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La benedizione della capre (e dei cavoli)
Di Albino Campa (del 01/02/2012 @ 22:18:32, in Un'altra chiesa, linkato 1941 volte)

18/01/2012. Ho visto, al TG2 delle 13 di oggi, le immagini della benedizione degli animali che sono stati portati in Piazza San Pietro a Roma (oggi è sant’Antonio…) e mi sono sentito male. Non per gli animali, incoscienti ed  ignari dell’evento, poveretti, ma per le persone, esse  sì, coscienti ma  ignoranti, che ve li hanno condotti.
Vorrei che qualcuno mi spiegasse bene, in termini evangelici e non in termini feticcio-clericali, cosa sono e cosa significano queste benedizioni. Personalmente ricordo che il primo anno in cui sono stato parroco a Poggio Filippo, un paesino di montagna a 1050 metri, ai parrocchiani che mi chiedevano di benedire gli animali risposi, molto gentilmente, che se avevano delle malattie (gli animali, beninteso…) potevano rivolgersi al veterinario; se invece stavano in salute (sempre gli animali…) “benedicessero” Dio di tanta salute, prete aspergente absente!
Da allora non mi risulta che tra gli animali di Poggio Filippo, vista la mancata benedizione, ci sia stata una epidemia generale, né i miei contadini  mi chiesero più di benedire somari o vacche o asini da soma.
Io da anni non benedico più non solo gli animali, ma nemmeno le macchine, le case, ancor meno le banche o i negozi. Benedico le persone che vengono a Messa perché siano esse portatrici di bene per il mondo e chi le incontra possa “dire bene” della vita e di Dio, se credente.
Mi fa senso vedere i preti, ma che dico? i vescovi e i cardinali ridotti al rango di stregoni, invece che esser coscienti e rivendicare il loro ruolo di educatori nella fede, che nulla ha a che fare con il feticismo. Mi fa senso vedere le chiese, che dovrebbero essere il luogo di crescita e di maturazione dei fedeli, ridotte  a supermarket del credulismo e della deresponsabilizzazione. Se qualcuno può, mi spieghi cos’è quel gesto divinatorio che nulla aggiunge alla bontà che le cose e gli esseri già hanno in sé.
Lo so, sono in minoranza, in una strettissima minoranza; ma, grazie a Dio, non sono solo. Ho avuto modo di leggere appena due settimane fa, una bellissima riflessione di Padre Alessandro Cortesi, del convento di San Domenico a Pistoia. Scriveva:
«Benedire non si esaurisce solamente nel ‘dire’, nel pronunciare una benedizione. Tanto meno può essere identificato con un gesto clericale, quello a cui siamo abituati e a cui spesso si pensa in rapporto a questa espressione, come se fosse qualcosa che dal di fuori si aggiunge alle cose. Benedire è piuttosto scoprire il bene che è presente già dentro nelle cose, gioire di un bene che è dono. Nella natura che ci è data, nei volti delle persone, nelle situazioni, nonostante tutte le contraddizioni. Certamente il male offusca il bene, lo contrasta ma non vince i semi di bene presenti nella vita, la radice di un bene che sta dentro [...]
Benedire non si connota allora come dare qualcosa dall’alto, ma può essere un modo di guardare alla realtà, un modo di ascoltare le vicende e le esistenze, e di starvi dentro e di incontrare gli altri con uno sguardo particolare, con quell’abbraccio benedicente che ripropone l’attesa e la speranza del padre misericordioso della parabola di Gesù. E’ in questo senso una attitudine laica, non sacrale, tutt’altro dalla religiosità affettata di chi va in cerca di santoni e di benedizioni».
Perché, scrive Raniero La Valle, «tutto ciò che è umano non ha bisogno di essere ulteriormente sacralizzato, clericalizzato, conteso e strappato al divino».
Capisco che questa volgarizzazione della benedizione sia presente nel mondo delle religioni che pretendono di rendere sacre le cose profane, ma non riesco a capire come  ciò possa esser avvenuto all’interno del cristianesimo, là dove, al contrario, si crede nel Dio che in Gesù Cristo rende “profano” se stesso.

Don Aldo Antonelli, parroco di Antrosano
 

Commenti

  1. # 1 Di  Anonimo (inviato il 02/02/2012 @ 08:56:32)

    Non erano opere di bene per le persone quelle che andava chiedendo Gesù? Cosa centrano le benedizioni?
    Qualche volta bisognerebbe guardarsi indietro per rivedere meglio il nostro cammino, quello che trascina dietro di se un messaggio straordinario di pace e di carità, e non di esasperate messinscene fatte di gestualità spesso vuote di senso pratico e, ahimè, mercificate.

  1. # 2 Di  Anonimo (inviato il 02/02/2012 @ 18:35:12)

    Certe benedizioni di case, auto, animali, e simili, sono come un bancomat. I santoni si pagano.

  1. # 3 Di  Anonimo (inviato il 03/02/2012 @ 00:09:50)

    Direi di smetterla di scrivere stupidaggini, che mostrano solo pregiudizio e ignoranza che non sono neppure degne dell'uomo. Niente si paga di ciò che è sacro, semplicemente quasi sempre si dà una libera offerta per i bisogni della Chiesa. Tutto quello che abbiamo grazie alla Chiesa, anche nella nostra Noha, non si realizza con l'aria. E il contributo che noi diamo non è che una minima parte! Faremmo bene a tacere su questo, soprattutto di fronte a tutto ciò che è stato realizzato!

    Quanto alla questione delle benedizioni, rispondo al primo commento dicendo che BENEdire è la prima opera di bene! Mi dispiace constatare che anche sacerdoti cadano in delle forme di 'integralismo' scritturistico che non tengono conto né della origine giudaica della nostra religione cristiana, né della vivente tradizione della Chiesa, parte integrante di quella stessa Parola di Dio che è molto più della Scrittura. Se poi la benedizione è una 'messinscena' solo perché 'priva di senso pratico', penso che dovremmo chiederci su che piano stiamo ponendo la fede e il culto.

    Penso che sia sempre valido il principio per cui è meglio tacere di ciò che non si conosce.

    Saluti

  1. # 4 Di  Antonio Mellone (inviato il 03/02/2012 @ 13:34:38)

    Io trovo molto interessante il punto di vista di don Aldo Antonelli. Non voglio credere - come scrive l'anonimo precedente - che questo sacerdote abbia scritto "stupidaggini, che mostrano solo pregiudizio e ignoranza che non sono neppure degne dell'uomo". Non penso nemmeno che porre dei dubbi ed evidenziare per iscritto le proprie obiezioni di coscienza siano "forme di integralismo scritturistico". E, invero, mi preoccupo non poco quando qualcuno voglia tappare la bocca a qualcun altro su questo o su altri argomenti con i soliti: "...e' meglio tacere di [sic] ciò che non si conosce".
    Non sarebbe invece cosa buona e giusta essere un po' più aperti e tolleranti verso il prossimo, richiedendo all'interlocutore che la pensa diversamente magari ulteriori riscontri? Nel 2012 sopravvive ancora il retaggio della censura, e, sotto sotto, la non tanto velata voglia di marchiare l'altro con lo stigma dell'eretico?

  1. # 5 Di  Anonimo (inviato il 03/02/2012 @ 16:33:47)

    Un conto è "interessante", un conto è veritiero. Anche bei racconti sono interessanti, ma non si può per questo avere l'ardire di spacciarli per verità. Fatta questa premessa, sempre necessaria, vado oltre. L'"integralismo scritturistico" non sta nell'avanzare obiezioni di coscienza, ci mancherebbe altro, ma nel far valere come UNICO criterio di verità quella Scrittura che - e questo un Sacerdote non dovrebbe ignorarlo! - non esaurisce la Parola di Dio, ma si comprende alla luce di essa. Quanto al presunto "tappare la bocca", non c'è nessun retaggio della censura, ognuno può dire che vuole; era solo un consiglio, che peraltro non mi pare assolutamente infondato, ma piuttosto pienamente condivisibile. La "democrazia" del far parlare tutti su tutto non può scadere nella negazione di una verità storica, teologica etc. etc. etc. Non c'è libertà che tenga di fronte alla negazione della verità. Il non parlare di ciò che non si conosce abbastanza bene è onestà intellettuale, non censura.

    Se poi - e concludo - qualcuno soffre di pregiudizi e complessi di ascendenza medievale (vedi "lo stigma dell'eretico"), penso che sarebbe opportuno che si ricollochi con il pensiero nella nostra realtà contemporanea, a livello culturale, sociale, politico e religioso.

    Saluti.

  1. # 6 Di  Anonimo (inviato il 04/02/2012 @ 00:03:07)

    Un ultimo 'appunto'. Il "[sic]" inserito da Antonio Mellone risulta 'interessante': vorrebbe alludere ad un eventuale errore ortografico? Spero di no, dal momento che, introducendo un complemento di argomento, il 'di' non è assolutamente inappropriato (proprio come non lo sarebbero stati il 'su' o il 'circa' etc.). Per una conferma autorevole, basti il riferimento all'opera "Senilità" di Italo Svevo, al capitolo IX: "Ma poi gli fu penoso di starle accanto nel silenzio che regnava fra loro tanto di frequente, condannati com'erano a tacere DI quello ch'era il loro pensiero dominante". L'attento osservatore noterà che il costrutto del verbo "tacere" qui utilizzato è del tutto analogo a quello che, a quanto pare, avrebbe voluto correggere nel commento precedente. Così come - ne sono certo - non avrà trascurato che quella stessa espressione, "bollata" come esempio di censura o di qualcos'altro di similmente tremendo, era una parafrasi pressoché fedelissima di una famosa espressione di Ludwig Wittgenstein, un tizio che di logica, linguaggio e verità se ne intendeva abbastanza.

    Ci lasciamo con questo augurio.

  1. # 7 Di  Antonio Mellone (inviato il 04/02/2012 @ 09:50:54)

    "...un tizio che di logica, linguaggio e verità se ne [sic] intendeva abbastanza"?

  1. # 8 Di  Anonimo (inviato il 04/02/2012 @ 11:29:32)

    Il "ne" pleonastico ha evidentemente valore rafforzativo, un uso generalmente consentito, soprattutto nel caso di prolessi del complemento (in questo caso di argomento)! Cito testualmente il Manzoni de "I Promessi sposi": «... un pan tondo, bianchissimo, di quelli che Renzo non era solito mangiarNE che nelle solennità». Ancor più significativa la seguente citazione di Svevo, ne "La novella del buon vecchio e della bella fanciulla": «La fiducia della fanciulla divenne maggiore e gli dichiarò che avrebbe voluto un suo consiglio. Già, egli doveva intenderseNE anche di legge».

    In ogni caso direi che, essendo la lingua (italiana) un organismo vivente in continua evoluzione, non le si addice evidentemente alcuna forma di rigidismo!

    Mi stupisce, infine, che proprio chi pretende di ergersi a paladino della libertà di espressione di ciascuno, tenti di chiudere poi nella stretta di un insensato rigidismo formale proprio lo strumento della comunicazione, la parola stessa!

    "Quo usque tandem, Catilina, abutere patientia nostra?" (Seneca, "Orationes", "In Catilinam", I,1)

    Saluti.

  1. # 9 Di  Anonimo (inviato il 04/02/2012 @ 11:34:36)

    ERRATA CORRIGE:
    Cicerone, non Seneca.

    Questione di onestà intellettuale, appunto!
    Il messaggio resta ovviamente invariato.

  1. # 10 Di  Ignorante nohana (inviato il 06/02/2012 @ 17:56:42)

    Visto che vi trovate, perché non date vita a una nuova rubrica dal titolo: Accademia della Crusca-una lezione al giorno allontana l'ignoranza di torno?........... almeno ci fate dono, a noi comuni mortali, della vostra infinita SAPIENZA! : - ( : - ( : - ( : - ( : - ( Grazie 1000

  1. # 11 Di  Anonimo (inviato il 06/02/2012 @ 21:03:19)

    Si parla e si ragiona ognuno con i propri strumenti culturali, senza voler istruire nessuno ma non potendo accettare per questo di tacciati di sapienza (che invero è ben altro!)

  1. # 12 Di  Aldo Cannavò (inviato il 09/04/2012 @ 00:01:16)

    La benedizione si contrappone alla maledizione. La prima è un'atto di amore verso chi o l'oggetto che si benedice,la seconda è un atto di odio verso chi o l'oggetto che si maledice.Se abbiamo il senso religioso della vita abbiamo il dovere di benedire le persone e le creature animali e materiali esistenti.Ciò diventa atto di lode verso il Creatore,come chi si compiace di un bel quadro loda anche il suo pittore.Impariamo da San Francesco d'Assisi a lodare e renderemo la vita più bella per noi e per il nostro prossimo.

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