo, in almeno due dimensioni: quella istintiva, pari cioè al boccheggiare tanto per non morire, e quell’altra che alloggia in pochi logorati dall’impotente lotta contro la cocciutaggine di chi non vuole (o finge) né vedere né ascoltare.

Alle volte però capita d’essere costretti a vedere spettacoli inaspettati, tipo il taglio dei pini e il degrado stesso di tutta la struttura. Ma per nostra fortuna, la bellezza è ancora salva. E non certo grazie ai palazzi e ville di comparto, tutta architettura copia e incolla, testimone della nostra stessa incapacità creativa e/o d’amor proprio.

Non è certo la sottilissima coltre di neve a determinare la bellezza di un posto. Certo l’effetto della nevicata sulle storiche case della Baronal Corte del Castello di Noha (http://www.noha.it/noha/articolo.asp?articolo=2564) con in cima, a fare d’ornamento, le casiceddhre di Cosimo Mariano, la coltre sottile di neve, dicevo, ha dato nuova luce allo scenario di cui tutti possiamo godere. Ma provate voi a immaginare se tutto d’un tratto la folle idea di qualche mentecatto facesse scomparire, per esempio, il copricapo alla Fornarina del Raffaello, oppure il diadema di gioielli  alla Regina Vittoria, avrebbero  queste opere la stessa bellezza?

Ecco, mi vien da dire che in fondo la mafia siamo anche noi, quando non vogliamo vedere la vera bellezza.

 

A Noha esiste lo Scjakù...

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