Carissimi Fratelli e Sorelle,

ci ritroviamo come Comunità parrocchiale intorno alla mensa della Parola di Dio. Egli è la nostra vita! E se Dio è con noi chi sarà contro di noi? Chi potrà mai separaci dall'amore di Dio. San Paolo dirà che:«Né morte, né vita, né presente, né avvenire, niente potranno mai separaci dall'amore di Dio in Cristo Gesù» (Rm 8,35-39). Bene cari amici, la Parola di questa domenica V di Quaresima ci fa toccare con mano come Gesù ci chiami alla vita e ci strappi dal potere della morte. Quindi nessuna paura, nessun'ansia deve prendere il sopravvento in noi. Allarghiamo il cuore, allora, ed ascoltiamo il Vangelo.

Dal Vangelo secondo Giovanni (11, 1-45)

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All'udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s'è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell'ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l'ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

Meditiamo ora sulla Parola ascoltata

L’amore fa vivere, l’amore dà vita, l’amore fa passare dalla morte alla vita.

Potrei sintetizzare così e fermarmi senza andare oltre. Noi siamo questa realtà e in questo periodo di morte o di morti o che sentiamo o parliamo di morte, l'amore deve farci vibrare. Gesù ti sta dicendo: cosa stai ancora aspettando ad amare? Ancora pensi e ripensi ai torti subiti, alle occasioni mancate, alle delusioni che ti hanno procurato dolore, alle cose che avresti voluto fare e non hai fatto? É tempo di amare.

«Io vi risuscito dal vostri sepolcri, vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» questa è la promessa di Dio (I Lettura Ez 37, 12-14). Se senti di uscire di casa, voler incontrare una persona e magari incroci quella sbagliata e ti giri dall'altra parte, vuol dire che non ti ascolti perché sei amore e non ascolti Gesù, allora conviene che tu rimanga chiuso nel sepolcro, dove la vita emana cattivo odore, è chiusa nella testardaggine, nell'egoismo, nel pregiudizio, nelle sentenze emanate a buon mercato, nell'indice puntato.

Ancora di più, perché far soffrire i propri affetti: famigliari, amici, vicini.

L'amore di Cristo ci scioglie dalle bende che costituiscono quella corazza di autoreferenzialità, chiamata meglio orgoglio personale che non ci permette di stare come uomini tra uomini, ma di abitare la valle dei morti dove, per utilizzare ancora l'immagine di Ezechiele, non vediamo che ossa inaridite. Tutto questo certo passa attraverso le lacrime, ma sono proprio queste che purificano la vista e ti permettono di guardare con il cuore.

Quanto è brutto quando una persona ti cerca con amore e tu la metti sull'uscio delle tua porta di casa, la tua vita perché devi guardare a te stesso. Eppure in questi giorni di pandemia rinchiusi non ci sentiamo forse a volte mancare l'aria? É pari pari l'immagine della nostra vita. Se non amiamo con i gesti concreti rischiamo di non vivere più. Il testo del vangelo inizia con l’annuncio a Gesù: “Colui che ami è malato” (v. 3). Il passaggio di Lazzaro dalla tomba alla compagnia dei vivi avviene tra le lacrime che Gesù versa per l’amico, spingendo i Giudei presenti a riconoscere: “Guarda come lo amava” (v. 36). Il narratore specifica che “Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro” (v. 5). Vedete l'atteggiamento di Gesù? Questi ama, va a casa dei suoi amici, sta con loro, vuole veramente il loro bene.

Se l’episodio della resurrezione di Lazzaro è il segno che anticipa la Pasqua di Gesù, questo segno - il passaggio dalla morte alla vita - è reso possibile dall’amore.

Un amore concreto, personale, quotidiano, amicale, come quello che lega Gesù a Lazzaro, un uomo che non faceva parte del gruppo dei Dodici, ma che, insieme alle sue sorelle, accoglieva Gesù quando questi andava a Betania (Gv 12,1).

Abbiamo a Noha la nostra Casa Betania segno di accoglienza, sta lì apposta per spronarci, per interrogarci, per spingerci. Ma prima di tutto sono le nostre case e i nostri cuori che devono diventare come Betania, capaci di accogliere Gesù in ogni ospite, amico, famigliare, vicino e forestiero che bussa alla porta.

Che cosa sarà ricordato di noi? Di Maria, si ricordano i gesti concreti di amore che aveva riservato a Gesù: “Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli” (v. 2). Ma l’amore non impedisce che la malattia e la morte colpiscano chi si ama, anzi proprio l’amore per l’amico che si ammala e muore rende ancor più doloroso il nostro vivere e il nostro amare. Noi conosciamo qualcosa della morte a misura del nostro amore, e questo è a volte il motivo che ci spinge a fuggire l’amore, a porvi resistenze, a non voler amare e a non voler lasciarci amare. La paura delle sofferenze che ne possono derivare può inibire l’amore. Ma questo equivale a licenziarsi dalla vita, a non voler vivere. Se uno non ama è perché non si lascia amare. É mettere le mani avanti e dire all'altro:«Stai al tuo posto».

Gesù ama dunque Marta, Maria e Lazzaro ma è lontano quando gli viene annunciato che Lazzaro è malato. L’amore vive anche nella distanza, nella non prossimità fisica, nella non immediatezza del contatto. E quando Lazzaro morirà egli si tratterrà ancora due giorni là dove si trovava. Per due volte viene rimproverato a Gesù dalle sorelle la sua non presenza fisica accanto a Lazzaro (vv. 21.32) nella convinzione che questa avrebbe salvato Lazzaro da morte. Anche i Giudei presenti si allineeranno a questa contestazione (v. 37). Marta e Maria legano amore e vicinanza fisica. Gesù vive un amore assolutamente autentico (e riconosciuto come tale dalla stessa folla: v. 36), ma in un’alternanza di vicinanza e distanza, di prossimità e lontananza. Gesù vive l’amore anche nell’attesa e sa che l’amore non impedisce la morte. C’è un limite dell’amare, l’amare non è onnipotente. E anche se Lazzaro è ritornato in vita - a significare che l’amore può operare il passaggio dalla morte alla vita - tuttavia Lazzaro dovrà andare incontro alla morte, perché l’amore non può impedire la morte. Al tempo stesso, la morte non inibisce l’amore. Ecco un primo messaggio di questo racconto: il fatto che si debba morire non può e non deve trattenere dall’amare, né l’amore può essere visto come ciò che scampa dalla morte.

Gesù, avvertito che Lazzaro è malato, afferma che quella malattia non è per la morte ma per la manifestazione della gloria di Dio. E in realtà, quando Lazzaro morirà, si rivelerà che anche la morte è occasione per manifestare la gloria di Dio, che per il IV vangelo, è la gloria dell’amore. Gesù non invita a lottare per prolungamenti estenuanti e penosi della vita, Gesù non fa della vita nella sua dimensione biologica un feticcio, ma afferma che il vivere come l’essere malati e il morire sono luoghi di possibile manifestazione della gloria di Dio, la gloria dell’amore.

E la gloria di amare si manifesta già nel coraggio con cui Gesù affronta il viaggio per andare in Giudea sfidando la morte: Gv 11,8. Siamo di fronte all’amore che vince la paura di perdere la vita a causa dell’amore.

Da sempre l’uomo vive questa strana condizione per cui da un lato teme la morte e il morire, prova ripugnanza per il disfacimento del corpo, ma, al tempo stesso, trova la forza di dare la vita per un altro, di morire per una persona amata, per una causa giusta. Qui, l’amore per Lazzaro spinge Gesù a intraprendere un viaggio che potrebbe costargli la vita. Anche questo dice l’importanza accordata da Gesù all’umanissimo rapporto dell’amicizia. Le obiezioni che si possono muovere a Gesù sono diverse. Non è forse un motivo troppo intimo, slegato dalla missione salvifica e al Regno di Dio, il correre rischio di morte per andare da un amico? Se succedesse, si tratterebbe della morte di un martire o di un imprudente che ha accordato troppo peso a relazioni umane? Eppure la ripetizione dei termini affettivi che legano Gesù a Lazzaro (colui che tu ami, il nostro amico, guardate come lo amava) indicano che la realtà vissuta da Gesù con Lazzaro è l’amicizia, e che la rivelazione di Dio che Gesù compie nella sua umanità, comprende anche la vicenda dell’amicizia, dell’affetto umano. Anche nell’amicizia Gesù narra la gloria di Dio, narra la potenza dell’amore più forte della morte.

Gesù e i discepoli si recano dunque da Lazzaro. Ed ecco il grido di Tommaso: “Andiamo anche noi a morire con lui” (v. 16). Grido che esprime il suo desiderio di condividere il cammino di Gesù che, andando in Giudea, può effettivamente incontrare la morte. Grido che indica la sua volontà di non lasciarlo solo anche in quell’eventualità estrema.

Giunti a Betania, il narratore annota che Lazzaro era ormai da 4 giorni nella tomba e Marta va incontro a Gesù facendo quella che al contempo è una confessione di fede e una lamentela: v. 21. Marta soffre per la morte del fratello, perché non comprende, a dispetto di ciò che sa. Lei sa che tutto ciò che Gesù chiede a Dio, Dio lo concede. Perché allora Gesù non è venuto scongiurando la morte dell’amico con la sua vicinanza? Gesù mostra un amore che permane anche oltre la morte avvenuta, un amore che non ha come prima priorità quella di evitare ad ogni costo la morte. E fa compiere a Marta il passaggio da un articolo di fede, la credenza nella resurrezione dei morti nell’ultimo giorno, alla fede nella vita in Cristo, al vivere come Gesù, all’immergersi nella realtà di cui Gesù vive, che è il vero luogo della vita (vv. 25-26). Chi si coinvolge con Gesù, crede in lui e cerca di vivere la vita di Gesù, abita l’amore che rimane anche attraverso la morte.

L’incontro con Maria è segnato dalle stesse parole che aveva pronunciato Marta. Ma manca tutta la parte di dialogo teologico sulla resurrezione.

I toni sono più affettivi, il contesto è di lacrime e pianto (vv. 31.33.35.36). Anche Maria abita l’idea di amore per cui la vicinanza scongiura la morte. Ma è più ripiegata sul passato, sugli affetti vissuti e ora interrotti e solo il pianto può esprimere tale dolore. Non c’è la preoccupazione di Marta per il futuro, la resurrezione che avverrà, l’ultimo giorno. A fronte di questi due atteggiamenti Gesù vive il presente della morte di Lazzaro, assume tale morte e afferma che l’amore non muore con la morte. L’amore vive ancora dopo la morte e ha il potere di creare un ponte tra chi è vivo e chi è morto. Nei vv. 32-37, Gesù entra in un gorgo di sentimenti che lo portano a scoppiare in lacrime. Si turba, si commuove, viene contagiato dal pianto altrui e freme per la morte dell’amico. Gesù scoppia nel pianto liberatore che riorienta le sue emozioni e, da interiori che erano, diventano visibili, si esteriorizzano, diventano corporee. L’amore non resta nascosto, ma si manifesta. Le lacrime sono l’eloquenza discreta dell’anima, il linguaggio del cuore. Fate memoria se avete mai pianto per amore, le parole cessano di sentirsi, anzi non si riesce più a pronunciarle. Le lacrime sono la parte visibile, materiale, per quanto tremula e trasparente, del nostro desiderio. Esse uniscono mirabilmente interiorità ed esteriorità, corpo e anima. E ci dicono qualcosa sulla sapienza del corpo esprimendo una dimensione della verità insita nel corpo che le parole e il discorso concettuale non sanno manifestare.

Ed ecco che, di fronte alla tomba, Gesù comincia ad agire, Marta sembra volerlo frenare. “Già manda cattivo odore” (v. 39). Marta è legata alla morte e tiene il fratello ancorato a essa, ma per Gesù anche la morte è luogo di manifestazione della gloria di Dio. Il problema non è evitare la morte, ma cogliere che in essa si può manifestare la gloria di Dio, il suo amore. Solo un amore che assume completamente la tragicità e l’ineliminabilità della morte è un amore che conduce al passaggio dalla morte alla vita. Gesù crede l’amore anche davanti alla morte, Egli continua ad amare anche davanti al cadavere.

Se avete vissuto la morte diretta di un proprio caro potete capire bene. É significativo poi il comando che Gesù impartisce dopo aver chiamato Lazzaro: “Liberatelo e lasciatelo andare” (v. 44). Il comando riguarda gli astanti: Lazzaro già si sta muovendo senza problemi. Il problema sono quelli che lo attorniano che devono lasciarlo andare, perché l’amore non trattiene, non tiene per sé ma, più ama, più lascia libero l’amato. Gesù sta insegnando ad amare: non conduce a sé il morto ritornato alla vita, ma insegna ad amare con libertà. Amare è liberare l’altro. E neanche la morte può trattenere l’amore. Il passaggio dell’amato Lazzaro dalla morte alla vita, anticipa ciò che Gesù farà di lì a poco quando, avendo amato i suoi, li amerà fino alla fine (Gv 13,1), consegnandosi a quella morte che non potrà trattenerlo perché la potenza dell’amore scioglie i legami degli inferi.

Capisco la lunghezza della riflessione, ma necessaria se vogliamo entrare veramente nell'intimità della vita di Gesù Cristo, nel suo modo di stare con gli altri e di amare.

Ritorniamo ora a rileggere e a riflettere personalmente sulla pagina del Vangelo perché la Pasqua è vicina e Cristo vuole chiamarci alla vita, vuole aiutarci a ritornare ad amare.

Don Francesco Coluccia

 

 
 

Dall’inizio della pandemia dovuta all’infezione da covid19 il Presidio Ospedaliero “Santa Caterina Novella” di Galatina, nonostante il recente riordino l’abbia sottoposto a tagli, è impegnato in prima linea con il suo personale medico e paramedico nel fronteggiare l’emergenza con tutte le risorse disponibili. Tutti gli operatori sanitari, ad ogni livello, hanno dimostrato efficienza, competenza ed una grandissima umanità; con l'evolversi del quadro epidemiologico hanno però bisogno di un massiccio impiego di risorse strumentali, dai presidi di protezione indispensabili a limitare il contagio, ai materiali diagnostici.

In queste ore in tantissimi, tra cittadini e associazioni, aziende si sono chiesti come fare a sostenere l’ospedale di Galatina. Per non disperdere in tanti rivoli le iniziative di solidarietà e destinare i contributi raccolti unicamente al presidio di Galatina con destinazione d’uso, le Associazioni:

  • Associazione Volontari Ospedalieri Galatina Onlus;
  • Associazione Arma Aeronautica "R. Russo" - Cutrofiano;
  • Associazione Turistica Pro Loco - Galatina;
  • Amici della Madonnina – Galatina;
  • Associazione Arma Aeronautica "F. Cesari" – Galatina;
  • Cinquanta anni dal diploma terza C;
  • Commercianti Corso Porta Luce – Galatina;
  • Demos Palestra - Soleto;
  • Francesco Marco Attanasi Onlus;
  • Inondazioni APS;
  • Legambiente - Galatina;
  • Noha.it;
  • Olimpia SBV Efficienza Energia;
  • Quelli di piazza San Pietro 2.0 – Galatina;
  • Tutto.it;
  • Università Popolare "Aldo Vallone" – Galatina;
  • Virtus Basket Galatina (TappiAMO Galatina);

hanno deciso di promuovere la campagna di raccolta fondi “DONIAMO AIUTIAMO VINCIAMO”.

Tutto il ricavato sarà utilizzato a rendere più funzionale il reparto di Malattie Infettive secondo le indicazioni della direzione medica dello stesso.

Chiunque volesse dare il suo contributo alla suddetta raccolta fondi per aiutare l’Ospedale di Galatina a combattere l’emergenza covid-19, può fare la sua donazione tramite bonifico sul conto corrente bancario, DEDICATO e ESCLUSIVO per la campagna raccolta fondi in oggetto, IBAN: IT63O0103079651000011729180 intestato a APS Inondazioni presso la Banca Monte dei Paschi di Siena di Galatina (se possibile prediligere la modalità bonifico immediato) con causale:
Covid19 Ospedale di Galatina - donazione.

L’occasione è opportuna per ringraziare la Monte dei Paschi di Siena ed in particolare la filiale di

Galatina per la disponibilità e la sensibilità dimostrata nei confronti del territorio.

Nelle prossime ore sarà possibile donare anche attraverso la piattaforma Facebook.

Le stesse Associazioni offrono a tutti gli altri operatori la loro disponibilità a coordinare ogni azione utile a perseguire il comune obiettivo.

Per info:
Whatsapp: 324-5848736 
Email: doniamoaiutiamovinciamo@gmail.com
Pagina FB: https://www.facebook.com/doniamoaiutiamovinciamo

Uniti ce la faremo…

 

Di P. Francesco D’Acquarica (del 26/03/2020 @ 08:42:55, in I Beni Culturali, linkato 252 volte)

Sul portale della porta accanto alla chiesetta dell’Annunciazione sono venute alla luce alcune

lettere di una scritta che quasi certamente si riferisce al Duca di Galatina “SPINOLA” che fu anche padrone di Noha.

Come si può vedere dall’albero genealogico qui riportato, da Gio.Filippo Spinola (1677-1753) nacque Maria Teresa Spinola che sarà la moglie di Gio. Battista Scotti. E proprio costui avrà dagli Spinola in eredità il feudo di Noha, che quindi apparterrà alla famiglia Scotti.

Nel mio libro “La Storia di Noha” avevo già scritto:

Nel 1754 morì Francesco Maria Spinola, Duca di San Pietro in Galatina. La vedova Anna Maria, tutrice dell'unica figlia ed erede universale Isabella Maria Spinola, si affrettò a prendere possesso del patrimonio ereditario.  

Noha ne faceva parte ed è probabile che quella scritta si riferisca alla volontà di far sapere che anche il Palazzo Baronale di Noha con proprietà annesse appartenga agli Spinola/Scotti.

Giulio Cesare De Noha fu l'ultimo Barone di Noha. Non essendoci alla sua morte (1583) discendenza maschile il feudo della famiglia De Noha si divise. Il Casale

di Merine passò alla famiglia Palmieri. Quello di Giurdignano agli Alfarano Capece e quello di Cellino ai Chiurlia, Conti di Lizzano. Restò solo la Terra di Noha con i suffeudi di Pisanello e di Padulano che le appartenevano. Questo residuo dell'antica baronia toccò in eredità ad Adriana, figlia primogenita del defunto Barone Giulio Cesare. Quando costei si sposò con Geronimo Montenegro*, Marchese di Marigliano, gli portò in dote l'eredità avuta dal padre.

I Montenegro* furono un antichissimo casato genovese, le cui prime vestigia, rimontano al 1130, propagatosi, nel corso dei secoli, in diverse regioni d'Italia. La famiglia, passata in Napoli, già al tempo di re Federico II, il 14 aprile 1573, divenne possidente di alcuni terreni, tra cui il contado di Marigliano, in provincia di Napoli, grazie all'acquisto effettuato da Geronimo Montenegro, banchiere napoletano e tesoriere del Regno. In data 23 dicembre 1578, lo stesso Geronimo, ottenne il titolo di marchese di Marigliano, dall'Imperatore Filippo II. Nel 1611 Geronimo si sposò con Adriana figlia del nostro barone Cesare De Noha.

In un atto notarile del 1611 il Marchese Geronimo dichiarò di essere signore e padrone della Terra di Noha situata in Terra d'Otranto, con i feudi di Pisanello e di Padulano. Questa Terra confinava con Galatina, Soleto, Corigliano, Sogliano e altri confini.

 

Di Redazione (del 26/03/2020 @ 08:18:46, in Comunicato Stampa, linkato 112 volte)

I tributi e i canoni comunali devono essere sospesi e azzerati o ridotti per tutta la durata dell’epidemia da coronavirus, mentre i componenti la giunta comunale, i consiglieri e componenti delle commissioni dovrebbero devolvere indennità e gettoni di presenza in favore dell’ospedale Santa Caterina Novella, per l’acquisto di attrezzature sanitarie.

Presenterò la richiesta di sospensione dei tributi nel prossimo Consiglio comunale, oggi ho inviato la richiesta di inserire la mia mozione nel prossimo ordine del giorno al sindaco di Galatina, Marcello Amante, e al presidente del Consiglio comunale Raimondo Valente.

Analoga richiesta abbiamo presentato con i colleghi dell’opposizione Paolo Pulli e Giuseppe Spoti, ma in questo caso si tratta di una mozione volta a destinare tutte le indennità e i gettoni di presenza all’ospedale di Galatina affinché possa acquistare le attrezzature sanitarie necessarie al nosocomio cittadino.

 

Di Redazione (del 26/03/2020 @ 08:15:08, in Comunicato Stampa, linkato 77 volte)

Il tecnico federale Marco Corina, componente dello staff della Showy Boys Galatina, condivide le sue riflessioni sull’attuale situazione di emergenza Covid-19 e sul futuro del movimento pallavolistico e della Scuola Volley.

“Siamo fermi ormai da più di due settimane per affrontare questa emergenza diventata pandemia mondiale. Non parlo con cognizione di causa, non essendo un virologo, ma, da acuto osservatore di ciò che sta succedendo nel mondo, credo che si sarebbero potute attuare in anticipo delle misure più rigorose. In questo momento, le prospettive, purtroppo, non sono delle migliori ed è quanto mai difficile fare una programmazione per il futuro. Nel nostro campo, quello della pallavolo, è prematuro pensare se e come potrebbero riprendere le attività sportive. E’ chiaro che tutti ci auguriamo di poter tornare presto in palestra anche perché allenatori e atleti avvertono molta pressione, ma al contempo credo che aspettare il completo arresto della pandemia sia doveroso. Non vorrei essere nei panni degli organi preposti ad assumere le decisioni perché non sarà facile trovare una soluzione che possa accontentare tutti.

 

Di Redazione (del 26/03/2020 @ 08:08:49, in Comunicato Stampa, linkato 76 volte)

Relegati in casa dall’emergenza epidemica che ha imposto anche il blocco di tutte le manifestazioni sportive, non rimane che virare su altre direzioni in mancanza di competizioni agonistiche.

Andiamo a scoprire così uomini e programmi funzionali alla realizzazione di una stagione sportiva pallavolistica, mettendo sotto la lente d’ingrandimento la Salento Best Volley.

Seconda società locale per importanza partecipativa ai campionati di serie e di categoria, dopo l’Olimpia di serie B, ha nella persona del suo presidente Corrado Panico un autentico contagiato dalla febbre del volley.

Personaggio schivo e poco presenzialista, ama lavorare su programmi bilanciati   da certezze di risorse umane e finanziare. Emotivamente travolgente ma con gestualità contenute, durante le gare delle sue squadre appare e scompare dal parterre, per poi dare corpo alla sua latitanza girovagando, soprattutto in trasferta, per le strade dei luoghi.

La passione per la pallavolo è una contaminazione subita, accettata e coltivata dalla presenza in famiglia del fratello Fernando, tecnico di valore e personaggio emblema di un volley fatto di valori morali e di didattiche formative.

Quasi un mezzo secolo d’impegno unitamente ad altri amici non lo hanno fiaccato, anzi ne hanno fortificato le convinzioni. Il suo impegno passa da una squadra amatoriale di scout Mafeking  (1972),  alla Vigor federata Fipav, successivamente a Pallavolo Galatina,  quindi a SBV Pallavolo Galatina ed infine a S.B.V. Galatina con diversi incarichi ricoperti che ne fanno uno tra i più longevi dirigenti sportivi in attività.

L’impegnativo lavoro non poteva prescindere, in questo lungo percorso sportivo, dal farsi affiancare dalla presenza e dall’abilità di un compagno di viaggio, che in altro settore è la colonna portante dell’intera organizzazione societaria.

La citazione è per Massimo Quida e dell’incarico affidatogli di reggere la segreteria in tutte le transizioni societarie divenendo un fedele interprete del complesso regolamento Fipav.

 

Di P. Francesco D’Acquarica (del 25/03/2020 @ 08:09:05, in I Beni Culturali, linkato 530 volte)

Nei lavori di restauro e sistemazione del “Castello Baronale” di Noha è riapparsa quello che resta della “chiesetta” dell’Annunziata di cui si parla nella Visita Pastorale del 1719, quando Mons. Antonio Sanfelice (di Napoli 1660-1736 e  Vescovo di Nardò dal 24  Dicembre 1708 al 1° gennaio 1736) decise di sospenderne il culto perché era mal ridotta.

L’immagine qui riportata è la copia di una pagina del registro conservato nell’archivio della Curia di Nardò dove si riporta la relazione della Visita Pastorale del 1719 del Vescovo Sanfelice alla chiesa di Noha. Dopo la relazione alla chiesa “piccinna” in fondo (vedi la stellina gialla) si accenna alla cappellina (sacellum in latino) dell’Annunziata nel Castello Baronale. Traduco in italiano quanto si dice della cappellina: visitò la chiesetta (sacellum) di S. Maria Annunziata dall’Angelo che trovò edificata dentro il Castello Baronale. Ma non avendola trovata in ordine ne sospese il culto e decretò che fosse restaurata con cura. Di questa cappella si erano perse le tracce. Ora invece è riapparso l’affresco, almeno in parte, certo molto deteriorato, ma per me importante e significativo.

La saletta di forma quadrata di sei per sei metri quadri circa, è formata da un portale di entrata molto ben visibile all’interno, dove nel restauro a masseria è stato aperto uno sgorbio di finestrino per dare luce al locale. La saletta fino all’altro ieri ha ospitato una enorme botte di legno che fu adoperata (come le altre) per la fabbrica del “brandy galluccio”.

 

Gli uffici postali di Collemeto e Noha riapriranno giovedì 26 marzo per garantire i servizi essenziali ai cittadini, tra cui il ritiro anticipato delle pensioni del mese di aprile.

Dopo l'appello degli assessori Cristina Dettù e Loredana Tundo a seguito di alcune specifiche e reali esigenze da parte dei cittadini, Poste Italiane ha comunicato l'apertura degli uffici postali delle frazioni della Città di Galatina, momentaneamente chiusi a causa dell'emergenza da Coronavirus.

"La decisione di Poste non fa altro che andare incontro alle esigenze della cittadinanza e dei suoi clienti - è quanto affermano gli assessori Dettù e Tundo - nel rispetto e nella tutela della salute dei lavoratori. Auspichiamo che la decisione di Poste possa strutturarsi anche per il periodo post pensioni e garantire così un servizio essenziale minimo ai cittadini evitando spostamenti in città".

Ufficio stampa Marcello Amante, sindaco di Galatina (LE)

 

Di Redazione (del 23/03/2020 @ 20:17:35, in Comunicato Stampa, linkato 81 volte)

In questo periodo difficilissimo a causa dell’emergenza Coronavirus, abbiamo voluto ascoltare le considerazioni del tecnico della Showy Boys Manuela Montinari, da questa stagione sportiva componente dello staff del settore Volley S3 e alla guida dei gruppi femminili under 13 e under 14.

“Trovare le parole giuste in questo momento non è facile. In questi giorni, purtroppo, nei notiziari vediamo immagini che dovrebbero farci riflettere. Un’intera nazione sta soffrendo e l’unico modo che abbiamo per aiutare gli altri e le persone care è quello di rispettare le restrizioni che ci impone il Governo. Le strutture sanitarie sono quasi al collasso nel nord Italia, i medici, gli infermieri, gli operatori e tutte quelle persone che lavorano nel campo medico-sanitario rischiano ogni giorno per salvare delle vite umane. Oggi, più che mai, non dobbiamo pensare solo a noi stessi e abbiamo la grande possibilità di farlo restando a casa insieme alla nostra famiglia. Sono certa che, con le nuove scoperte mediche e osservando le precise regole, il numero dei contagiati diminuirà, anche se ci vorrà sicuramente del tempo. Ritorneremo alla normalità.

Come tutti gli sport, anche il volley ha fermato il suo mondo iniziando con gli allenamenti a porte chiuse e fino alla sospensione totale. Con le allieve della Scuola Volley, avremmo dovuto disputare i campionati under 13 e under 12, ma per il bene di tutti sono stati sospesi. Certo, da un punto di vista tecnico si è vanificato parte del lavoro di una stagione e penso che difficilmente ci possano essere i presupposti per ricominciare; da un punto di vista umano, invece, la sospensione è stata la decisione più corretta per cercare di salvaguardare tutti noi.

 

 

 

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