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Articoli del 13/02/2017

Di Antonio Mellone (pubblicato @ 00:00:00 in NohaBlog, linkato 408 volte)

Dieci anni fa come oggi - era dunque il 13 febbraio del 2007 - si spegneva serenamente a Noha Don Gerardo Rizzo, sacerdote (Noha, 1924 - 2007).

Aveva ottantatré primavere.

Se ne andava nel silenzio della notte, nella sua casa di piazzetta Trisciolo, quella stessa che fu di suo zio, monsignor Paolo Tundo, indimenticato arciprete di Noha.

Io lo conoscevo praticamente da sempre, non solo perché egli era un mio familiare, (cugino di mio padre), ma soprattutto perché da piccolo imberbe chierichetto, come tanti altri, gli servivo la messa. E questo decine, se non centinaia di volte.

Una volta mi capitò anche di servirne una celebrata sempre da don Gerardo, in una delle cappelle del cimitero di Noha. Era appena spuntata l’aurora.

Ma dico subito che fu un’esperienza che non ripetei, in quanto l’atmosfera, la desolazione del cimitero in quella mattinata di nebbia, ed il suono a morto della campana della chiesa principale (che era un po’ distante dal luogo nel quale si officiava) - campana che io stesso, in solitudine, avevo azionato tirandone la fune in quella specie di sagrestia spartana molto simile ad uno sgabuzzino cieco, anzi a un loculo -, mi atterrirono così tanto che da allora rinunciai a ritornare in quel santo luogo, in quegli orari nei quali quasi nessuno lo frequenta, e soprattutto da solo.

A dirla tutta non è che avessi fatto fare al battaglio di quella campagna chissà quanto lavoro: dopo non più di tre o quattro tocchi il terrore che s’impossessò di me mi spinse ad abbandonare di corsa quell’angusto locale per darmi alla fuga esagitata. Percorsi i viali del camposanto di Noha come un fulmine, quasi volando, dopo aver raccolto i lembi della veste rossa che indossavo quale sottana alla cotta bianca da chierichetto.

Una volta in macchina, sulla strada per il ritorno, confidai subito a don Gerardo che al cimitero non ci avrei più messo piede se non da morto, proprio per quelle motivazioni che nel mio racconto m’avevano fatto diventare in volto più paonazzo dell’abito pseudo-cardinalizio che avevo in dote.

Mi rispose con la sua solita rassicurante risata.

Era così don Gerardo, di poche parole. E sovente taciturno, come assorto continuamente in preghiera.

Preparato, diligente, puntualissimo, mai prolisso era molto amato da grandi e piccoli, e molto gettonato soprattutto nelle confessioni sia per la sua notoria indulgenza e sia perché capiva subito chi aveva di fronte, sicché la clemenza e “l’assoluzione dai peccati” arrivavano nel breve volgere di qualche minuto (se non proprio nell’intorno ristretto di una manciata di secondi).

Ha celebrato per decenni la “terza messa” domenicale, quella delle undici “in punto”, messa cantata con tanto di coro ed organo. Era una messa seguitissima, quella, anche perché grazie alla sinteticità di don Gerardo alle dodici meno venti preciso tutti i fedeli avventori erano già da un pezzo fuori dalla chiesa, diretti alla volta delle loro case, là dove, da lì ad un quarto d’ora, sarebbero stati pronti a sedersi al desco per il desinare (a Noha si mangiava alle dodici in punto, anche la domenica: molti, tra cui i miei, hanno mantenuto codesta “regola aurea”).

*

Io ho suonato più volte l’organo a canne di Noha durante le celebrazioni di don Gerardo. Con lui non potevi sgarrare. Dovevi essere preciso; non tanto negli accordi (su quelli non è mai stato troppo fiscale) quanto nel terminare il brano musicale giusto in tempo: rischiavi altrimenti che riprendesse le sue orazioni mentre eri ancora intento a terminare il pezzo. Che spesso, dunque, dovevi troncare, non concludere e men che meno sfumare. 

Non amava nemmeno le prediche interminabili o ridondanti (come invece sovente accade), ma, direi, quelle concettose e nello stesso tempo stringate ed essenziali. Diceva tutto quello che s’aveva da dire e lo faceva con proprietà di linguaggio e con citazioni dotte (molte proferite in latino perfetto), che denotavano lungo commercio con le lettere e con i libri, sui quali s’era pure consumato la vista. In effetti studiava sempre ed aveva una memoria straordinaria. Alla bisogna, ti spiegava tutto per filo e per segno: e non soltanto i testi dei Padri della Chiesa, ma anche quelli della letteratura italiana di ogni tempo.

Anche lui si dilettava a suonare l’organo a canne della Chiesa Madre di Noha nel corso della messa serotina; e cantava anche molto bene, con la sua voce argentina ed intonatissima.

Ricordo che una volta un “predicatore quaresimalista” introdusse la sua omelia proferendo queste parole: “Sarò breve…”. Non l’avesse mai fatto. Prontamente dalla postazione del coro (che nella chiesa di Noha si trova proprio di fronte all’ambone) don Gerardo gli fece quasi eco, replicando ad alta voce e cantilenando come si risponde ad un salmo responsoriale: “Speriamo!”. Tutti avevano sentito (e assentito).

Il predicatore dovette rispettare il suo intendimento, così esplicitamente proferito. E dagli astanti approvato.

Avevo imparato a conoscere don Gerardo così bene (così come da ragazzo mi capitava di fare con molti personaggi di Noha - ma anche forestieri - studiandone movimenti, intonazione della voce e gesti) che la sua imitazione mi riusciva meglio di tutte le altre.

Alla fine del mese di maggio era tradizione che iniziasse a Noha nella cappella di S. Antonio di Padova la cerimonia della “tredicina” in onore del Santo.

L’incaricato per la celebrazione delle funzioni e della messa, da parte della signora Tetta, organizzatrice e sagrestana di quel grazioso tempietto (un tempo in piena campagna, ora ormai circondato da una meno romantica villettopoli) era proprio don Gerardo Rizzo, assistito da due chierichetti deputati al sacro servizio che rispondevano ai nomi del sottoscritto e del mio amico e compagno di classe, Adriano Scrimieri. Siamo sul finire degli anni settanta e verso i primi degli anni ottanta.

Ci divertivamo un mondo e con don Gerardo si scherzava e si rideva sovente, prima o dopo la funzione. Una volta però accadde “durante”.

Si era nel bel mezzo della celebrazione. Ad uno dei due ragazzi capitò uno svarione (che di fatto era un’inezia, che nemmeno ricordo).

Ai due chierichetti, che si guardarono un attimo negli occhi, venne immediatamente un attacco di risate, che sulle prime si tentò di bloccare, soffocare, reprimere, o almeno frenare; risata che fu poi trattenuta a stenti, e infine sempre meno.

Insomma, con il nostro continuo e drammatico crescendo d’ilarità non dominata, ben presto contagiammo lo stesso don Gerardo il quale, per qualche interminabile decina di secondi, dovette anche lui, a sua volta, interrompersi. Questo fece sì che i fedeli raccolti in preghiera in quella piccola chiesa s’accorgessero di tutto quanto avveniva sull’altare a pochissima distanza dai loro occhi ed orecchi, e, come accade in queste cose, pur non sapendo il motivo di tanto ridere, scoppiarono anch’essi in una fragorosa generale risata.

Alla fine della messa, in macchina, diretti alla volta di piazza San Michele, il centro di Noha, non fummo redarguiti come pensavamo o temevamo: anzi continuammo ancora a ridere a crepapelle, e pare che, con questo, don Gerardo volesse dirci ancora una volta che la fede è gioia, letizia e che il diavolo “non è il principe della materia: il diavolo è invece l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio” (come Umberto Eco fa dire a Guglielmo da Barkerville ne “Il nome della rosa”).

Le tredici splendide giornate di primavera inoltrata si concludevano dunque con la festa del Santo Taumaturgo di Padova, la benedizione e la distribuzione a tutti del pane benedetto.

Volete che vi racconti di quella volta in cui andai in chiesa madre a prendere il secchiello con l’aspersorio per la benedizione del pane? Massì: abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno.

Orbene, in via Castello, diretto alla volta della cappella del Santo, un lembo della mia tonaca s’inceppò nella catena della mia bicicletta e io ruzzolai a terra con un bel capitombolo. Insieme a me caddero sull’asfalto anche secchiello, aspersorio e acqua santa.

Che fare? Il tempo stringeva. In cappella m’attendevano prete e fedeli.

Pensai bene di riempire il secchiello allungandone il residuo contenuto con l’acqua della fontana tuttora esistente in quella strada.

Ma avevo una coda di paglia chilometrica e uno scrupolo di coscienza quanto la cattedrale di Nardò. Non mi diedi pace fino a quando, ancora una volta, non confessai tutto a don Gerardo, che, come di consueto, si fece ancora una volta una gran bella risata. Fu la migliore delle assoluzioni.

Alla fine della “tredicina”, don Gerardo per ringraziarci della nostra assistenza portava me e Adriano a Galatina per offrirci un gelato (un tempo i gelati erano un lusso che si gustavano solo nelle domeniche pomeriggio d’estate, ed a volte nemmeno in quelle).

Il bar di Galatina – elegante, bellissimo - era quello di Rafelino, ubicato in via Gallipoli, quello che produceva i gelati più buoni del Salento e quello (almeno così ci sembrava) che aveva inventato la panna montata, una delizia celestiale, una squisitezza morbida e vellutata che in quel gruppo di anni di oltre un terzo di secolo fa non tutti conoscevano. Prendevamo un cono a testa con tre gusti e con sopra tanta panna montata, ed in macchina sorbivamo con lentezza, senza parlare o distrarci, quella leccornia sublime.

*

Ecco: a me piace ricordare proprio così il caro don Gerardo, mentre con la sua Fiat Cinquecento ci accompagnava da Noha a Galatina per offrirci il buonissimo gelato di Rafelino, sormontato da soffice, candida panna montata.

Antonio Mellone

 

Fotografie del 13/02/2017

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